Categoria: Psicologia

  • La preside sospesa e il silenzio che precede il bullismo

    La preside sospesa e il silenzio che precede il bullismo

    Quando la scuola non ascolta: i segnali che non possiamo più permetterci di perdere

    C’è un punto, in ogni vicenda di bullismo che esplode nello spazio pubblico, in cui l’attenzione si sposta rapidamente dalla sofferenza alla ricerca del responsabile. È una reazione comprensibile: il dolore collettivo chiede un volto, un nome, una decisione visibile. Ma se ci fermiamo lì, rischiamo di perdere ciò che conta davvero.

    La sospensione di una dirigente scolastica, in un caso legato al bullismo, non può essere letta solo come un atto disciplinare. Sarebbe riduttivo. Quella sospensione è, prima di tutto, un segnale simbolico che interroga l’intero sistema educativo su una questione più profonda: abbiamo saputo ascoltare?

    La sofferenza non arriva mai urlando

    Dal punto di vista clinico, la sofferenza adolescenziale raramente si presenta in forma esplicita. Non arriva con una richiesta ordinata di aiuto, non si annuncia con parole chiare. Arriva di traverso.
    Arriva come assenze ripetute, come un corpo che si ammala senza motivo apparente, come un silenzio improvviso, come un calo di rendimento che viene liquidato come “disinteresse”. Arriva come irritabilità, ritiro, sguardi che si abbassano.

    Il bullismo, in questo senso, è un fenomeno profondamente relazionale: non riguarda solo chi agisce e chi subisce, ma anche chi guarda, chi minimizza, chi rimanda. E soprattutto riguarda il contesto che, spesso senza volerlo, non intercetta i richiami della sofferenza.

    Ascoltare non è un gesto gentile. È una responsabilità clinica ed educativa

    Nella scuola, l’ascolto viene spesso confuso con la buona volontà individuale: “se vuole, può parlare”. Ma l’ascolto vero è un dispositivo strutturale, non un atto occasionale.
    Ascoltare significa creare condizioni reali in cui uno studente possa dire “sto male” senza temere di essere etichettato, esposto, o – peggio – non creduto.

    Molti ragazzi vittime di bullismo non tacciono perché non soffrono abbastanza, ma perché hanno imparato che parlare non cambia nulla. O che peggiora le cose. Questa è la frattura più grave: quando la scuola, che dovrebbe essere spazio di protezione simbolica, diventa un luogo in cui la sofferenza resta invisibile.

    Oltre la logica della colpa

    Attribuire una colpa individuale può placare temporaneamente l’indignazione, ma non cura il problema. Il bullismo prospera nei sistemi dove:

    • i segnali vengono letti come “fasi” o “ragazzate”;
    • la burocrazia soffoca il tempo dell’incontro;
    • la responsabilità è sempre di qualcun altro.

    Una scuola che ascolta è una scuola che si ferma prima, che non aspetta l’evento tragico per interrogarsi. È una scuola che investe tempo nella relazione, che forma gli adulti a riconoscere i segnali deboli, che offre spazi di parola continuativi e non emergenziali.

    Non lasciare cadere i richiami

    Ogni ragazzo in difficoltà lancia segnali. Alcuni sono evidenti, altri quasi impercettibili. Il problema non è la mancanza di segnali, ma la nostra capacità di leggerli come tali.

    Se questa vicenda deve insegnarci qualcosa, è che l’ascolto non può essere delegato solo alla sensibilità del singolo docente o dirigente. Deve diventare una cultura condivisa, una priorità educativa, un criterio di funzionamento quotidiano.

    Perché quando un ragazzo smette di parlare, spesso ha già parlato a lungo. E non è stato ascoltato.

  • Non è dipendenza da smartphone: è fame di legame

    Non è dipendenza da smartphone: è fame di legame

    Un equivoco collettivo

    Ogni epoca ha bisogno di un colpevole.
    Oggi quel colpevole ha uno schermo luminoso e vibra in tasca.

