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  • “Stefano Benni, la scomparsa e l’eredità di Margherita Dolcevita”.

    “Stefano Benni, la scomparsa e l’eredità di Margherita Dolcevita”.

    Ci sono romanzi che, con leggerezza apparente, affondano le mani nel cuore della contemporaneità, smascherandone le fragilità e i cortocircuiti. Margherita Dolcevita (Feltrinelli, 2005) di Stefano Benni è uno di questi: un libro ironico e struggente, che si legge come una favola nera capace di parlare tanto agli adulti quanto agli adolescenti.

    La protagonista è Margherita, detta “Dolcevita”: quattordici anni, cuore generoso, spirito ribelle e uno sguardo acuto che decifra i silenzi degli adulti meglio delle loro parole. Vive in una famiglia eccentrica, tratteggiata con la consueta vena caricaturale di Benni: il padre disilluso, la madre ossessiva, il fratello tecno-dipendente, il nonno visionario. Un microcosmo che riflette, in forma grottesca e poetica, la società italiana sospesa tra consumismo, perdita di valori e omologazione.

    Il romanzo si anima con l’arrivo dei “Del Bene”, misteriosi vicini che incarnano un capitalismo scintillante e predatorio. Case perfette, sorrisi di plastica, promesse di benessere assoluto: dietro la facciata, la voragine dell’alienazione. Margherita, con il suo occhio critico e la sua sensibilità ferita, diventa coscienza e resistenza: la sua adolescenza non è un’età spensierata, ma il luogo drammatico in cui si combatte la lotta per l’anima della società.

    Lo stile di Benni alterna lirismo e comicità, favola e satira sociale. La lingua, intrisa di invenzioni, calembour e iperboli, costruisce una narrazione che sa far ridere e, nello stesso tempo, inquietare. Il lettore avverte, sotto la risata, la malinconia di un mondo che rischia di spegnersi nella sua stessa iperconnessione e nei suoi falsi bisogni.

    Margherita Dolcevita è una metafora attualissima dell’adolescenza e del nostro tempo: ci ricorda che crescere significa difendere la propria capacità di sognare, senza cedere alle sirene del conformismo. È un libro che genitori, educatori e terapeuti dovrebbero leggere per comprendere lo sguardo ferito e insieme lucido delle nuove generazioni.

    Con la scomparsa di Stefano Benni, avvenuta oggi, 9 settembre 2025, a Bologna, si chiude un capitolo luminoso della letteratura italiana contemporanea. Aveva 78 anni e da tempo lottava contro una lunga e invalidante malattia.

    Addio, ad uno scrittore che non salì mai in cattedra, che amava sorprenderci con neologismi, iperboli, paradossi e invenzioni linguistiche — un autore che ha saputo rendere la satira culturale un atto d’amore per il mondo e per la parola. Che il suo lascito continui, in ogni frase letta ad alta voce, a farci ridere, a indurci a guardare il mondo con occhi più acuti, più solidali, più vivi.

    “Noi siamo quello che sembriamo ma non sempre sembriamo quello che pensiamo di sembrare.”

    Stefano Benni 12 Agosto 1947 – 9 Settembre 2025

  • Psicologia e tradizioni popolari: perché crediamo nei rituali magici?

    Psicologia e tradizioni popolari: perché crediamo nei rituali magici?

    Introduzione

    Dal malocchio agli amuleti, dalle formule segrete alle superstizioni quotidiane: l’essere umano, in tutte le culture, ha creato rituali per proteggersi da ciò che non può controllare.
    Ma perché crediamo così facilmente a queste pratiche? Perché siamo disposti a piegare le nostre decisioni a riti e credenze, pur di sentirci dire ciò che, inconsciamente, desideriamo?

    Malocchio e bisogno di controllo

    Il malocchio è uno degli esempi più diffusi di credenza popolare: uno sguardo carico d’invidia o cattiva intenzione capace di “colpire” la vittima.
    La psicologia spiega questo fenomeno come strategia di riduzione dell’incertezza. Quando la vita sembra fuori controllo, il cervello tende a “vedere” connessioni anche dove non ci sono. Whitson e Galinsky (2008) hanno dimostrato che la mancanza di controllo aumenta la percezione di pattern inesistenti: un meccanismo che alimenta superstizioni e rituali.

