Autore: admin

  • La preside sospesa e il silenzio che precede il bullismo

    La preside sospesa e il silenzio che precede il bullismo

    Quando la scuola non ascolta: i segnali che non possiamo più permetterci di perdere

    C’è un punto, in ogni vicenda di bullismo che esplode nello spazio pubblico, in cui l’attenzione si sposta rapidamente dalla sofferenza alla ricerca del responsabile. È una reazione comprensibile: il dolore collettivo chiede un volto, un nome, una decisione visibile. Ma se ci fermiamo lì, rischiamo di perdere ciò che conta davvero.

    La sospensione di una dirigente scolastica, in un caso legato al bullismo, non può essere letta solo come un atto disciplinare. Sarebbe riduttivo. Quella sospensione è, prima di tutto, un segnale simbolico che interroga l’intero sistema educativo su una questione più profonda: abbiamo saputo ascoltare?

    La sofferenza non arriva mai urlando

    Dal punto di vista clinico, la sofferenza adolescenziale raramente si presenta in forma esplicita. Non arriva con una richiesta ordinata di aiuto, non si annuncia con parole chiare. Arriva di traverso.
    Arriva come assenze ripetute, come un corpo che si ammala senza motivo apparente, come un silenzio improvviso, come un calo di rendimento che viene liquidato come “disinteresse”. Arriva come irritabilità, ritiro, sguardi che si abbassano.

    Il bullismo, in questo senso, è un fenomeno profondamente relazionale: non riguarda solo chi agisce e chi subisce, ma anche chi guarda, chi minimizza, chi rimanda. E soprattutto riguarda il contesto che, spesso senza volerlo, non intercetta i richiami della sofferenza.

    Ascoltare non è un gesto gentile. È una responsabilità clinica ed educativa

    Nella scuola, l’ascolto viene spesso confuso con la buona volontà individuale: “se vuole, può parlare”. Ma l’ascolto vero è un dispositivo strutturale, non un atto occasionale.
    Ascoltare significa creare condizioni reali in cui uno studente possa dire “sto male” senza temere di essere etichettato, esposto, o – peggio – non creduto.

    Molti ragazzi vittime di bullismo non tacciono perché non soffrono abbastanza, ma perché hanno imparato che parlare non cambia nulla. O che peggiora le cose. Questa è la frattura più grave: quando la scuola, che dovrebbe essere spazio di protezione simbolica, diventa un luogo in cui la sofferenza resta invisibile.

    Oltre la logica della colpa

    Attribuire una colpa individuale può placare temporaneamente l’indignazione, ma non cura il problema. Il bullismo prospera nei sistemi dove:

    • i segnali vengono letti come “fasi” o “ragazzate”;
    • la burocrazia soffoca il tempo dell’incontro;
    • la responsabilità è sempre di qualcun altro.

    Una scuola che ascolta è una scuola che si ferma prima, che non aspetta l’evento tragico per interrogarsi. È una scuola che investe tempo nella relazione, che forma gli adulti a riconoscere i segnali deboli, che offre spazi di parola continuativi e non emergenziali.

    Non lasciare cadere i richiami

    Ogni ragazzo in difficoltà lancia segnali. Alcuni sono evidenti, altri quasi impercettibili. Il problema non è la mancanza di segnali, ma la nostra capacità di leggerli come tali.

    Se questa vicenda deve insegnarci qualcosa, è che l’ascolto non può essere delegato solo alla sensibilità del singolo docente o dirigente. Deve diventare una cultura condivisa, una priorità educativa, un criterio di funzionamento quotidiano.

    Perché quando un ragazzo smette di parlare, spesso ha già parlato a lungo. E non è stato ascoltato.

  • Lame e coltelli: maneggiare con cura.

    Lame e coltelli: maneggiare con cura.

    Introduzione

    Negli ultimi anni, l’aumento di episodi che coinvolgono coltelli, lame e armi improprie, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, viene spesso letto come un segnale di degrado, devianza o criminalità precoce.
    Ma questa lettura rischia di essere riduttiva.

