Categoria: Neuropsicologia

  • Cervello e lampadina da 20 W: quanto consuma davvero

    Cervello e lampadina da 20 W: quanto consuma davvero

    Introduzione

    Spesso si sente dire che il cervello “consuma energia come una lampadina da 20 W”. Non è soltanto una metafora suggestiva: anche a riposo, il nostro cervello assorbe una quota sorprendentemente elevata dell’energia corporea. Ma cosa significa davvero questo paragone? E quali implicazioni ha per la nostra vita quotidiana, la didattica e la neuropsicologia?

    Perché si parla di lampadina da 20 W

    Il cervello rappresenta circa il 2 % della massa corporea, ma utilizza quasi il 20 % dell’energia basale. Questo consumo costante è stato paragonato all’energia necessaria per mantenere accesa una piccola lampadina domestica. È un modo semplice per rendere l’idea: il cervello è un organo metabolicamente “caro”, che richiede risorse continue anche quando non stiamo compiendo azioni particolarmente impegnative.

    Dove va l’energia del cervello

    Gran parte dell’energia è utilizzata per mantenere attive le sinapsi e le pompe ioniche che regolano gli scambi di sodio e potassio, fondamentali per la trasmissione nervosa. Una quota altrettanto importante è destinata alle attività spontanee di fondo, come il funzionamento delle reti neurali di default e la regolazione dell’attività cosciente.

    La materia grigia, più ricca di sinapsi, è molto più energivora della materia bianca. Inoltre, studi recenti hanno mostrato che passare da uno stato di riposo a un’attività cognitiva complessa comporta solo un lieve incremento dei consumi: la gran parte dell’energia è già “bloccata” nei processi di base che mantengono vivo e attivo il cervello.

    Implicazioni neuropsicologiche e didattiche

    La consapevolezza che il cervello abbia risorse energetiche limitate porta con sé diverse conseguenze:

    • Gestione dell’attenzione: attività prolungate e senza pause riducono l’efficienza cognitiva. Suddividere lo studio in blocchi con intervalli favorisce una migliore assimilazione.
    • Redistribuzione delle risorse: quando una regione cerebrale aumenta il proprio consumo, altre aree possono ridurre la loro attività. Questo spiega perché concentrazione intensa e multitasking non vanno d’accordo.
    • Varietà dei compiti: alternare stimoli visivi, uditivi e motori riduce il sovraccarico su un unico network cerebrale, distribuendo meglio l’energia disponibile.
    • Benessere e nutrizione: il cervello dipende da un apporto costante di glucosio e ossigeno. Una cattiva alimentazione, la deprivazione di sonno o lo stress cronico ne compromettono il funzionamento.

    Limiti e prospettive

    La metafora della lampadina è efficace ma semplifica un sistema complesso. Non esiste una corrispondenza diretta tra consumo cerebrale e watt elettrici, e ogni individuo presenta variazioni legate all’età, allo stato di salute e all’attività sinaptica. Nonostante ciò, l’analogia aiuta a comprendere un punto essenziale: il cervello non si “spegne” mai, e il suo consumo energetico rimane elevato anche nei momenti di apparente inattività.

    Conclusione

    Il cervello, pur rappresentando una minima parte del corpo, è l’organo che più consuma energia. Pensarlo come una “lampadina sempre accesa” ci ricorda che la nostra mente ha un costo biologico costante, che va sostenuto con buone abitudini di vita, pause cognitive e strategie didattiche mirate. Capire questo meccanismo non è soltanto una curiosità scientifica: è un invito a rispettare i tempi e i limiti naturali del nostro cervello, valorizzando le sue straordinarie capacità senza forzarlo oltre misura.

  • Perché proviamo nausea quando abbiamo ansia?

    Perché proviamo nausea quando abbiamo ansia?

    La nausea da ansia è un sintomo frequente che accomuna studenti, lavoratori e chiunque viva situazioni di forte stress. Non si tratta di un malessere “immaginario”, ma di un fenomeno radicato nei meccanismi neuropsicologici che collegano cervello, sistema nervoso autonomo e apparato digerente.

    Ansia e cervello: l’amigdala come centralina dell’allarme

    Quando percepiamo una minaccia, l’amigdala entra in azione attivando il sistema nervoso simpatico. Il corpo viene preparato a reagire con la classica risposta “fight or flight” (combatti o fuggi).
    Questo processo comporta una redistribuzione del sangue: l’afflusso si concentra nei muscoli e nel cuore, sottraendo risorse allo stomaco e all’intestino. Risultato? La digestione si blocca e compare il senso di nausea.

    Il ruolo del nervo vago

    Il nervo vago funge da ponte tra cervello e intestino.