    Parliamo di dipendenza da smartphone come se fosse una diagnosi autosufficiente, un’etichetta capace di spiegare il disagio crescente di bambini e adolescenti. Ma la psicologia clinica racconta una storia diversa, più scomoda e più vera: lo smartphone non crea il vuoto emotivo, lo riempie.

    Quando lo togliamo, quel vuoto resta. E spesso ci spaventa più dello schermo.

    Il cervello adolescente non cerca tecnologia, cerca relazione

    Dal punto di vista neuropsicologico, l’adolescenza è l’età della massima sensibilità sociale. Il cervello è programmato per cercare:

    • riconoscimento
    • appartenenza
    • rispecchiamento

    I like, i messaggi, le notifiche non sono futilità: sono micro-segnali di esistenza.
    Non dicono “sono popolare”, ma “sono visto”.

    Un adolescente non cerca uno smartphone.
    Cerca qualcuno che resti.

    La solitudine che non fa rumore

    Qui l’articolo cambia direzione.
    Ed è qui che spesso diventa virale.

    Molti ragazzi non vivono una solitudine urlata, ma una solitudine silenziosa, quotidiana:

    • adulti presenti fisicamente ma assenti emotivamente
    • dialoghi organizzativi (“hai studiato?”, “hai mangiato?”)
    • poche domande vere, pochissimo ascolto non giudicante

    Non è disinteresse.
    È stanchezza adulta, sovraccarico, paura di non essere all’altezza.

    Ma il risultato, per un figlio, è lo stesso.

    Perché demonizzare lo smartphone non funziona

    Togliere il telefono senza ricostruire il legame produce spesso:

    • aumento dell’ansia
    • ritiro sociale
    • chiusura emotiva
    • conflitti familiari sterili

    In clinica lo vediamo chiaramente: il telefono diventa un regolatore emotivo di emergenza quando manca una base sicura.

    Quando non c’è una relazione che contiene,
    qualunque schermo diventa rifugio.

    Uno sguardo per genitori

    Non serve essere genitori perfetti.
    Serve essere genitori disponibili.

    Disponibili a:

    • ascoltare senza correggere subito
    • restare anche quando ciò che emerge è scomodo
    • raccontarsi, non solo interrogare

    Il tempo educativo non è quello “di qualità” programmato.
    È quello imprevisto, che nasce quando un figlio sente che può fermarsi.

    Uno sguardo per insegnanti

    A scuola lo smartphone è spesso il nemico numero uno.
    Ma dietro molti comportamenti oppositivi si nasconde una richiesta implicita: “Mi vedi?”

    Un insegnante che:

    • riconosce prima di valutare
    • accoglie prima di sanzionare
    • ascolta prima di spiegare

    diventa, spesso senza saperlo, un adulto significativo.

    Uno sguardo per educatori

    Educare oggi significa stare nel mezzo:

    • tra online e offline
    • tra regole e bisogni
    • tra contenimento e libertà

    L’educatore non spegne schermi: riaccende relazioni.
    E quando il legame è saldo, la tecnologia torna a essere uno strumento, non un rifugio.

    La vera prevenzione

    La vera prevenzione non è il controllo, ma la connessione emotiva.

    Non è proibire, ma offrire alternative relazionali credibili.
    Non è vigilare, ma esserci davvero.

    Il vero antidoto non è spegnere il telefono.
    È riaccendere la relazione.

  • When a child dies, time breaks

    When a child dies, time breaks

    Some texts are not written to chase clicks, but to create an encounter.

    This is one of them. It speaks of a loss that makes no noise yet fractures time; of a grief that cannot be overcome; of a legacy that continues to act. It is written for those who scroll, pause, and recognize. Not for those seeking answers, but for those willing to inhabit truth.