    La domanda più scomoda — e forse più necessaria — è un’altra:
    cosa ci sta sfuggendo sul piano simbolico, psicologico e relazionale?

    Perché oggi la lama non è solo uno strumento: diventa segno di potereestensione del corporisposta a una fragilità che non trova parole.

    La lama come protesi identitaria

    In molte dinamiche adolescenziali e giovanili, il coltello non rappresenta tanto l’intenzione di ferire, quanto il bisogno di sentirsi forti in un mondo percepito come ostile.

    Quando:

    • l’identità è fragile
    • l’autostima è costruita sullo sguardo altrui
    • il riconoscimento passa dalla paura che si incute

    la forza fisica diventa linguaggio.
    La lama, allora, non è aggressione pura, ma tentativo disperato di controllo.

    Il ritorno del corpo come risposta al vuoto

    Viviamo in una società iper-digitale, in cui il corpo è spesso:

    • esibito
    • filtrato
    • performativo

    Eppure, paradossalmente, mai davvero abitato.

    Il culto della forza muscolare, del corpo potente, della postura dominante, nasce spesso come reazione a:

    • impotenza emotiva
    • assenza di confini interiori
    • mancanza di modelli autorevoli

    Il muscolo diventa corazza.
    La lama diventa garanzia.

    Mascolinità ferita e narrazioni tossiche

    In particolare nei maschi adolescenti, la fascinazione per la forza e per l’arma è spesso legata a una mascolinità non accompagnata, lasciata sola a costruirsi tra:

    • modelli iperviolenti
    • estetica della sopraffazione
    • mito della virilità invincibile

    Quando non si insegna a reggere la frustrazione, il corpo prende il posto della parola.
    E la lama prende il posto del limite.

    Non è solo devianza: è una domanda educativa

    Ridurre il fenomeno a “ragazzi violenti” o “baby gang” è rassicurante, ma inefficace.
    Perché ciò che emerge è spesso una domanda muta:

     “Come posso sentirmi qualcuno?”
     “Come posso non essere invisibile?”

    La risposta non può essere solo repressiva.
    Serve un lavoro profondo su:

    • educazione emotiva
    • gestione della rabbia
    • costruzione dell’identità
    • presenza adulta significativa

    La vera prevenzione passa dalle relazioni

    Dove esistono:

    • adulti che ascoltano
    • spazi di parola
    • riconoscimento autentico

    la lama perde fascino.
    Perché la forza più grande non è quella che incute paura, ma quella che regge il conflitto senza distruggere.

    Conclusione

    Maneggiare lame e coltelli “con cura” non è solo un avvertimento fisico.
    È un monito culturale.

    Ciò che davvero dobbiamo maneggiare con attenzione è:

    • la fragilità non vista
    • la rabbia non nominata
    • il bisogno di riconoscimento

    Perché quando la parola manca, il corpo urla.
    E a volte lo fa con una lama in mano.

  • Non è dipendenza da smartphone: è fame di legame

    Non è dipendenza da smartphone: è fame di legame

    Un equivoco collettivo

    Ogni epoca ha bisogno di un colpevole.
    Oggi quel colpevole ha uno schermo luminoso e vibra in tasca.

    Parliamo di dipendenza da smartphone come se fosse una diagnosi autosufficiente, un’etichetta capace di spiegare il disagio crescente di bambini e adolescenti. Ma la psicologia clinica racconta una storia diversa, più scomoda e più vera: lo smartphone non crea il vuoto emotivo, lo riempie.

    Quando lo togliamo, quel vuoto resta. E spesso ci spaventa più dello schermo.

    Il cervello adolescente non cerca tecnologia, cerca relazione

    Dal punto di vista neuropsicologico, l’adolescenza è l’età della massima sensibilità sociale. Il cervello è programmato per cercare:

    • riconoscimento
    • appartenenza
    • rispecchiamento

    I like, i messaggi, le notifiche non sono futilità: sono micro-segnali di esistenza.
    Non dicono “sono popolare”, ma “sono visto”.