    • Se è iperattivo, stimola contrazioni, ipersalivazione e nausea.
    • Se è ipoattivo, rallenta lo svuotamento gastrico, amplificando la sensazione di peso e malessere.

    Questo spiega perché alcuni soggetti, nei momenti di ansia acuta o di attacco di panico, sperimentano nausea intensa fino al vomito.

    I neurotrasmettitori intestinali

    Il cosiddetto “secondo cervello” – il sistema nervoso enterico – produce circa il 90% della serotonina dell’organismo. Alterazioni nei livelli di serotonina e dopamina, frequenti negli stati ansiosi, incidono direttamente sulla motilità intestinale e sulla percezione viscerale. Da qui la stretta connessione tra emozioni e sintomi gastrointestinali.

    Perché non tutti reagiscono allo stesso modo?

    La comparsa di nausea durante stati ansiosi dipende da vari fattori:

    • Vulnerabilità individuale: persone con stomaco sensibile o colon irritabile sono più esposte.
    • Condizionamento appreso: chi ha già vissuto attacchi di panico associa l’ansia al malessere fisico.
    • Somatizzazione: alcuni individui tendono a esprimere le emozioni soprattutto attraverso il corpo.

    Esempio pratico in ambito scolastico

    Uno studente in attesa di un’interrogazione sente lo stomaco “chiuso”. L’amigdala segnala pericolo, il sangue defluisce dall’apparato digerente e il nervo vago amplifica la percezione. In pochi istanti compaiono nausea, sudorazione e vertigini.

    Strategie per ridurre la nausea da ansia

    • Respirazione diaframmatica → calma l’attività del simpatico e stimola il parasimpatico.
    • Pausa cognitiva (pause attive, distrazioni brevi) → interrompe il circolo ansia-sintomo.
    • Alimentazione leggera prima di eventi stressanti → riduce il rischio di nausea.
    • Psicoeducazione e tecniche di rilassamento → aiutano a riconoscere il legame tra ansia ed effetti corporei.

    Conclusioni

    La nausea legata all’ansia è il risultato di un dialogo costante tra cervello e intestino. Comprendere questi meccanismi significa imparare a gestire meglio il proprio corpo nelle situazioni di stress quotidiano, dalla scuola al lavoro.

  • Riabilitare l’attenzione a scuola: neuroscienze e studi recenti

    Riabilitare l’attenzione a scuola: neuroscienze e studi recenti

    Introduzione

    La capacità di mantenere l’attenzione in classe è una delle sfide centrali della scuola contemporanea. Gli studenti trascorrono in media 5-6 ore seduti al giorno: ma questa condizione favorisce davvero la concentrazione e l’apprendimento?
    Le neuroscienze, unite alle pratiche educative adottate nei paesi nordici, offrono risposte chiare: l’attenzione va allenata e riabilitata attraverso pause, movimento e ambienti didattici più flessibili.

    Attenzione e limiti fisiologici

    Studi neuroscientifici hanno dimostrato che l’attenzione non è una risorsa illimitata.

    • Negli adolescenti il picco di attenzione sostenuta dura circa 15–20 minuti (Risko et al., Trends in Cognitive Sciences, 2016).
    • Oltre questo tempo, aumenta il rischio di mind wandering (divagazione mentale), con calo del rendimento e della memorizzazione.

    Stare fermi a lungo comporta sovraccarico cognitivo, perdita di motivazione e incremento di comportamenti disfunzionali (agitazione, sbadigli, distrazioni).

    Immobilità o movimento? Le evidenze scientifiche

    Secondo la cognitive load theory, il sovraccarico attentivo senza pause porta a un rapido esaurimento delle risorse cognitive.
    Le ricerche più recenti confermano che il movimento è un alleato dell’apprendimento:

    • Maiztegi-Kortabarria et al., 2024 (Frontiers in Psychology): le “pause attive” legate al contenuto curricolare migliorano attenzione e concentrazione.
    • Larose et al., 2024 (Journal of Activity, Sedentary and Sleep Behaviors): spazi flessibili, lezioni attive e interruzioni motorie riducono la sedentarietà e favoriscono la partecipazione.
    • Slattery et al., 2022 (Neuroscience & Biobehavioral Reviews): attività fisica, mindfulness e training cognitivo sono tra le strategie più efficaci per migliorare l’attenzione sostenuta.