    When it happens, everything stops

    The sudden death of a child—especially a young one, at the threshold of life—is not an event. It is a rupture. Nothing truly anesthetizes this pain: not time, not the right words, not explanations. The world continues, but inside, everything comes to a halt. Writing about it means renouncing rhetoric and remaining faithful to reality.

    Pain does not ask to be explained. It asks not to be betrayed.

    Suspending the “why”

    The first authentic response is silence—not avoidance, but respect.

    The question “why” rarely consoles; more often, it wounds. Turning loss into an immediate lesson is a subtle form of violence. The death of a child is not a problem to be solved; it is a limit to be inhabited.

    When time no longer coincides

    Afterwards, chronological time moves on: days, commitments, seasons.

    Inner time does not. It remains fixed to a single instant. This dissonance is one of the most destabilizing aspects of grief: the world does not stop, while inner life does. Here, the illusion of control collapses, revealing the radical fragility of existence.

    Pain as a place

    One does not “get over” the death of a child.

    One may, perhaps, learn to remain within pain without being destroyed by it. Pain is not an enemy; it is the mark of a real love—wounded, yet alive. We suffer because we have loved. And love does not withdraw when it loses.

    Pain testifies that this life mattered infinitely.

    The legacy that remains

    Here, the perspective shifts.

    A child’s legacy is not what they leave behind.

    It is what they imprint on those who remain.

    Gestures, words, glances, a singular way of inhabiting the world continue to act. Not as nostalgia, but as transformative presence. A short life is not an incomplete life if it has generated meaning—if it has permanently altered the way others love, choose, and live.

    Death interrupts biology, not impact.

    Beyond contingency, not beyond love

    To go “beyond” pain does not mean to deny it.

    It means refusing to let death have the final word. Those who lose a child do not return to who they were—because that is impossible—but they may learn to live as they can, without betraying what they have loved.

    Life becomes more essential. More stripped down. And, paradoxically, more true.

    Conclusion

    A child does not die only on the day they leave. They continue to live whenever their love reshapes the way we inhabit the world. The deepest legacy is not memory, but transformation. And it is precisely there, at the most fragile point, that life asks to be safeguarded.

  • Quando muore un figlio, il tempo si spezza

    Quando muore un figlio, il tempo si spezza

    Ci sono testi che non cercano il click, ma l’incontro.

    Questo è uno di quelli. Parla di una perdita che non fa rumore ma spezza il tempo, di un dolore che non si supera e di un’eredità che continua ad agire. È un contenuto pensato per chi scorre, si ferma, riconosce. Per chi non cerca risposte, ma verità abitabili.

    Quando accade, tutto si ferma

    La morte improvvisa di un figlio, soprattutto quando è giovane, non è un fatto: è una frattura. Nulla anestetizza davvero questo dolore. Non il tempo, non le parole giuste, non le spiegazioni. Il mondo continua, ma dentro tutto si arresta. Scriverne significa rinunciare alla retorica e restare fedeli al reale.

    Il dolore non chiede di essere spiegato. Chiede di non essere tradito.

    Sospendere il “perché”

    Il primo gesto autentico è il silenzio. Non quello che evita, ma quello che rispetta. Il “perché” non consola; spesso ferisce. Trasformare la perdita in una lezione immediata è una forma sottile di violenza. La morte di un figlio non è un problema da risolvere: è un limite da abitare.

    Il tempo che non coincide più

    Dopo, il tempo cronologico va avanti: giorni, impegni, stagioni.

    Il tempo interiore no. Resta inchiodato a un istante preciso. Questo scarto è uno degli aspetti più destabilizzanti del lutto: il mondo non si ferma, mentre la vita interiore sì. Qui cade l’illusione del controllo e si rivela la fragilità radicale dell’esistere.

    Il dolore come luogo

    Non si “supera” la morte di un figlio.

    Si impara, forse, a stare nel dolore senza esserne distrutti. Il dolore non è un nemico: è il segno di un amore reale, ferito ma vivo. Si soffre perché si è amato. E l’amore non si ritira quando perde.