    Un adolescente non cerca uno smartphone.
    Cerca qualcuno che resti.

    La solitudine che non fa rumore

    Qui l’articolo cambia direzione.
    Ed è qui che spesso diventa virale.

    Molti ragazzi non vivono una solitudine urlata, ma una solitudine silenziosa, quotidiana:

    • adulti presenti fisicamente ma assenti emotivamente
    • dialoghi organizzativi (“hai studiato?”, “hai mangiato?”)
    • poche domande vere, pochissimo ascolto non giudicante

    Non è disinteresse.
    È stanchezza adulta, sovraccarico, paura di non essere all’altezza.

    Ma il risultato, per un figlio, è lo stesso.

    Perché demonizzare lo smartphone non funziona

    Togliere il telefono senza ricostruire il legame produce spesso:

    • aumento dell’ansia
    • ritiro sociale
    • chiusura emotiva
    • conflitti familiari sterili

    In clinica lo vediamo chiaramente: il telefono diventa un regolatore emotivo di emergenza quando manca una base sicura.

    Quando non c’è una relazione che contiene,
    qualunque schermo diventa rifugio.

    Uno sguardo per genitori

    Non serve essere genitori perfetti.
    Serve essere genitori disponibili.

    Disponibili a:

    • ascoltare senza correggere subito
    • restare anche quando ciò che emerge è scomodo
    • raccontarsi, non solo interrogare

    Il tempo educativo non è quello “di qualità” programmato.
    È quello imprevisto, che nasce quando un figlio sente che può fermarsi.

    Uno sguardo per insegnanti

    A scuola lo smartphone è spesso il nemico numero uno.
    Ma dietro molti comportamenti oppositivi si nasconde una richiesta implicita: “Mi vedi?”

    Un insegnante che:

    • riconosce prima di valutare
    • accoglie prima di sanzionare
    • ascolta prima di spiegare

    diventa, spesso senza saperlo, un adulto significativo.

    Uno sguardo per educatori

    Educare oggi significa stare nel mezzo:

    • tra online e offline
    • tra regole e bisogni
    • tra contenimento e libertà

    L’educatore non spegne schermi: riaccende relazioni.
    E quando il legame è saldo, la tecnologia torna a essere uno strumento, non un rifugio.

    La vera prevenzione

    La vera prevenzione non è il controllo, ma la connessione emotiva.

    Non è proibire, ma offrire alternative relazionali credibili.
    Non è vigilare, ma esserci davvero.

    Il vero antidoto non è spegnere il telefono.
    È riaccendere la relazione.

  • Quando la maternità assorbe l’identità femminile

    Quando la maternità assorbe l’identità femminile

    Introduzione

    Diventare madre è una trasformazione profonda, ma per molte donne può coincidere con una progressiva perdita di identità, soprattutto quando mancano autonomia economica e riconoscimento personale. La routine quotidiana avanza, i figli diventano il centro assoluto e il tempo sembra scivolare via. Non si può tornare indietro, ma cresce una domanda silenziosa: chi sono io, oltre a essere madre?

    Maternità e identità: quando il ruolo prende il posto della persona

    La maternità è totalizzante, ma non dovrebbe essere totalitaria. Quando l’identità femminile si riduce al solo ruolo materno, la donna rischia di scomparire dietro le funzioni: accudire, organizzare, sostenere.

    Come ricordava Simone de Beauvoir:

    «Non si nasce donna: lo si diventa» (Il secondo sesso).

    Diventare madre non dovrebbe significare smettere di diventare sé stesse.

    La frustrazione invisibile della routine quotidiana

    La frustrazione materna non è sempre rumorosa. Spesso è silenziosa e cronica: si accumula nei gesti ripetuti, nei giorni uguali, nella sensazione di vivere per gli altri.

    Quando manca un lavoro o uno spazio proprio, la casa può diventare un perimetro chiuso, più che un luogo di cura.

    Come osservava Hannah Arendt:

    «La vita senza pensiero è possibile, ma non è pienamente umana» (Vita activa).