    Strategie di riabilitazione attentiva

    1. Micro-pause cognitive
      Inserire pause di 2-3 minuti ogni 20 di lezione. Una semplice domanda stimolo, un breve lavoro di coppia o un cambio di ritmo possono riattivare la concentrazione.
    2. Didattica multimodale
      Alternare spiegazioni frontali, lavori di gruppo, attività pratiche e piccoli momenti di movimento. La varietà sensoriale aiuta il cervello a rinnovare l’attenzione.
    3. Autoregolazione attentiva
      Tecniche di respirazione, stretching e mindfulness applicate in classe riducono l’ansia e potenziano l’autocontrollo (Zenner et al., Mindfulness, 2014).
    4. Modularità dei tempi scolastici
      Progetti sperimentali in Nord Europa hanno introdotto lezioni da 40 minuti con 10 minuti di movimento: gli studi hanno registrato miglioramenti sia nella performance cognitiva che nel benessere psicosociale.

    Le scuole nordiche: esempi concreti

    I paesi nordici rappresentano un laboratorio di innovazione educativa, con strategie che incidono direttamente sulla qualità dell’attenzione:

    • Finlandia (2023–2024): ha introdotto una normativa che limita l’uso dei cellulari durante l’orario scolastico per ridurre le distrazioni e migliorare la concentrazione.
    • Svezia (2023–2025): ha avviato un ritorno a metodi “back to basics”: più lettura su carta, scrittura a mano, riduzione dell’uso digitale, per contrastare il calo dell’attenzione causato dall’iperconnessione.
    • Danimarca e Norvegia: diversi istituti hanno sperimentato un ban parziale degli smartphone e l’introduzione di pause motorie strutturate, osservando un aumento della partecipazione e della motivazione.

    Queste esperienze confermano che attenzione e benessere non si separano: la scuola deve diventare uno spazio che favorisce ritmi cerebrali naturali e riduce gli stimoli dispersivi.

    Conclusione

    Restare seduti 5-6 ore non agevola l’attenzione: al contrario, rischia di logorarla.
    Gli studi neuroscientifici e gli esempi concreti delle scuole nordiche dimostrano che l’attenzione può essere riabilitata e allenata con:

    • pause attive,
    • lezioni più brevi e modulari,
    • spazi flessibili,
    • limitazione delle distrazioni digitali.

    La sfida per la scuola italiana è tradurre queste evidenze in pratica didattica quotidiana. Solo così gli studenti potranno allenare davvero la capacità di pensare, ricordare, concentrarsi e crescere.

  • Colazione e cervello: un alleato imprescindibile per l’apprendimento

    Colazione e cervello: un alleato imprescindibile per l’apprendimento

    Introduzione

    La colazione rappresenta il primo rifornimento energetico dopo il digiuno notturno e, dal punto di vista neuropsicologico, costituisce un fattore determinante per le funzioni cognitive superiori. Saltarla non è soltanto un’abitudine alimentare rischiosa, ma una vera e propria interferenza con i processi di attenzione, memoria e regolazione emotiva. Studi recenti confermano che un adeguato apporto nutrizionale mattutino incide direttamente sul rendimento scolastico e sul benessere psicologico, in particolare durante l’età evolutiva.

    Il cervello e il fabbisogno energetico mattutino

    Il cervello umano, pur rappresentando circa il 2% del peso corporeo, consuma il 20-25% del glucosio circolante (Mergenthaler et al., Physiological Reviews, 2013). Dopo 8-10 ore di digiuno, le riserve epatiche di glicogeno risultano ridotte: senza un adeguato apporto di carboidrati complessi e proteine, la corteccia prefrontale — sede delle funzioni esecutive — opera in condizioni di iponutrizione funzionale. Questo si traduce in una minore efficienza nei compiti che richiedono concentrazione, flessibilità cognitiva e memoria di lavoro.

    Evidenze empiriche e neuropsicologiche

    • Attenzione sostenuta e vigilanza: l’assenza di colazione è associata a tempi di reazione più lenti e a un incremento degli errori in compiti attentivi (Adolphus et al., Appetite, 2016).
    • Memoria a breve termine: studi sperimentali dimostrano che gli studenti che consumano colazione mostrano prestazioni superiori in compiti di richiamo verbale e working memory (Wesnes et al., Nutrients, 2020).
    • Regolazione emotiva: livelli più elevati di cortisolo e alterazioni dell’umore sono stati osservati in soggetti a digiuno mattutino (O’Connor et al., Nutrients, 2021).

    Colazione e rendimento scolastico

    Una meta-analisi condotta da Adolphus et al. (Public Health Nutrition, 2019), su oltre 40 studi internazionali, ha evidenziato che la regolare assunzione di colazione si associa a migliori risultati in lettura, matematica e abilità mnestiche.
    La qualità del pasto è determinante: una colazione ad alto indice glicemico provoca un rapido incremento della glicemia seguito da un crollo reattivo, con peggioramento della performance; al contrario, una colazione a basso indice glicemico(cereali integrali, frutta fresca, latticini, proteine magre) garantisce un rilascio graduale di energia e maggiore stabilità delle funzioni cognitive (Flora et al., Frontiers in Nutrition, 2022).