    La forza del rituale: placebo e suggestione

    Quando una persona “si fa togliere l’occhio” attraverso acqua, olio o formule segrete, spesso sperimenta un reale sollievo. Perché?
    Entra in gioco la risposta placebo. Come spiega Fabrizio Benedetti (2005), il contesto simbolico di cura può attivare nel cervello sistemi neurochimici legati a dopamina e oppioidi endogeni, generando benessere autentico. Non è “solo credere”: è un effetto biologico innescato da aspettative e ritualità.

    Il potere delle parole

    Un altro fattore decisivo è la psicologia del riconoscimento. Le persone si sentono attratte da chi sa dire ciò che inconsciamente vogliono sentire: che il male non dipende da loro, che c’è una spiegazione esterna, che esiste un rimedio accessibile.
    È lo stesso meccanismo che rafforza gli oroscopi o i consigli “magici”: dare un nome all’angoscia e trasformarla in una narrazione condivisibile. Come notava Clifford Geertz, l’uomo ha bisogno di sistemi simbolici per dare senso al dolore e all’incertezza.

    Norme sociali e conformità

    Le credenze popolari non vivono solo nella mente individuale: sono pratiche sociali. Adeguarsi al rito significa restare parte della comunità. Gli esperimenti sulla conformità (Asch, 1951 e repliche moderne) dimostrano che le persone preferiscono spesso sbagliarsi insieme agli altri piuttosto che avere ragione da sole. Così il rituale diventa anche un codice di appartenenza.

    Psicologia antropologica: cosa ci incastra davvero?

    Questi rituali funzionano perché intrecciano diversi livelli:

    • Psicologico: riducono ansia e offrono sollievo simbolico.
    • Biologico: attivano meccanismi placebo che influenzano corpo e mente.
    • Antropologico: rafforzano identità e coesione sociale.
    • Fenomenologico: sono esperienze incarnate, vissute nel corpo come liberazione.

    In altre parole, crediamo perché il rito parla contemporaneamente alla nostra psiche, al nostro corpo e al nostro bisogno di comunità.

    Conclusione

    Il malocchio, la medicina dell’occhio, gli amuleti: non sono semplici superstizioni, ma strumenti culturali che hanno dato all’uomo la possibilità di sentirsi meno solo di fronte al dolore. La psicologia ci mostra che ciò che chiamiamo “magia” è spesso una risposta sofisticata al bisogno di significato e appartenenza.
    E allora la domanda diventa: davvero siamo così lontani da quei rituali? O continuiamo, ogni giorno, a cercare qualcuno che ci dica esattamente quello che vogliamo sentire?

  • Sbadiglio e scuola: quando il cervello chiede una pausa

    Sbadiglio e scuola: quando il cervello chiede una pausa

    Oltre la noia: un segnale da interpretare

    In classe lo sbadiglio viene spesso letto da insegnanti e compagni come sinonimo di noia o disinteresse. Ma le neuroscienze educative ci dicono che non è così semplice: lo sbadiglio può essere un indice di sovraccarico cognitivo.

    Uno studente che segue una lezione frontale lunga, in un’aula rumorosa e con richieste multiple, sta consumando molte risorse attentive. Lo sbadiglio diventa allora un atto di autoregolazione fisiologica, simile a una valvola di sfogo, per segnalare che la mente ha bisogno di una pausa.

    Evidenze scientifiche sullo sbadiglio

    Diversi studi hanno approfondito la funzione neurocognitiva dello sbadiglio. Andrew C. Gallup (2014) ha ipotizzato che lo sbadiglio sia un meccanismo di termoregolazione cerebrale, utile a raffreddare il cervello sotto stress cognitivo. Smith e colleghi (2021) hanno osservato che gli studenti sbadigliano più frequentemente in condizioni di compiti attentivi prolungati, specialmente quando la lezione supera i 30-40 minuti senza pause. Altri lavori (Eldakar & Gallup, 2012) hanno collegato lo sbadiglio a processi di sincronizzazione sociale: in classe, lo sbadiglio di uno studente può innescare una risposta simile negli altri, segnalando un calo collettivo dell’attenzione.

