la mia storia

Chi sono

Sono un professionista iscritto all’Ordine degli Psicologi della Sardegna (n.3946) e all’Associazione Nazionale Pedagogisti italiani (ANPE), insegno oramai da 25 anni in scuole statali e di formazione superiore. Ho fatto studi di Naturopatia Infantile e di Nutracetica. Mi sono specializzato nell’accompagnamento di bambini in età prescolare e scolare, adolescenti e le loro famiglie. Mi occupo di supportare il benessere emotivo e relazionale, con un’attenzione particolare alle neurodivergenze: disturbi specifici dell’apprendimento (DSA). Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD), il Disturbo dello Spettro Autistico (ASD), Disturbi del linguaggio e altre differenze neurologiche.
Sono un giornalista, curo rubriche in diversi giornali e mi occupo di divulgazione scientifica su temi inerenti l’insegnamento, la psicologia e la pedagogia.
Infine, sono un preparatore mentale certificato dalla Federazione Italiana Tennis e Padel.

Articoli

Bullismo a scuola: che cosa può fare realmente la scuola per prevenirlo e contrastarlo?

Bullismo a scuola: che cosa può fare realmente la scuola per prevenirlo e contrastarlo?

Dagli obblighi normativi alla responsabilità educativa: perché sanzioni, conferenze e regolamenti non bastano senza un sistema strutturato di protezione, intervento e monitoraggio. Bullismo scolastico: tra prevenzione, responsabilità e limiti dell’intervento educativo Che cosa può fare realmente la scuola di fronte al bullismo? Molto, purché non confonda la prevenzione con la semplice sensibilizzazione e l’intervento educativo con la sola applicazione delle sanzioni disciplinari. La scuola ha il compito di riconoscere i comportamenti prevaricatori, proteggere gli studenti coinvolti, attivare procedure appropriate e promuovere condizioni relazionali capaci di ridurre il rischio di nuove aggressioni. Non può, tuttavia, sostituirsi alla famiglia, ai servizi psicologici o all’autorità giudiziaria. Il suo compito fondamentale consiste nel trasformare la tutela degli studenti da una risposta occasionale all’emergenza in una responsabilità istituzionale permanente, fondata su competenza, coordinamento e verificabilità degli interventi. Una riflessione necessaria: la scuola non può limitarsi a reagire Nella mia esperienza di docente, psicologo clinico e pedagogista, ritengo necessario interrogarsi su una contraddizione che attraversa ancora molte pratiche educative: siamo diventati progressivamente più capaci di parlare del bullismo, ma non sempre altrettanto efficaci nell’affrontarlo quando si manifesta concretamente. Le scuole promuovono incontri, organizzano conferenze, celebrano giornate di sensibilizzazione e invitano esperti. Sono iniziative che possiedono un indubbio valore culturale, ma che rischiano di rimanere marginali quando non sono accompagnate da procedure operative, responsabilità chiaramente individuate e strumenti di valutazione degli esiti. Occorre distinguere l’informazione dalla prevenzione e, soprattutto, la prevenzione dalla gestione di un caso. Informare significa rendere gli studenti consapevoli dell’esistenza di un fenomeno. Prevenire richiede di modificare i fattori individuali, relazionali e organizzativi che ne favoriscono la comparsa. Intervenire, invece, comporta assumere decisioni concrete quando la dignità, la sicurezza o il benessere di uno studente risultano compromessi. Sono tre livelli differenti, che dovrebbero appartenere a una medesima progettualità educativa. La scuola non può essere giudicata soltanto dal numero di iniziative organizzate. Deve interrogarsi anche sulla capacità di riconoscere una situazione di sofferenza, di sottrarre uno studente alla reiterazione delle prepotenze e di restituire al gruppo classe condizioni di convivenza rispettose della persona. È questo, a mio giudizio, il passaggio fondamentale: abbandonare una concezione episodica dell’antibullismo e assumere una prospettiva sistemica di responsabilità educativa. Che cos’è realmente il bullismo? La differenza tra conflitto e prevaricazione La letteratura scientifica identifica tradizionalmente il bullismo attraverso tre caratteristiche fondamentali: la volontà di arrecare danno, la reiterazione dei comportamenti aggressivi e uno squilibrio di potere tra chi agisce e chi subisce. Fu lo psicologo Dan Olweus, attraverso i suoi studi pionieristici, a contribuire in maniera decisiva alla definizione scientifica del fenomeno, sottraendolo all’interpretazione riduttiva delle cosiddette ragazzate. Il bullismo non coincide necessariamente con un’aggressione fisica. Può manifestarsi attraverso offese reiterate, umiliazioni, isolamento intenzionale, derisione pubblica, minacce, intimidazioni o forme meno visibili di esclusione relazionale. Un adolescente può essere progressivamente emarginato senza essere mai stato colpito fisicamente. Può