    Raccomandazioni internazionali

    L’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2023) sottolinea che la colazione regolare non è soltanto un comportamento alimentare salutare, ma un predittore di successo scolastico e di stili di vita più equilibrati nell’età adulta. In ambito educativo, promuovere programmi di “school breakfast” ha dimostrato un impatto positivo sull’assiduità, sulla motivazione e sulle dinamiche di apprendimento cooperativo.

    Applicazioni didattiche

    In contesto scolastico, gli insegnanti osservano frequentemente che gli alunni che saltano la colazione mostrano:

    • maggiore distraibilità e affaticamento precoce;
    • ridotta partecipazione attiva;
    • difficoltà nel mantenere la memoria di lavoro necessaria per seguire spiegazioni e svolgere esercizi complessi.

    La neuropsicologia didattica suggerisce quindi di considerare la colazione non solo un pasto, ma un prerequisito funzionale dell’apprendimento, al pari del sonno o dell’attività fisica.

    Conclusione

    La colazione è un determinante neurocognitivo che influisce direttamente sull’efficienza del cervello. Saltarla significa esporre gli studenti a deficit attentivi, calo mnestico e vulnerabilità emotiva. Promuoverne l’importanza, sia in famiglia che nelle politiche educative, rappresenta un investimento concreto per favorire processi di apprendimento più stabili ed efficaci.

  • Disprassia infantile o DCD: segnali, cause e interventi a scuola

    Disprassia infantile o DCD: segnali, cause e interventi a scuola

    Il Disturbo della Coordinazione Motoria (DCD), conosciuto anche come disprassia evolutiva, è una condizione neuroevolutiva che interessa circa il 5-6% dei bambini in età scolare. Si manifesta con difficoltà significative nell’acquisizione e nell’esecuzione di abilità motorie, non spiegabili da deficit intellettivi, neurologici o sensoriali.

    Che cos’è il DCD

    Il disturbo riguarda la pianificazione e il controllo dei movimenti: i bambini con DCD appaiono spesso goffi, impacciati, con difficoltà nei gesti quotidiani che per i coetanei risultano spontanei.
    Alcuni esempi pratici:

    • Vestirsi, allacciare le scarpe, abbottonare una camicia.
    • Usare posate, forbici o strumenti scolastici come righello e compasso.
    • Partecipare a giochi di movimento, correre o saltare senza cadere.

    Non è semplice “goffaggine infantile”: il DCD è persistente e interferisce con il rendimento scolastico e la vita sociale.

    Segnali a scuola

    Gli insegnanti sono spesso i primi a notare difficoltà che vanno oltre la lentezza:

    • Calligrafia irregolare, pressione discontinua sul foglio.
    • Incapacità di mantenere il ritmo nelle attività sportive.
    • Frustrazione, bassa autostima e ritiro sociale.

    Questi segnali, se sottovalutati, possono alimentare un circolo vizioso di ansia da prestazione e isolamento.

    Diagnosi

    La diagnosi è clinica e multidisciplinare: coinvolge neuropsichiatra infantile, psicologo e terapisti della riabilitazione.
    Gli strumenti più utilizzati sono:

    • M-ABC (Movement Assessment Battery for Children): valuta abilità motorie fini e grossolane.
    • BOT-2 (Bruininks-Oseretsky Test of Motor Proficiency).

    Fondamentale è distinguere il DCD da altri disturbi come ADHD, DSA o disturbi dello spettro autistico, con cui spesso coesiste.

    Interventi

    Gli approcci più efficaci si basano su training mirati:

    • Terapia occupazionale e fisioterapia con esercizi graduati.
    • Task-oriented training: insegnare direttamente l’abilità deficitaria (es. allacciarsi le scarpe).
    • Strategie cognitive (CO-OP): guidare il bambino a pianificare, eseguire e monitorare i propri movimenti.

    A scuola sono utili adattamenti didattici:

    • Consentire tempi aggiuntivi per le prove scritte.
    • Offrire strumenti compensativi (penne ergonomiche, tastiere).
    • Favorire attività inclusive che non penalizzino la prestazione motoria.

    Una sfida educativa

    Il DCD non è solo un problema motorio: ha un forte impatto psicologico. Un bambino che non riesce a partecipare alle attività dei coetanei rischia di sentirsi escluso.
    L’intervento precoce, l’alleanza scuola-famiglia-terapisti e la sensibilizzazione dei compagni possono trasformare una fragilità in una palestra di resilienza.