    Questi dati confermano che lo sbadiglio non è un semplice atto riflesso, ma un indice sensibile di sovraccarico cognitivo e stato attentivo, con implicazioni dirette nella progettazione didattica.

    Carico cognitivo e apprendimento

    La teoria del carico cognitivo (Sweller, 1988) applicata alla scuola ci ricorda che la memoria di lavoro ha limiti precisi: se il flusso di informazioni è troppo denso, l’apprendimento si blocca.
    Lo sbadiglio in classe, quindi, può dirci che:

    • la lezione è troppo lunga o monotona,
    • le strategie didattiche non alternano abbastanza canali (uditivo, visivo, motorio),
    • lo studente sta vivendo un sovraccarico sensoriale (tipico in alcuni alunni con ADHD o ASD).

    Didattica e autoregolazione

    Cosa possono fare gli insegnanti?

    • Prevedere micro-pause: anche solo 2 minuti di movimento o respirazione.
    • Variare il ritmo didattico: spiegazione, attività breve, confronto.
    • Accogliere i segnali corporei (sbadiglio, irrequietezza, perdita di attenzione) come indicatori di limite cognitivo, non come “maleducazione”.
    • Favorire strategie di autoregolazione: insegnare agli studenti che lo sbadiglio è un segnale utile, non qualcosa da reprimere.

    Una prospettiva inclusiva

    Nella scuola inclusiva, osservare i comportamenti fisiologici come lo sbadiglio significa leggere i bisogni dietro i gesti. Per un alunno con DSA o ADHD, ad esempio, sbadigliare ripetutamente non vuol dire disinteresse, ma “sto faticando a tenere il passo”.
    Riconoscerlo permette di adattare la lezione e di rispettare i tempi di apprendimento di ciascuno.

  • Educare alla sessualità: oltre il consumo, verso una relazione autentica

    Educare alla sessualità: oltre il consumo, verso una relazione autentica

    Introduzione

    L’educazione alla sessualità in adolescenza costituisce una delle sfide più delicate e decisive della scuola e della famiglia contemporanea. Lungi dall’essere mera trasmissione di nozioni biologiche o precauzioni igienico-sanitarie, essa richiede un’antropologia di riferimento capace di orientare la persona verso una maturazione integrale, dove la sessualità non sia ridotta a consumo, ma riconosciuta come linguaggio di relazione, crescita e condivisione.

    Antropologia relazionale come fondamento

    L’adolescente, posto di fronte alle trasformazioni corporee e identitarie, ricerca significati profondi attraverso la propria esperienza affettiva. È qui che una visione antropologica relazionale diviene imprescindibile: l’essere umano non si definisce solo in termini di istinto, ma come soggetto in relazione, in cui l’incontro con l’altro rappresenta un cammino di crescita reciproca.
    La sessualità, in tale prospettiva, non è un atto isolato, ma la conseguenza di dinamiche di fiducia, comunicazione e riconoscimento reciproco.

    Il rischio del consumismo sessuale precoce

    I dati epidemiologici confermano un abbassamento progressivo dell’età del primo rapporto sessuale (in Italia tra i 15 e i 16 anni, ISTAT 2023). Parallelamente, si registra un aumento di comportamenti a rischio, dal sexting all’esposizione precoce a contenuti pornografici. Questo fenomeno, che potremmo definire consumismo sessuale precoce, veicola un messaggio illusorio: la sessualità come oggetto di mercato e non come incontro esistenziale.
    Tale dinamica produce fragilità psichiche, compromettendo lo sviluppo di una sana capacità di scelta e di elaborazione affettiva.

    La scuola come spazio educativo privilegiato

    La scuola, lungi dall’essere luogo neutro, rappresenta un laboratorio di convivenza e di crescita. L’educazione alla sessualità non può limitarsi a interventi occasionali, ma deve inserirsi in un progetto formativo coerente, capace di integrare dimensioni psicologiche, etiche, corporee e sociali.
    Si tratta di promuovere una pedagogia della responsabilità, dove il corpo non sia ridotto a oggetto, ma riconosciuto come dimensione essenziale della persona, dotata di dignità e potenzialità relazionali.