    Senza spazio per il pensiero e il desiderio, anche la maternità rischia di svuotarsi.

    I figli come centro assoluto: un equilibrio fragile

    I figli diventano il fulcro affettivo ed esistenziale. Ma quando sono l’unico senso possibile, il peso diventa eccessivo.

    Una madre che rinuncia completamente a sé trasmette, spesso senza volerlo, aspettative, sensi di colpa e difficoltà di separazione.

    La cura autentica ha bisogno di confini. E il primo confine è riconoscere che una madre è anche una donna.

    Come convivere con la frustrazione senza rassegnarsi

    Non si torna indietro, ma si può ripartire da un punto nuovo:

    • riconoscere il proprio disagio senza colpa
    • recuperare piccoli spazi personali
    • valorizzare competenze e desideri rimasti in sospeso
    • chiedere aiuto come atto di responsabilità, non di fallimento

    Ritrovarsi non significa sottrarre amore ai figli, ma restituire loro una madre viva.

    Conclusione

    Molte donne, diventando madri e mogli, si perdono. Dirlo non è una colpa, ma un atto di verità.

    Perché una donna che esiste, che pensa e che desidera non è una madre in meno.

    È una madre più autentica, più libera, più umana.


  • When a child dies, time breaks

    When a child dies, time breaks

    Some texts are not written to chase clicks, but to create an encounter.

    This is one of them. It speaks of a loss that makes no noise yet fractures time; of a grief that cannot be overcome; of a legacy that continues to act. It is written for those who scroll, pause, and recognize. Not for those seeking answers, but for those willing to inhabit truth.

    When it happens, everything stops

    The sudden death of a child—especially a young one, at the threshold of life—is not an event. It is a rupture. Nothing truly anesthetizes this pain: not time, not the right words, not explanations. The world continues, but inside, everything comes to a halt. Writing about it means renouncing rhetoric and remaining faithful to reality.

    Pain does not ask to be explained. It asks not to be betrayed.

    Suspending the “why”

    The first authentic response is silence—not avoidance, but respect.

    The question “why” rarely consoles; more often, it wounds. Turning loss into an immediate lesson is a subtle form of violence. The death of a child is not a problem to be solved; it is a limit to be inhabited.

    When time no longer coincides

    Afterwards, chronological time moves on: days, commitments, seasons.

    Inner time does not. It remains fixed to a single instant. This dissonance is one of the most destabilizing aspects of grief: the world does not stop, while inner life does. Here, the illusion of control collapses, revealing the radical fragility of existence.

    Pain as a place

    One does not “get over” the death of a child.

    One may, perhaps, learn to remain within pain without being destroyed by it. Pain is not an enemy; it is the mark of a real love—wounded, yet alive. We suffer because we have loved. And love does not withdraw when it loses.

    Pain testifies that this life mattered infinitely.

    The legacy that remains

    Here, the perspective shifts.

    A child’s legacy is not what they leave behind.

    It is what they imprint on those who remain.

    Gestures, words, glances, a singular way of inhabiting the world continue to act. Not as nostalgia, but as transformative presence. A short life is not an incomplete life if it has generated meaning—if it has permanently altered the way others love, choose, and live.

    Death interrupts biology, not impact.

    Beyond contingency, not beyond love

    To go “beyond” pain does not mean to deny it.

    It means refusing to let death have the final word. Those who lose a child do not return to who they were—because that is impossible—but they may learn to live as they can, without betraying what they have loved.

    Life becomes more essential. More stripped down. And, paradoxically, more true.

    Conclusion

    A child does not die only on the day they leave. They continue to live whenever their love reshapes the way we inhabit the world. The deepest legacy is not memory, but transformation. And it is precisely there, at the most fragile point, that life asks to be safeguarded.

  • Quando muore un figlio, il tempo si spezza

    Quando muore un figlio, il tempo si spezza

    Ci sono testi che non cercano il click, ma l’incontro.