  • Sbadiglio e scuola: quando il cervello chiede una pausa

    Sbadiglio e scuola: quando il cervello chiede una pausa

    Oltre la noia: un segnale da interpretare

    In classe lo sbadiglio viene spesso letto da insegnanti e compagni come sinonimo di noia o disinteresse. Ma le neuroscienze educative ci dicono che non è così semplice: lo sbadiglio può essere un indice di sovraccarico cognitivo.

    Uno studente che segue una lezione frontale lunga, in un’aula rumorosa e con richieste multiple, sta consumando molte risorse attentive. Lo sbadiglio diventa allora un atto di autoregolazione fisiologica, simile a una valvola di sfogo, per segnalare che la mente ha bisogno di una pausa.

    Evidenze scientifiche sullo sbadiglio

    Diversi studi hanno approfondito la funzione neurocognitiva dello sbadiglio. Andrew C. Gallup (2014) ha ipotizzato che lo sbadiglio sia un meccanismo di termoregolazione cerebrale, utile a raffreddare il cervello sotto stress cognitivo. Smith e colleghi (2021) hanno osservato che gli studenti sbadigliano più frequentemente in condizioni di compiti attentivi prolungati, specialmente quando la lezione supera i 30-40 minuti senza pause. Altri lavori (Eldakar & Gallup, 2012) hanno collegato lo sbadiglio a processi di sincronizzazione sociale: in classe, lo sbadiglio di uno studente può innescare una risposta simile negli altri, segnalando un calo collettivo dell’attenzione.

    Questi dati confermano che lo sbadiglio non è un semplice atto riflesso, ma un indice sensibile di sovraccarico cognitivo e stato attentivo, con implicazioni dirette nella progettazione didattica.

    Carico cognitivo e apprendimento

    La teoria del carico cognitivo (Sweller, 1988) applicata alla scuola ci ricorda che la memoria di lavoro ha limiti precisi: se il flusso di informazioni è troppo denso, l’apprendimento si blocca.
    Lo sbadiglio in classe, quindi, può dirci che:

    • la lezione è troppo lunga o monotona,
    • le strategie didattiche non alternano abbastanza canali (uditivo, visivo, motorio),
    • lo studente sta vivendo un sovraccarico sensoriale (tipico in alcuni alunni con ADHD o ASD).

    Didattica e autoregolazione

    Cosa possono fare gli insegnanti?

    • Prevedere micro-pause: anche solo 2 minuti di movimento o respirazione.
    • Variare il ritmo didattico: spiegazione, attività breve, confronto.
    • Accogliere i segnali corporei (sbadiglio, irrequietezza, perdita di attenzione) come indicatori di limite cognitivo, non come “maleducazione”.
    • Favorire strategie di autoregolazione: insegnare agli studenti che lo sbadiglio è un segnale utile, non qualcosa da reprimere.

    Una prospettiva inclusiva

    Nella scuola inclusiva, osservare i comportamenti fisiologici come lo sbadiglio significa leggere i bisogni dietro i gesti. Per un alunno con DSA o ADHD, ad esempio, sbadigliare ripetutamente non vuol dire disinteresse, ma “sto faticando a tenere il passo”.
    Riconoscerlo permette di adattare la lezione e di rispettare i tempi di apprendimento di ciascuno.

  • Disturbo Oppositivo Provocatorio nei bambini e negli adolescenti.

    Disturbo Oppositivo Provocatorio nei bambini e negli adolescenti.

    Il Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP) è una delle sfide educative più complesse che i genitori possano affrontare. Non si tratta di semplici “capricci”, ma di un quadro clinico caratterizzato da comportamenti oppositivi, provocatori e polemici che logorano la vita familiare e scolastica. Molti genitori arrivano allo studio dello psicologo con la stessa domanda: “Come si spegne la polemica? Dobbiamo dire sempre sì, anche quando non dovremmo?”

    La risposta è no: dire sempre sì non aiuta, ma nemmeno lo scontro continuo è la strada. Serve un approccio educativo basato su fermezza calma, regole chiare e strategie comunicative efficaci.

    Disturbo Oppositivo Provocatorio in età infantile

    Nei bambini piccoli il DOP si manifesta con:

    • rifiuto di eseguire compiti semplici,
    • opposizione sistematica agli adulti,
    • scoppi d’ira frequenti,
    • sfida costante alle regole.

    In questa fase la gestione passa soprattutto dal contenimento emotivo e dall’insegnare gradualmente la tolleranza alla frustrazione.

    Disturbo Oppositivo Provocatorio in adolescenza

    Quando il DOP arriva all’adolescenza, la situazione si complica. L’oppositività si intreccia con la fisiologica ricerca di autonomia tipica di questa età.