    Verso una sessualità come linguaggio di vita

    Educare significa restituire ai ragazzi la possibilità di comprendere che la sessualità non è il punto di partenza, bensì l’approdo di una relazione che ha già conosciuto la cura, la fiducia e il rispetto. Solo in questo orizzonte l’atto sessuale perde il carattere consumistico e diviene esperienza di autentica reciprocità.
    L’adolescente che impara a leggere la sessualità come narrazione di sé e dell’altro sarà un adulto più capace di vivere la propria intimità con responsabilità e libertà interiore.

  • Il complesso edipico: genealogia psicoanalitica di un paradigma fondativo

    Il complesso edipico: genealogia psicoanalitica di un paradigma fondativo

    Introduzione

    Il complesso edipico rappresenta una delle strutture cardine della teoria psicoanalitica freudiana e continua a costituire un dispositivo ermeneutico imprescindibile nello studio dello sviluppo psicodinamico infantile. Introdotto da Sigmund Freud nei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905) e successivamente rielaborato in scritti più maturi, il concetto assume valenza universale nell’esplicitare i processi attraverso cui il soggetto costruisce la propria identità, la dimensione della legge e il rapporto con la desiderabilità dell’Altro.

    Definizione tecnica

    Il complesso edipico designa l’insieme di fantasie inconsce e di investimenti libidici che il bambino, attorno ai 3-6 anni, rivolge nei confronti del genitore di sesso opposto, vissuto come oggetto privilegiato di amore e desiderio. Parallelamente, il genitore dello stesso sesso viene percepito come rivale e ostacolo, catalizzando sentimenti ambivalenti di ostilità, gelosia e al contempo di identificazione.

    Dal punto di vista tecnico, tale dinamica costituisce la matrice originaria del Super-Io, in quanto l’interiorizzazione della figura genitoriale frustrante o proibente determina la costruzione delle istanze morali e normative che regolano la vita psichica adulta.

    Dimensione simbolica e strutturale

    Il complesso edipico non è riducibile a un mero conflitto pulsionale. Esso si configura piuttosto come nucleo strutturante della soggettività, nella misura in cui introduce il bambino all’ordine simbolico, al riconoscimento del limite e alla necessità della rinuncia pulsionale. Come sottolinea Jacques Lacan, l’Edipo va interpretato non solo come vicenda familiare, bensì come “funzione del Nome-del-Padre”, ossia la possibilità di accesso al linguaggio, alla legge e al desiderio mediato dall’Altro.

    Aspetti evolutivi e clinici

    Lo scioglimento del complesso edipico, che avviene normalmente intorno alla latenza (6-11 anni), rappresenta un passaggio imprescindibile verso l’acquisizione di una identità sessuata stabile e di una più complessa organizzazione relazionale.
    In psicopatologia, fissazioni o regressioni a tale fase possono manifestarsi in diverse configurazioni:

    • nevrosi ossessive, nelle quali la colpa edipica permane come nodo irrisolto;
    • disturbi dell’identità e difficoltà nelle relazioni oggettuali;
    • configurazioni di dipendenza o di rivalità patologica.

    Attualità del concetto

    Nonostante le critiche provenienti da approcci post-freudiani, femministi e neuroscientifici, il concetto mantiene una forza esplicativa significativa. Recenti studi interculturali (Shweder, 2003; Chodorow, 2012) dimostrano come la dinamica edipica si presenti con modulazioni differenti nei vari contesti sociali, ma permanga come struttura simbolica universale nell’organizzazione del desiderio e dell’interdizione.

    Conclusione

    Il complesso edipico, lungi dall’essere un relitto teorico, resta una chiave interpretativa fondamentale per la comprensione del divenire soggettivo, delle dinamiche familiari e delle configurazioni cliniche. La sua attualizzazione nel contesto odierno richiede uno sguardo comparativo e transculturale, capace di integrare i paradigmi psicoanalitici con le neuroscienze affettive e la psicologia dello sviluppo.

  • Disturbo Oppositivo Provocatorio nei bambini e negli adolescenti.

    Disturbo Oppositivo Provocatorio nei bambini e negli adolescenti.