diventare il bersaglio sistematico di commenti degradanti, essere escluso deliberatamente dalle attività del gruppo oppure vedere la propria identità trasformata in oggetto di scherno. L’elemento caratterizzante non è soltanto il comportamento, ma la relazione di dominio che progressivamente si consolida. Nel conflitto ordinario tra pari, pur in presenza di tensione, le parti possiedono generalmente risorse relativamente equilibrate e possono esprimere il proprio dissenso. Nel bullismo, invece, questa reciprocità viene meno: uno dei soggetti dispone di un vantaggio fisico, psicologico, numerico o sociale che riduce la capacità dell’altro di difendersi. Non ogni litigio costituisce bullismo. Ma ciò non significa che un episodio isolato di particolare gravità debba essere considerato irrilevante. La qualificazione scientifica e quella giuridico-disciplinare non coincidono necessariamente. Anche una singola minaccia grave, un’aggressione o la diffusione non consensuale di immagini può richiedere una risposta immediata. Per approfondire l’origine scientifica del concetto, rimando al mio articolo Dan Olweus: lo psicologo che ha insegnato al mondo che il bullismo non è una ragazzata Dati italiani: un fenomeno che non può essere ridimensionato La dimensione del problema emerge chiaramente dalle rilevazioni dell’Istituto Nazionale di Statistica. Secondo l’indagine Istat relativa al 2023, pubblicata il 26 giugno 2025, il 68,5% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni dichiara di aver subito almeno un comportamento offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione, online oppure offline, nell’arco dei dodici mesi precedenti. Il 21% riferisce episodi ricorrenti, più volte al mese, mentre circa l’8% segnala una frequenza almeno settimanale. Il 34% dichiara di aver subito qualche forma di comportamento vessatorio online. 68,5% Almeno un episodio offensivo o aggressivo 21% Comportamenti ripetuti più volte al mese 34% Almeno una vessazione online Fonte: Istat, rilevazione 2023, pubblicata nel 2025. Popolazione 11–19 anni. Le percentuali descrivono indicatori differenti e non sono sommabili. Questi dati richiedono una lettura metodologicamente corretta. Il 68,5% non rappresenta la percentuale di ragazzi sottoposti a bullismo sistematico, ma quella di coloro che dichiarano almeno un’esperienza offensiva o aggressiva nel periodo considerato. La frequenza dei comportamenti costituisce uno degli elementi necessari per distinguere le prevaricazioni occasionali dalle forme persistenti. Il dato più rilevante, dal punto di vista educativo, riguarda la diffusione di esperienze relazionali percepite come lesive. Quando una quota significativa di adolescenti riferisce offese, derisioni, esclusioni o intimidazioni, la questione non può essere circoscritta al comportamento di pochi studenti problematici. Occorre interrogarsi anche sulla qualità delle relazioni tra pari e sulla capacità delle istituzioni educative di riconoscere tempestivamente le dinamiche disfunzionali. Che cosa prevede la normativa italiana sul bullismo e sul cyberbullismo? La normativa italiana ha progressivamente attribuito alle istituzioni scolastiche un ruolo più definito nella prevenzione e nel contrasto del fenomeno. La Legge 29 maggio 2017, n. 71, inizialmente centrata sul cyberbullismo, è stata significativamente modificata dalla Legge 17 maggio 2024, n. 70, che ha esteso espressamente la disciplina anche al bullismo. La riforma ha rafforzato la dimensione organizzativa della prevenzione, attribuendo alle scuole compiti specifici. In particolare, l’articolo 4 della Legge 71/2017, come modificato, prevede che ogni istituto scolastico adotti un codice interno per la prevenzione e il contrasto del bullismo e del cyberbullismo e istituisca un tavolo permanente di monitoraggio composto da rappresentanti degli studenti, degli insegnanti, delle famiglie ed esperti del settore. La normativa stabilisce inoltre il recepimento delle linee di orientamento nel regolamento di istituto e l’individuazione di un docente referente incaricato di coordinare le relative iniziative.  Normattiva +1 Il riferimento legislativo è importante, ma va compreso nella sua reale portata. L’esistenza di un codice interno non garantisce automaticamente la qualità degli interventi. Un protocollo può essere formalmente corretto e, contemporaneamente, risultare scarsamente applicabile quando non specifica chi debba raccogliere una segnalazione, come debbano essere valutati i fatti, quali misure adottare e quando procedere alla verifica successiva. La differenza è sostanziale: un documento non è ancora una procedura e una procedura non coincide con la sua effettiva attuazione. Il primo dovere della scuola: proteggere lo studente, non cercare immediatamente un colpevole Quando emerge una possibile situazione di bullismo, la priorità