    Caratteristiche principali in adolescenza:

    • Sfide più forti: i “no” diventano aperti atti di ribellione, spesso davanti ai pari o agli insegnanti.
    • Conflitti familiari accesi: ogni regola diventa terreno di scontro, con escalation che possono degenerare in rottura del dialogo.
    • Rischi maggiori: aumento della possibilità di comportamenti a rischio (uso di sostanze, bullismo, abbandono scolastico).
    • Autostima fragile: dietro la rabbia c’è spesso un senso di inadeguatezza non riconosciuto.

    Strategie educative per genitori di adolescenti con DOP

    1. Regole poche ma chiare – un adolescente con DOP non tollera il controllo costante, ma ha bisogno di confini stabili.
    2. Dialogo senza prediche – comunicare in modo diretto, evitando sermoni infiniti che innescano la sfida.
    3. Responsabilità condivisa – coinvolgere l’adolescente nella definizione delle regole aumenta la percezione di controllo.
    4. Gestione della rabbia – insegnare tecniche di autoregolazione emotiva (respirazione, sport, musica, attività creative).
    5. Alleanza con la scuola – fondamentale un fronte educativo comune tra docenti e genitori.

    Consigli pratici per spegnere la polemica

    • Evitare di reagire alle provocazioni con urla.
    • Usare il sì condizionato (“Sì, puoi uscire… quando hai finito lo studio”).
    • Rinforzare i comportamenti positivi anche se minimi.
    • Restare calmi e non alimentare la spirale di sfida.
    • Cercare un supporto psicologico specializzato quando il conflitto supera la gestione familiare.

    Conclusione

    Il Disturbo Oppositivo Provocatorio, sia nei bambini sia negli adolescenti, non si affronta con il “sì” a tutti i costi, ma con no coerenti, regole chiare e capacità di mantenere la calma. Nell’adolescenza la sfida è più complessa, ma anche più decisiva: gestire la ribellione senza spegnere la personalità significa trasformare il conflitto in un percorso di crescita.

  • Bed Rotting: il fenomeno del “restare a letto”

    Bed Rotting: il fenomeno del “restare a letto”

    Introduzione

    Negli ultimi mesi, soprattutto nei social network frequentati da giovani e adolescenti, ha preso piede un termine suggestivo: bed rotting. Tradotto letteralmente, significa “marcire a letto”. Dietro questa espressione volutamente provocatoria si cela una pratica diffusa: trascorrere intere giornate a letto, tra serie tv, scroll infinito, snack e inattività, quasi a voler sospendere il mondo esterno.

    Ma di cosa si tratta realmente? È un semplice trend o un campanello d’allarme psicologico?

    Un sintomo mascherato da “self-care”

    Il bed rotting viene spesso presentato come una forma di auto-cura: concedersi una pausa radicale, spegnere gli impegni e rifugiarsi in uno spazio protetto. In alcuni casi, brevi momenti di questo tipo possono avere una funzione rigenerativa, soprattutto in contesti di stress acuto.

    Tuttavia, diversi studi di psicologia clinica segnalano che l’inattività protratta è strettamente correlata a sintomi depressivi, disregolazione emotiva e comportamenti di evitamento. La ricerca condotta da Henkel e colleghi (2010) mostra come l’eccessiva permanenza a letto sia un predittore di disturbi depressivi maggiori e di peggioramento della qualità del sonno.

    La cornice psicopatologica

    Il bed rotting può essere letto come una risposta passiva a:

    • ansia scolastica e lavorativa, dove il letto diventa rifugio;
    • burnout: negli studenti universitari, la sindrome da esaurimento si traduce spesso in inattività prolungata;
    • depressione: il sintomo cardine è proprio l’anedonia, ossia l’incapacità di trarre piacere da attività quotidiane.

    Uno studio pubblicato sul Journal of Affective Disorders (2022) ha evidenziato come la “ruminazione a letto” sia strettamente legata all’aumento di pensieri negativi e all’aggravarsi della sintomatologia ansioso-depressiva.

    Psicologia delle nuove generazioni

    Non va trascurato l’aspetto culturale. Nella Generazione Z, l’atto di “restare a letto” viene talvolta rivendicato come gesto politico contro l’iper-produttività e il culto della performance. Tuttavia, la linea di confine tra resistenza culturale e rischio clinico è sottile: quando il bed rotting diventa abitudine costante, può trasformarsi in un circolo vizioso di isolamento e perdita di motivazione.