    Il Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP) è una delle sfide educative più complesse che i genitori possano affrontare. Non si tratta di semplici “capricci”, ma di un quadro clinico caratterizzato da comportamenti oppositivi, provocatori e polemici che logorano la vita familiare e scolastica. Molti genitori arrivano allo studio dello psicologo con la stessa domanda: “Come si spegne la polemica? Dobbiamo dire sempre sì, anche quando non dovremmo?”

    La risposta è no: dire sempre sì non aiuta, ma nemmeno lo scontro continuo è la strada. Serve un approccio educativo basato su fermezza calma, regole chiare e strategie comunicative efficaci.

    Disturbo Oppositivo Provocatorio in età infantile

    Nei bambini piccoli il DOP si manifesta con:

    • rifiuto di eseguire compiti semplici,
    • opposizione sistematica agli adulti,
    • scoppi d’ira frequenti,
    • sfida costante alle regole.

    In questa fase la gestione passa soprattutto dal contenimento emotivo e dall’insegnare gradualmente la tolleranza alla frustrazione.

    Disturbo Oppositivo Provocatorio in adolescenza

    Quando il DOP arriva all’adolescenza, la situazione si complica. L’oppositività si intreccia con la fisiologica ricerca di autonomia tipica di questa età.

    Caratteristiche principali in adolescenza:

    • Sfide più forti: i “no” diventano aperti atti di ribellione, spesso davanti ai pari o agli insegnanti.
    • Conflitti familiari accesi: ogni regola diventa terreno di scontro, con escalation che possono degenerare in rottura del dialogo.
    • Rischi maggiori: aumento della possibilità di comportamenti a rischio (uso di sostanze, bullismo, abbandono scolastico).
    • Autostima fragile: dietro la rabbia c’è spesso un senso di inadeguatezza non riconosciuto.

    Strategie educative per genitori di adolescenti con DOP

    1. Regole poche ma chiare – un adolescente con DOP non tollera il controllo costante, ma ha bisogno di confini stabili.
    2. Dialogo senza prediche – comunicare in modo diretto, evitando sermoni infiniti che innescano la sfida.
    3. Responsabilità condivisa – coinvolgere l’adolescente nella definizione delle regole aumenta la percezione di controllo.
    4. Gestione della rabbia – insegnare tecniche di autoregolazione emotiva (respirazione, sport, musica, attività creative).
    5. Alleanza con la scuola – fondamentale un fronte educativo comune tra docenti e genitori.

    Consigli pratici per spegnere la polemica

    • Evitare di reagire alle provocazioni con urla.
    • Usare il sì condizionato (“Sì, puoi uscire… quando hai finito lo studio”).
    • Rinforzare i comportamenti positivi anche se minimi.
    • Restare calmi e non alimentare la spirale di sfida.
    • Cercare un supporto psicologico specializzato quando il conflitto supera la gestione familiare.

    Conclusione

    Il Disturbo Oppositivo Provocatorio, sia nei bambini sia negli adolescenti, non si affronta con il “sì” a tutti i costi, ma con no coerenti, regole chiare e capacità di mantenere la calma. Nell’adolescenza la sfida è più complessa, ma anche più decisiva: gestire la ribellione senza spegnere la personalità significa trasformare il conflitto in un percorso di crescita.

  • Un nuovo anno scolastico

    Un nuovo anno scolastico

    Pensieri sparsi per gli insegnanti.

    Caro collega

    l’inizio di un nuovo anno scolastico porta con sé più interrogativi che certezze. La scuola italiana si trova oggi a fronteggiare sfide complesse e inedite, che interpellano tanto la pedagogia quanto la politica educativa.

    Le recenti indicazioni del Ministro Valditara pongono attenzione a due nodi cruciali: l’uso regolamentato degli smartphone e l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi formativi. Sono strumenti che non possono essere liquidati come nemici, ma che devono essere governati con consapevolezza: la loro presenza chiede di ripensare metodi, contenuti e ruoli educativi.