    Questo è uno di quelli. Parla di una perdita che non fa rumore ma spezza il tempo, di un dolore che non si supera e di un’eredità che continua ad agire. È un contenuto pensato per chi scorre, si ferma, riconosce. Per chi non cerca risposte, ma verità abitabili.

    Quando accade, tutto si ferma

    La morte improvvisa di un figlio, soprattutto quando è giovane, non è un fatto: è una frattura. Nulla anestetizza davvero questo dolore. Non il tempo, non le parole giuste, non le spiegazioni. Il mondo continua, ma dentro tutto si arresta. Scriverne significa rinunciare alla retorica e restare fedeli al reale.

    Il dolore non chiede di essere spiegato. Chiede di non essere tradito.

    Sospendere il “perché”

    Il primo gesto autentico è il silenzio. Non quello che evita, ma quello che rispetta. Il “perché” non consola; spesso ferisce. Trasformare la perdita in una lezione immediata è una forma sottile di violenza. La morte di un figlio non è un problema da risolvere: è un limite da abitare.

    Il tempo che non coincide più

    Dopo, il tempo cronologico va avanti: giorni, impegni, stagioni.

    Il tempo interiore no. Resta inchiodato a un istante preciso. Questo scarto è uno degli aspetti più destabilizzanti del lutto: il mondo non si ferma, mentre la vita interiore sì. Qui cade l’illusione del controllo e si rivela la fragilità radicale dell’esistere.

    Il dolore come luogo

    Non si “supera” la morte di un figlio.

    Si impara, forse, a stare nel dolore senza esserne distrutti. Il dolore non è un nemico: è il segno di un amore reale, ferito ma vivo. Si soffre perché si è amato. E l’amore non si ritira quando perde.

    Il dolore testimonia che quella vita ha contato infinitamente.

    L’eredità che resta

    Qui lo sguardo cambia.

    L’eredità non è ciò che un figlio lascia.

    È ciò che incide in chi resta.

    Gesti, parole, sguardi, un modo unico di abitare il mondo continuano ad agire. Non come nostalgia, ma come presenza trasformante. Una vita breve non è una vita incompiuta se ha generato senso, se ha cambiato per sempre chi l’ha amata.

    Oltre la contingenza, non oltre l’amore

    Andare “oltre” non significa negare il dolore. Significa rifiutare che la morte abbia l’ultima parola. Chi perde un figlio non torna come prima — perché non è possibile — ma può imparare a vivere come può, senza tradire ciò che ha amato.

    L’esistenza diventa più essenziale. Più nuda. E, paradossalmente, più vera.

    Conclusione

    Un figlio non muore solo nel giorno in cui se ne va. Continua a vivere ogni volta che il suo amore modifica il nostro modo di stare al mondo. L’eredità più profonda non è il ricordo, ma la trasformazione. Ed è lì, nel punto più fragile, che la vita chiede di essere custodita.

  • Why We Betray: Identity, Fidelity, and the Human Condition

    Why We Betray: Identity, Fidelity, and the Human Condition

    Introduction

    Betrayal remains one of the most condemned and, at the same time, most pervasive experiences in human life. It is often reduced to sexual infidelity, ethical weakness, or relational failure. Yet, when examined more deeply, betrayal reveals itself as a structural event of human existence—a critical threshold where identity, bonds, and meaning are reconfigured.

    Drawing inspiration from a well-known reflection by Umberto Galimberti, this article offers an anthropological and existential reading of betrayal: not to absolve it, but to understand its symbolic and transformative function.

    Betrayal Is Not (Only) Desire

    Anthropologically, human beings are born into trust. Someone feeds them, protects them, gives them a name. In this phase, fidelity is not a choice but a vital necessity. Over time, however, what once ensured survival can become an obstacle to growth.

    Betrayal emerges when identity begins to chafe—
    when it no longer coincides with the role assigned, the image loved by the other, or the belonging that once guaranteed security.
    In this sense, betrayal is not primarily erotic but symbolic: it is the often clumsy attempt to escape a received identity in order to seek one that is unprotected, uncertified, and no longer guaranteed by another’s love.