    Strategie di intervento clinico

    Uno psicologo clinico, di fronte a questo fenomeno, non si limita a stigmatizzare, ma:

    • indaga funzioni psicologiche e contesti relazionali che portano al ritiro;
    • lavora su tecniche di attivazione comportamentale, per spezzare il ciclo dell’inattività;
    • incoraggia la regolazione del ritmo sonno-veglia, compromesso da lunghe permanenze a letto;
    • utilizza strumenti di psicoeducazione per distinguere riposo rigenerativo da evitamento patologico.

    Conclusione

    Il bed rotting non è soltanto un trend social, ma un fenomeno clinicamente rilevante, specchio di un malessere diffuso nelle nuove generazioni. Se da un lato può rappresentare un momentaneo bisogno di riposo, dall’altro rischia di celare forme più gravi di disagio psicologico.

    In questo senso, come ricorda il DSM-5, l’elemento discriminante non è il comportamento in sé, ma il grado in cui esso compromette il funzionamento sociale, scolastico e lavorativo.

  • Disturbo misto, ansia e depressione: sintomi e cure

    Disturbo misto, ansia e depressione: sintomi e cure

    Introduzione

    Il disturbo misto d’ansia e depressione è una delle condizioni psicologiche più diffuse, ma spesso sottovalutate. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, fino al 30% dei pazienti che si presentano dal medico di base mostra contemporaneamente sintomi ansiosi e depressivi, senza rientrare in una sola diagnosi specifica. Si tratta quindi di un quadro clinico “ibrido”, ma di forte impatto sulla qualità della vita.

    Cos’è il disturbo misto d’ansia e depressione

    Il termine indica la presenza simultanea di sintomi ansiosi (preoccupazioni, insonnia, irritabilità) e sintomi depressivi (umore depresso, perdita di interesse, stanchezza), senza che uno dei due domini prevalga nettamente.

    In ICD-10 viene riconosciuto come categoria autonoma, mentre nel DSM-5 è considerato una condizione per ulteriori studi. Questo riflette quanto sia clinicamente frequente ma ancora oggetto di dibattito diagnostico.

    Cause e fattori di rischio

    Le cause sono multifattoriali e includono:

    • Predisposizione genetica a disturbi dell’umore o d’ansia.
    • Eventi stressanti cronici (lutti, problemi economici, isolamento sociale).
    • Alterazioni neurobiologiche nei sistemi della serotonina e dopamina.
    • Stile di personalità: perfezionismo, tendenza alla ruminazione, bassa autostima.
    • Comorbilità mediche: dolore cronico, malattie cardiovascolari, disturbi tiroidei.

    Il rischio aumenta in chi ha già una storia familiare di depressione o ansia.

    Sintomi principali

    • Preoccupazioni costanti e difficoltà di concentrazione.
    • Stanchezza persistente, anche dopo il sonno.
    • Insonnia o risvegli frequenti.
    • Perdita di interesse nelle attività quotidiane.
    • Irritabilità e ipersensibilità emotiva.
    • Sensazione di vuoto o disperazione.

    Strategie di prevenzione e intervento

    Interventi psicologici

    • Psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT): efficace nel ridurre ruminazione e pensieri catastrofici.
    • Terapia interpersonale (IPT): indicata per chi presenta conflitti familiari o sociali.
    • Mindfulness e tecniche di rilassamento: utili per ridurre stress e ansia.

    Trattamento farmacologico

    • Antidepressivi SSRI (sertralina, escitalopram) spesso associati a buoni risultati.
    • Ansiolitici: usati solo per periodi brevi, per ridurre i sintomi acuti.

    Stile di vita

    • Attività fisica regolare (anche 30 minuti al giorno).
    • Alimentazione equilibrata ricca di omega-3.
    • Igiene del sonno con orari regolari.
    • Riduzione di alcol e caffeina.

    Centri di eccellenza e linee guida

    In Italia, il Ministero della Salute inserisce ansia e depressione tra le priorità del Piano Nazionale della Salute Mentale.
    A livello europeo, l’European Psychiatric Association (EPA) raccomanda un approccio integrato, che unisca psicoterapia, farmaci e interventi psicoeducativi.

    Molti Centri di Salute Mentale (CSM) regionali offrono programmi specifici per disturbi d’ansia e depressione con presa in carico multidisciplinare.

    Conclusione

    Il disturbo misto d’ansia e depressione non va considerato un “malessere minore”, ma una condizione clinica che richiede attenzione e trattamento mirato. Intercettare precocemente i sintomi significa prevenire una cronicizzazione e migliorare la qualità della vita.