    Neurodivergenze e ansia scolastica

    Sempre più evidenti sono i bisogni legati alle neurodivergenze e al diffondersi dell’ansia scolastica. Non si tratta di emergenze isolate, ma di fenomeni strutturali che chiedono di riformulare le programmazioni didattiche con maggiore flessibilità. La scuola è chiamata a diventare realmente inclusiva, capace di piegarsi senza spezzarsi.

    In questo senso, ciascun docente dovrebbe sentirsi, almeno in parte, insegnante di sostegno: non per sostituirsi a figure specialistiche, ma per riconoscere che la conoscenza cresce soltanto se trova terreno fertile nella relazione educativa.

    La questione della dignità

    C’è poi un capitolo che riguarda da vicino la condizione degli insegnanti: gli stipendi. L’Italia resta in ritardo rispetto agli altri Paesi europei. Non è una questione meramente economica: più risorse significano più dignità professionale, più tempo per la formazione, più possibilità di crescita.

    Occorrerebbe introdurre un diritto a un anno sabbatico ogni sette, destinato all’aggiornamento, allo studio e alla ricerca. Sarebbe un investimento sulla qualità dell’istruzione, non un privilegio individuale.

    Una riflessione conclusiva

    Italo Calvino scriveva: «La scuola è il luogo dove si impara a leggere il mondo e a scriverlo di nuovo».
    Questa è la vera sfida: preservare la missione educativa della scuola italiana, rinnovandola senza tradirne il senso profondo.

  • Bed Rotting: il fenomeno del “restare a letto”

    Bed Rotting: il fenomeno del “restare a letto”

    Introduzione

    Negli ultimi mesi, soprattutto nei social network frequentati da giovani e adolescenti, ha preso piede un termine suggestivo: bed rotting. Tradotto letteralmente, significa “marcire a letto”. Dietro questa espressione volutamente provocatoria si cela una pratica diffusa: trascorrere intere giornate a letto, tra serie tv, scroll infinito, snack e inattività, quasi a voler sospendere il mondo esterno.

    Ma di cosa si tratta realmente? È un semplice trend o un campanello d’allarme psicologico?

    Un sintomo mascherato da “self-care”

    Il bed rotting viene spesso presentato come una forma di auto-cura: concedersi una pausa radicale, spegnere gli impegni e rifugiarsi in uno spazio protetto. In alcuni casi, brevi momenti di questo tipo possono avere una funzione rigenerativa, soprattutto in contesti di stress acuto.

    Tuttavia, diversi studi di psicologia clinica segnalano che l’inattività protratta è strettamente correlata a sintomi depressivi, disregolazione emotiva e comportamenti di evitamento. La ricerca condotta da Henkel e colleghi (2010) mostra come l’eccessiva permanenza a letto sia un predittore di disturbi depressivi maggiori e di peggioramento della qualità del sonno.

    La cornice psicopatologica

    Il bed rotting può essere letto come una risposta passiva a:

    • ansia scolastica e lavorativa, dove il letto diventa rifugio;
    • burnout: negli studenti universitari, la sindrome da esaurimento si traduce spesso in inattività prolungata;
    • depressione: il sintomo cardine è proprio l’anedonia, ossia l’incapacità di trarre piacere da attività quotidiane.

    Uno studio pubblicato sul Journal of Affective Disorders (2022) ha evidenziato come la “ruminazione a letto” sia strettamente legata all’aumento di pensieri negativi e all’aggravarsi della sintomatologia ansioso-depressiva.

    Psicologia delle nuove generazioni

    Non va trascurato l’aspetto culturale. Nella Generazione Z, l’atto di “restare a letto” viene talvolta rivendicato come gesto politico contro l’iper-produttività e il culto della performance. Tuttavia, la linea di confine tra resistenza culturale e rischio clinico è sottile: quando il bed rotting diventa abitudine costante, può trasformarsi in un circolo vizioso di isolamento e perdita di motivazione.

    Strategie di intervento clinico

    Uno psicologo clinico, di fronte a questo fenomeno, non si limita a stigmatizzare, ma:

    • indaga funzioni psicologiche e contesti relazionali che portano al ritiro;
    • lavora su tecniche di attivazione comportamentale, per spezzare il ciclo dell’inattività;
    • incoraggia la regolazione del ritmo sonno-veglia, compromesso da lunghe permanenze a letto;
    • utilizza strumenti di psicoeducazione per distinguere riposo rigenerativo da evitamento patologico.