    Fidelity and Its Shadow

    Every form of fidelity contains an element of possession.
    To be loved often means to be recognized on the condition of remaining the same.
    Yet human identity is dynamic, excessive, restless.

    When fidelity does not even allow for the possibility of betrayal, it ceases to be a choice and becomes emotional dependence.
    Seen this way, betrayal is not the opposite of fidelity, but its necessary shadow—the element that gives fidelity depth and truth.

    Without the possibility of farewell, fidelity remains childish, naïve, defensive.

    Judas: The Necessary Betrayer

    Here the figure of Judas Iscariot takes on decisive symbolic power.
    Judas is not only the archetypal traitor of Christian tradition; he is also the one without whom Jesus’ destiny could not unfold.

    In the Gospel narrative, Jesus chooses Judas, calls him, includes him.
    He does not ignore the possibility of betrayal—he assumes it.
    Judas’ betrayal is not a narrative accident, but a necessary rupture through which the mission passes into death and, paradoxically, into meaning.

    In this light, Judas becomes a liminal figure who reveals an unsettling truth:
    sometimes we choose those who will betray us because only through that wound can we encounter our destiny—or at least ourselves.

    The Betrayed and the Greatest Risk

    Those who are betrayed experience radical disorientation.
    Yet the deepest danger is not the loss of the other, but the devaluation of the self.
    When identity has been grounded entirely in being loved, betrayal exposes a painful truth:
    I was myself only as long as the other confirmed me.

    In this sense, betrayal can become—if endured—an emancipatory event even for the betrayed, forcing the reconstruction of the self outside the gaze that once guaranteed it.

    Fidelity, Betrayal, and the Birth of the Self

    Perhaps life is not written under the sign of pure fidelity, but in the tension between fidelity and betrayal.
    Fidelity preserves; betrayal exposes.
    The former protects; the latter risks.

    Only those who pass through this tension stop living “on loan” and accept the highest risk of human existence:
    to encounter themselves, even at the cost of losing a love, a belonging, or a ready-made identity.

    Because we are not born only once.
    We are truly born when we have the courage to say goodbye.

    Conclusion

    To understand why we betray is not to justify the pain betrayal causes.
    It is, however, to restore betrayal to its anthropological complexity, freeing it from moral simplification and recognizing it as one of the most dramatic—and revealing—sites of the human condition.

  • Perché si tradisce: la verità che nessuno vuole vedere

    Perché si tradisce: la verità che nessuno vuole vedere

    Introduzione

    Il tradimento continua a essere uno dei temi più rimossi e, allo stesso tempo, più presenti nella vita individuale e collettiva. Lo si riduce spesso a una deviazione sessuale, a una caduta etica, a un fallimento relazionale. Eppure, se osservato in profondità, il tradimento appare come un evento strutturale dell’esperienza umana, una soglia critica in cui si ridefiniscono identità, legami e senso di sé.

    Una lettura antropologica ed esistenziale del tradire può aiutare a comprenderne la funzione simbolica e trasformativa.

    Tradire non è (solo) desiderare

    Antropologicamente, l’essere umano nasce dentro una rete di fiducia: qualcuno lo nutre, lo protegge, lo chiama per nome. La fedeltà, in questa fase, non è scelta ma necessità vitale. Tuttavia, ciò che consente la sopravvivenza iniziale può, col tempo, diventare un limite alla crescita.

    Il tradimento emerge quando l’identità avverte una frizione:
    non coincide più con il ruolo assegnato, con l’immagine amata dall’altro, con l’appartenenza che garantiva sicurezza.
    In questo senso, il tradimento non è primariamente un atto erotico, ma una rottura simbolica: il tentativo – spesso maldestro – di sottrarsi a un’identità ricevuta per cercarne una non protetta.

    La fedeltà e il suo lato d’ombra

    Ogni fedeltà contiene una quota di possesso.
    Essere amati significa spesso essere riconosciuti a condizione di restare uguali.
    Ma l’identità umana è dinamica, eccedente, inquieta.