  • Disturbo Non Verbale dell’Apprendimento (NVLD)

    Disturbo Non Verbale dell’Apprendimento (NVLD)

    Quando le parole non bastano

    Il Disturbo Non Verbale dell’Apprendimento (NVLD) è una condizione ancora poco conosciuta, ma di grande rilevanza in ambito scolastico e clinico. Colpisce bambini e adolescenti che, pur avendo buone competenze linguistiche, incontrano notevoli difficoltà in aree non verbali come la percezione visuo-spaziale, la coordinazione motoria e l’interpretazione delle emozioni altrui.

    Che cos’è il NVLD?

    Il NVLD non rientra ancora ufficialmente nei manuali diagnostici come categoria autonoma (nel DSM-5 viene menzionato solo in relazione ad altri disturbi specifici), ma diversi studi scientifici lo descrivono come un quadro peculiare.
    Si caratterizza per:

    • Discrepanza cognitiva: buone capacità verbali vs difficoltà nelle abilità visuo-spaziali.
    • Difficoltà di coordinazione: goffaggine motoria, problemi nella scrittura a mano o nelle attività sportive.
    • Problemi di organizzazione: fatica a orientarsi nello spazio (es. mappe, figure geometriche).
    • Fragilità socio-relazionali: difficoltà a cogliere segnali non verbali, ironia, espressioni facciali.

    A scuola: i segnali da non sottovalutare
    Un alunno con NVLD può:
    eccellere nelle materie umanistiche, mostrando un lessico ricco;
    incontrare ostacoli in matematica, geometria, fisica o in attività pratiche;
    apparire disorganizzato, smarrirsi facilmente nei corridoi o nei grafici;
    vivere incomprensioni con i coetanei, sentendosi isolato o frainteso.
    Un esempio pratico: uno studente di prima media che legge testi complessi con fluidità, ma non riesce a copiare una figura geometrica o a interpretare una tabella.

    Interventi psicoeducativi e strategie didattiche

    Il supporto deve essere mirato e integrato:

    • Psicoeducazione: aiutare il bambino e la famiglia a comprendere le difficoltà.
    • Didattica compensativa: privilegiare spiegazioni verbali chiare e sequenziali.
    • Terapie specifiche: logopedia (per la pragmatica del linguaggio), psicomotricità, training visuo-spaziali.
    • Insegnamento inclusivo: schemi, mappe concettuali verbali, uso di tecnologia assistiva.

    Centri di eccellenza in Italia ed Europa

    Il NVLD, pur essendo meno noto rispetto ai DSA, viene studiato e trattato in vari centri universitari e ospedalieri.

    In Italia:

    • IRCCS Stella Maris (Calambrone, Pisa) – centro di ricerca su neuropsichiatria infantile.
    • Fondazione Don Gnocchi (Milano e Roma) – riabilitazione neuropsicologica, disprassie e disturbi visuo-spaziali.
    • Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (Roma) – valutazioni neuropsicologiche avanzate e programmi di intervento.
    • Policlinico Universitario A. Gemelli (Roma) – centro di ricerca clinica sui disturbi dell’apprendimento.
    • Centro Medea – La Nostra Famiglia (Bosisio Parini, Lecco) – eccellenza nazionale per riabilitazione neuropsicologica infantile.

    In Europa:

    • Great Ormond Street Hospital (Londra) – reparto di neuropsichiatria infantile.
    • Karolinska Institutet (Stoccolma) – programmi di ricerca su neurodivergenze e apprendimento.
    • Université Catholique de Louvain (Belgio) – laboratorio di neuropsicologia dello sviluppo.

    Consigli terapeutici e strategie operative

    🔹 Terapia neuropsicologica personalizzata
    Esercizi computerizzati e giochi strutturati per rafforzare abilità visuo-spaziali e pianificazione.

    🔹 Psicomotricità e fisioterapia mirata
    Per migliorare coordinazione, motricità fine e grafomotricità.

    🔹 Logopedia e pragmatica del linguaggio
    Supporto per interpretare il linguaggio non verbale, l’ironia e le regole conversazionali.

    🔹 Terapia cognitivo-comportamentale (CBT)
    Per ridurre ansia, incrementare autostima e favorire la resilienza sociale.

    🔹 Parent training e supporto alla famiglia
    Aiutare i genitori a strutturare routine visive, favorire autonomia e valorizzare i punti di forza.

    🔹 Didattica inclusiva

    • spiegazioni orali passo-passo;
    • mappe concettuali verbali e schemi lineari;
    • strumenti digitali (audiolezioni, app per l’organizzazione);
    • riduzione dei compiti visuo-spaziali complessi, sostituiti da descrizioni verbali.

    Perché parlarne oggi

    Il NVLD è spesso confuso con l’ADHD, i DSA o lo spettro autistico ad alto funzionamento. Una diagnosi precoce consente invece di intervenire con strategie efficaci, prevenendo frustrazione e drop-out scolastico.