    Conclusione

    Il bed rotting non è soltanto un trend social, ma un fenomeno clinicamente rilevante, specchio di un malessere diffuso nelle nuove generazioni. Se da un lato può rappresentare un momentaneo bisogno di riposo, dall’altro rischia di celare forme più gravi di disagio psicologico.

    In questo senso, come ricorda il DSM-5, l’elemento discriminante non è il comportamento in sé, ma il grado in cui esso compromette il funzionamento sociale, scolastico e lavorativo.

  • Perché Agostino è più attuale di Freud

    Perché Agostino è più attuale di Freud

    La confessione come atto di verità

    Nel tempo in cui l’“io” si moltiplica in selfie e diagnosi, dove la confessione ha perso la sua dimensione sacra per farsi narrazione social o seduta di terapia, riscoprire Agostino può non solo sorprendere, ma persino guarire.

    Il vescovo d’Ippona non si limita a raccontare sé stesso: egli interroga l’abisso dell’anima, cercando in ogni battito interiore il riflesso di un Altro. Nelle Confessiones non c’è solo autobiografia, ma una forma radicale di autocoscienza, un’apertura alla luce che scandaglia il cuore più di quanto non faccia l’interpretazione dei sogni.

    Agostino e Freud: due modelli di profondità

    Freud ha aperto le porte dell’inconscio, ma Agostino ha abitato le stanze della coscienza. Il primo cerca le cause nascoste, il secondo cerca il senso. Freud decifra, Agostino ascolta. Entrambi scavano, ma con utensili diversi: lo psicoanalista con la parola analitica, il teologo con il silenzio orante.

    Se Freud ha dato voce ai traumi, Agostino ha dato voce al desiderio che salva. Non è forse questo il nodo cruciale? Oggi la psicologia rischia di fermarsi all’origine del male, mentre Agostino osa chiedere: “Che cosa amo, quando amo il mio Dio?” (Confessioni X,6,8). Una domanda che oltrepassa il passato per orientare il futuro.

    Il cuore inquieto dell’uomo moderno

    Agostino sapeva che non si guarisce solo comprendendo, ma orientando. In un tempo in cui l’analisi spesso si chiude nell’autoreferenzialità dell’“io ferito”, egli offre una via ulteriore: la trascendenza.

    Scrive: “Ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Conf. I,1,1). Un’inquietudine che non cerca solo una spiegazione, ma una casa.

    Freud leggeva i simboli, Agostino li abitava. Il primo era medico dell’inconscio, il secondo pellegrino del cuore.

    Perché Agostino è più attuale

    Oggi abbiamo strumenti diagnostici, terapie brevi, app per la meditazione e per il respiro. Eppure la fame d’interiorità resta. Anzi, cresce. In questo scenario iperanalitico e spesso iperfragile, Agostino parla con forza nuova.

    Perché non offre tecniche, ma uno sguardo verticale.

    Perché non propone la “liberazione dai sintomi”, ma l’integrazione dell’essere.

    Perché non cerca semplicemente la causa del dolore, ma l’origine del senso.

    Agostino non è un’alternativa a Freud: è la sua profondità perduta. La sua introspezione teologica è ciò che manca a una psiche che ha dimenticato l’anima.

  • Open School del Terzo Paradiso

    Open School del Terzo Paradiso

    La scuola parentale che rivoluziona l’educazione.

    Introduzione

    Negli ultimi anni la città di Biella è diventata un laboratorio educativo internazionale grazie alla nascita della Open School del Terzo Paradiso, un progetto scolastico parentale complementare alla scuola statale. Nato nel 2021 su iniziativa di Cittadellarte – Fondazione Pistoletto e dell’associazione Associazionedidee, questo modello ha attirato l’attenzione di pedagogisti, famiglie e ricercatori di tutta Italia. La sua originalità risiede nella capacità di coniugare arte, comunità ed educazione, secondo i principi del “Terzo Paradiso” di Michelangelo Pistoletto e del concetto di Learning Arcipelago.