    Quando la fedeltà non contempla neppure la possibilità del tradimento, smette di essere scelta e diventa dipendenza affettiva.
    In questa prospettiva, il tradimento non è l’opposto della fedeltà, ma il suo lato oscuro necessario: ciò che le conferisce densità e verità.

    Senza la possibilità dell’addio, la fedeltà resta infantile, ingenua, difensiva.

    Giuda: il traditore necessario

    È qui che la figura di Giuda Iscariota assume una potenza simbolica decisiva.
    Giuda non è solo il traditore per eccellenza della tradizione cristiana; è anche colui senza il quale il destino di Gesù non si compirebbe.

    Nel racconto evangelico, Gesù sceglie Giuda, lo chiama, lo include.
    Non ignora la possibilità del tradimento: la assume.
    Il tradimento di Giuda non è un incidente di percorso, ma una frattura necessaria affinché la missione possa attraversare la morte e generare senso.

    In questa luce, Giuda diventa la figura-limite che rivela una verità scomoda:
    a volte scegliamo chi ci tradirà perché solo attraverso quella ferita possiamo incontrare il nostro destino, o almeno noi stessi.

    Il tradito e il rischio maggiore

    Chi viene tradito sperimenta uno smarrimento radicale.
    Ma il rischio più profondo non è la perdita dell’altro: è la svalutazione di sé.
    Quando l’identità era fondata esclusivamente sull’essere amati, il tradimento smaschera una verità dolorosa:
    ero me stesso solo finché l’altro mi confermava.

    In questo senso, il tradimento può diventare – se attraversato – un evento emancipativo anche per chi lo subisce: costringe a ricostruire il sé fuori dallo sguardo che lo garantiva.

    Fedeltà, tradimento e nascita del sé

    Forse la vita non si scrive nel segno della fedeltà pura, ma nella tensione fra fedeltà e tradimento.
    La fedeltà custodisce, il tradimento espone.
    La prima protegge, il secondo rischia.

    Solo chi attraversa questa tensione smette di vivere “in prestito” e accetta il rischio più alto dell’esistenza umana:
    incontrare se stesso, anche a costo di perdere un amore, un’appartenenza, un’identità già data.

    Perché non si nasce una sola volta.
    Si nasce davvero quando si ha il coraggio di dire addio.

    Conclusione

    Capire perché si tradisce non significa giustificare il dolore che ne deriva.
    Significa però restituire al tradimento la sua complessità antropologica, sottraendolo alla semplificazione morale e riconoscendolo come uno dei luoghi più drammatici – e rivelatori – della condizione umana.

  • Il travaglio interiore dei Magi: il viaggio che li cambiò

    Il travaglio interiore dei Magi: il viaggio che li cambiò

    Non seguirono una stella per certezza, ma per inquietudine: il viaggio dei Magi fu prima di tutto un travaglio interiore, dove il dubbio non bloccò il cammino, ma lo rese possibile.

    Il viaggio dei Magi non fu soltanto attraversamento di deserti e confini. Fu, prima di tutto, una lenta erosione delle certezze. Ogni notte la stella sembrava più lontana, e ogni alba rimetteva tutto in discussione. Non dubitavano della meta, ma di sé stessi: siamo ancora degni di cercare ciò che non possiamo dominare?

    Nel silenzio delle soste, il sapere accumulato nei templi e negli osservatori diventava insufficiente. I calcoli non bastavano più. Le mappe celesti tacevano. Restava solo quella intuizione antica che già la sapienza aveva consegnato agli uomini: «Chi accresce il sapere, accresce il dolore» (Qoèlet). E tuttavia, tornare indietro avrebbe significato rinnegare la domanda che li aveva messi in cammino.

    Il travaglio dei Magi fu accettare di non capire prima di adorare. Ogni passo li spogliava di potere, prestigio, controllo. Il viaggio li convertiva interiormente: da sapienti a cercatori, da interpreti delle stelle a uomini esposti al mistero. Come insegna la tradizione sapienziale antica, la verità non si possiede: si attraversa.