educativa e organizzativa dovrebbe essere la tutela dello studente coinvolto. Ciò non significa attribuire anticipatamente responsabilità né rinunciare all’accertamento dei fatti. Significa riconoscere che la valutazione della situazione e la protezione della persona possono procedere contemporaneamente. Una segnalazione dovrebbe essere accolta con riservatezza, ascoltando separatamente i soggetti coinvolti e raccogliendo gli elementi disponibili senza trasformare il contesto scolastico in una sede di interrogatorio. È particolarmente importante evitare confronti forzati tra la persona che riferisce di subire prevaricazioni e quella indicata come responsabile. In presenza di una significativa asimmetria di potere, un incontro apparentemente conciliativo può amplificare la vulnerabilità dello studente e alimentare il timore di successive ritorsioni. Anche il coinvolgimento delle famiglie richiede attenzione: comunicazioni tempestive, proporzionate, rispettose della riservatezza e calibrate sulla gravità delle circostanze. Un errore ricorrente consiste nel ritenere che il problema sia risolto perché gli studenti si sono stretti la mano o hanno pronunciato delle scuse davanti agli adulti. La riconciliazione formale non garantisce la cessazione della prevaricazione. La relazione può continuare a essere squilibrata anche dopo un’apparente pacificazione. La domanda fondamentale non dovrebbe essere soltanto se gli studenti si siano chiariti, ma se esistano condizioni concretamente verificabili affinché il comportamento non si ripeta. Il Team antibullismo: dalla gestione dell’emergenza alla presa in carico educativa Le Linee di orientamento ministeriali del 2021 prevedono il Team Antibullismo e il Team per l’Emergenza quali articolazioni organizzative a sostegno delle azioni scolastiche di prevenzione e gestione dei casi. Le Linee attribuiscono a tali organismi funzioni di collaborazione con il dirigente scolastico, di progettazione preventiva e di intervento nelle situazioni acute, anche con il contributo di professionalità psicologiche e pedagogiche ove presenti.  Il ruolo del Team non dovrebbe ridursi a quello di una commissione convocata quando si verifica un episodio particolarmente grave. La sua efficacia dipende dalla capacità di assicurare continuità tra rilevazione, valutazione, intervento e monitoraggio. Il referente non agisce come un giudice, non sostituisce il dirigente scolastico e non assume competenze investigative proprie delle autorità. Svolge piuttosto una funzione di coordinamento educativo e organizzativo, contribuendo alla lettura del fenomeno e al raccordo tra le diverse figure professionali. È essenziale che siano distinte le informazioni osservate direttamente, quelle riferite da studenti o famiglie e gli elementi documentali eventualmente disponibili. Questa distinzione protegge sia la correttezza della procedura sia i diritti delle persone coinvolte. Una buona gestione del caso non si misura nella rapidità con la quale viene individuata una responsabilità, ma nella capacità di costruire una risposta tempestiva, proporzionata, documentata e rispettosa delle garanzie. Sanzionare il bullismo è sufficiente? Il rapporto tra disciplina ed educazione La sanzione disciplinare può rappresentare uno strumento necessario quando uno studente viola consapevolmente le regole della convivenza scolastica. Tuttavia, attribuire alla sanzione una funzione automaticamente rieducativa significa sopravvalutarne la portata. Una sospensione può interrompere temporaneamente un comportamento, ma non garantisce che lo studente abbia riconosciuto il danno prodotto. Una nota disciplinare può segnalare il disvalore di una condotta, senza modificare necessariamente le convinzioni o i meccanismi relazionali che l’hanno sostenuta. Occorre distinguere tre dimensioni: responsabilità, conseguenza e cambiamento. La responsabilità riguarda il riconoscimento delle proprie azioni. La conseguenza riguarda la risposta istituzionale a una violazione. Il cambiamento richiede un processo educativo attraverso il quale lo studente apprenda modalità alternative di relazione. Queste dimensioni possono integrarsi, ma non coincidono. In alcuni casi può risultare appropriato un percorso di responsabilizzazione individuale, accompagnato da attività educative specifiche, dal coinvolgimento della famiglia e da una verifica nel tempo. Eventuali pratiche riparative devono tuttavia rispettare il principio di volontarietà e le condizioni di sicurezza della persona che ha subito il comportamento. Non possono diventare strumenti di pressione alla riconciliazione. L’obiettivo educativo non è ottenere una confessione o una scusa formale, ma promuovere la comprensione del danno, l’assunzione di responsabilità e la riduzione del rischio di reiterazione….

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