    Che cos’è l’Open School del Terzo Paradiso

    L’Open School non è una semplice scuola privata o un doposcuola innovativo. È una scuola parentale complementare, riconosciuta come esperienza educativa autonoma ma in dialogo con il sistema scolastico nazionale. Accoglie bambini tra i 6 e gli 11 anni e propone un percorso che integra le discipline tradizionali con laboratori di arte, natura, filosofia, educazione civica, digitale e performativa (si pensi all’uso del circo come strumento didattico).

    Al centro vi è la visione che “l’educazione è un ecosistema”, non confinato nelle mura scolastiche ma diffuso nei luoghi di cultura e di comunità: musei, biblioteche, cooperative sociali, spazi urbani, orti condivisi.

    Il modello pedagogico: il Learning Arcipelago

    La filosofia educativa dell’Open School si ispira al concetto di Learning Arcipelago, ossia un arcipelago di luoghi e saperi collegati da ponti e connessioni. Non una scuola-isola, ma una scuola-rete.

    I tratti distintivi:

    • Didattica diffusa: la città e il territorio diventano aula estesa.
    • Comunità educante: genitori, insegnanti, artisti, operatori sociali partecipano al progetto.
    • Interdisciplinarità: arte, scienza e tecnologia dialogano costantemente.
    • Governance partecipata: le decisioni educative sono frutto di co-progettazione tra famiglie, docenti e partner istituzionali.

    Si tratta, a tutti gli effetti, di una “pedagogia ecologica”, capace di collegare educazione formale, non formale e informale.

    La resilienza post-pandemica

    Durante la pandemia l’Open School si è distinta per la capacità di reinventarsi:

    • con podcast educativi curati da una redazione di bambini (“Comeapprenderemo”),
    • con residenze estive di apprendimento esperienziale,
    • con l’Academy della Comunità Educante, un percorso di formazione rivolto agli insegnanti e agli educatori, per rigenerare le pratiche scolastiche.

    Queste esperienze hanno mostrato come il progetto non sia solo una scuola alternativa, ma un cantiere pedagogico permanente.

    Numeri e organizzazione attuale

    Per l’anno scolastico 2024/25, la scuola conta 23 alunni regolarmente iscritti. Non si tratta di grandi numeri, ma di una scelta deliberata: la dimensione ridotta garantisce la personalizzazione dei percorsi, l’attenzione al bambino e l’implementazione di metodologie attive come il cooperative learning e la didattica laboratoriale.

    Impatto sul territorio e replicabilità

    La Open School del Terzo Paradiso non vuole restare un’esperienza isolata. Il suo obiettivo è contaminare il sistema scolastico pubblico, mostrando come sia possibile innovare attraverso:

    • alleanze educative territoriali,
    • formazione docenti,
    • partnership con istituzioni culturali,
    • coinvolgimento attivo delle famiglie.

    Il progetto appare scalabile e replicabile, configurandosi come un prototipo di scuola del futuro, in linea con le raccomandazioni europee su educazione inclusiva, sostenibilità e cittadinanza attiva (cfr. EU Key Competences for Lifelong Learning, 2018).

    Analisi pedagogica

    Dal punto di vista scientifico, l’Open School intercetta alcune tendenze cruciali dell’educazione contemporanea:

    1. Centralità dell’esperienza (Dewey, Montessori): l’apprendimento nasce dall’esperienza diretta.
    2. Educazione estetica e creativa (Nussbaum, Eisner): l’arte non è solo ornamento, ma motore cognitivo ed etico.
    3. Comunità educante (Bronfenbrenner): il contesto sociale è parte integrante del processo di crescita.
    4. Scuola come ecosistema (Morin): complessità e interconnessione sono la vera grammatica del sapere.

    Conclusione: un laboratorio per la scuola italiana

    L’Open School del Terzo Paradiso è oggi un piccolo ma straordinario esperimento che unisce arte, pedagogia e comunità. Non sostituisce la scuola statale, ma la completa e la sfida a ripensarsi.

    Come pedagogista e psicologo, osservo con interesse come questo modello biellese stia dimostrando che un’altra scuola è possibile: una scuola che educa non solo alla conoscenza, ma alla cittadinanza creativa, ecologica e solidale.