    Quando giunsero davanti a quel bambino sconosciuto, compresero che il viaggio non serviva a trovare risposte, ma a diventare capaci di stare davanti al mistero senza fuggire, che il vero travaglio non era stato il deserto, ma lasciare che il mistero li superasse. Adorarono non perché avevano vinto il dubbio, ma perché avevano imparato a camminare con esso.

    L’adorazione fu il gesto finale di un lungo combattimento interiore: non la fine del dubbio, ma la sua trasfigurazione.

    Perché il vero cammino dei Magi — allora come oggi — è il coraggio di partire sapendo che si tornerà diversi.

  • Buen Camino: si ride, ma qualcosa resta

    Buen Camino: si ride, ma qualcosa resta

    Il film Buen Camino vale per quello che è: una commedia leggera, costruita sulle consuete battute del Checco nazionale, spesso sul filo raso del politicamente corretto.

    Si ride, a tratti di gusto, quando il protagonista liquida il pellegrinaggio come «una camminata lunghissima fatta da gente che non aveva di meglio da fare» o quando riduce l’esperienza spirituale a un pragmatico «l’importante è arrivare, poi si vede».

    Ed è proprio qui che, quasi involontariamente, il film fa entrare altro.

    La risata e il peso dei luoghi

    Mentre la comicità alleggerisce tutto — «Io non sono in crisi esistenziale, sono solo stanco» — i luoghi fanno il contrario. I sentieri sterrati, i ponti, le strade che si aprono davanti ai personaggi non sono semplici sfondi narrativi: sono tracce di secoli.

    Su quei percorsi sono passati uomini che non cercavano una battuta pronta, ma risposte a domande radicali. Chi sono? Perché cammino? Cosa mi manca davvero?

    Il film non formula queste domande apertamente, ma le lascia emergere nel contrasto tra l’ironia del protagonista e il silenzio dei paesaggi.

    Da dove nasce il Cammino (anche se il film non lo spiega)

    Il riferimento costante è al Cammino di Santiago, nato nel IX secolo attorno al culto dell’apostolo Giacomo. Per secoli non è stato turismo, ma penitenza, ricerca, attraversamento.

    Camminare significava esporsi alla fatica e all’imprevisto. Spogliarsi del superfluo. Accettare di non controllare tutto.

    Non a caso, nel film, quando il protagonista sbotta con un ironico «Ma perché non ci hanno messo una bella scorciatoia?», emerge tutta la distanza tra la logica moderna dell’efficienza e quella antica del cammino.

    Una spiritualità che passa di lato

    Buen Camino non è un film spirituale nel senso classico. Nessuna predica, nessuna conversione spettacolare. Anzi, spesso la spiritualità viene smontata con frasi come «Io credo solo nei piedi comodi».

    Eppure, proprio mentre si ride, i luoghi lavorano.

    Lo spettatore, magari senza volerlo, compie un piccolo viaggio interiore: non religioso, non devozionale, ma profondamente umano.

    Un viaggio che ricorda che certi cammini non servono per “trovare risposte”, ma per mettere ordine nelle domande.

    Camminare non per arrivare, ma per restare umani

    Forse è questo il paradosso di Buen Camino: una commedia che non pretende profondità, ma finisce per sfiorarla.

    Si ride, si cammina, si passa oltre. Eppure qualcosa rimane.

    Rimane l’intuizione che certi luoghi non si attraversano mai davvero per caso. Che anche quando li percorri con ironia, con distanza, persino con disincanto, loro lavorano su di te. In silenzio.

    Il Cammino di Santiago non chiede conversioni né spiegazioni. Chiede solo di essere percorso. E mentre lo fai, rimette in circolo domande antiche, le stesse che l’uomo si porta dietro da secoli, anche quando finge di non averne più.

    Così Buen Camino fa quello che non promette: tra una risata e una battuta, ricorda che camminare non serve sempre ad arrivare, ma a restare umani abbastanza da ascoltare ciò che, lungo la strada, continua a chiamarci.