    Il dolore testimonia che quella vita ha contato infinitamente.

    L’eredità che resta

    Qui lo sguardo cambia.

    L’eredità non è ciò che un figlio lascia.

    È ciò che incide in chi resta.

    Gesti, parole, sguardi, un modo unico di abitare il mondo continuano ad agire. Non come nostalgia, ma come presenza trasformante. Una vita breve non è una vita incompiuta se ha generato senso, se ha cambiato per sempre chi l’ha amata.

    Oltre la contingenza, non oltre l’amore

    Andare “oltre” non significa negare il dolore. Significa rifiutare che la morte abbia l’ultima parola. Chi perde un figlio non torna come prima — perché non è possibile — ma può imparare a vivere come può, senza tradire ciò che ha amato.

    L’esistenza diventa più essenziale. Più nuda. E, paradossalmente, più vera.

    Conclusione

    Un figlio non muore solo nel giorno in cui se ne va. Continua a vivere ogni volta che il suo amore modifica il nostro modo di stare al mondo. L’eredità più profonda non è il ricordo, ma la trasformazione. Ed è lì, nel punto più fragile, che la vita chiede di essere custodita.

  • Why We Betray: Identity, Fidelity, and the Human Condition

    Why We Betray: Identity, Fidelity, and the Human Condition

    Introduction

    Betrayal remains one of the most condemned and, at the same time, most pervasive experiences in human life. It is often reduced to sexual infidelity, ethical weakness, or relational failure. Yet, when examined more deeply, betrayal reveals itself as a structural event of human existence—a critical threshold where identity, bonds, and meaning are reconfigured.

    Drawing inspiration from a well-known reflection by Umberto Galimberti, this article offers an anthropological and existential reading of betrayal: not to absolve it, but to understand its symbolic and transformative function.

    Betrayal Is Not (Only) Desire

    Anthropologically, human beings are born into trust. Someone feeds them, protects them, gives them a name. In this phase, fidelity is not a choice but a vital necessity. Over time, however, what once ensured survival can become an obstacle to growth.

    Betrayal emerges when identity begins to chafe—
    when it no longer coincides with the role assigned, the image loved by the other, or the belonging that once guaranteed security.
    In this sense, betrayal is not primarily erotic but symbolic: it is the often clumsy attempt to escape a received identity in order to seek one that is unprotected, uncertified, and no longer guaranteed by another’s love.

    Fidelity and Its Shadow

    Every form of fidelity contains an element of possession.
    To be loved often means to be recognized on the condition of remaining the same.
    Yet human identity is dynamic, excessive, restless.

    When fidelity does not even allow for the possibility of betrayal, it ceases to be a choice and becomes emotional dependence.
    Seen this way, betrayal is not the opposite of fidelity, but its necessary shadow—the element that gives fidelity depth and truth.

    Without the possibility of farewell, fidelity remains childish, naïve, defensive.

    Judas: The Necessary Betrayer

    Here the figure of Judas Iscariot takes on decisive symbolic power.
    Judas is not only the archetypal traitor of Christian tradition; he is also the one without whom Jesus’ destiny could not unfold.

    In the Gospel narrative, Jesus chooses Judas, calls him, includes him.
    He does not ignore the possibility of betrayal—he assumes it.
    Judas’ betrayal is not a narrative accident, but a necessary rupture through which the mission passes into death and, paradoxically, into meaning.

    In this light, Judas becomes a liminal figure who reveals an unsettling truth:
    sometimes we choose those who will betray us because only through that wound can we encounter our destiny—or at least ourselves.

    The Betrayed and the Greatest Risk

    Those who are betrayed experience radical disorientation.
    Yet the deepest danger is not the loss of the other, but the devaluation of the self.
    When identity has been grounded entirely in being loved, betrayal exposes a painful truth:
    I was myself only as long as the other confirmed me.

    In this sense, betrayal can become—if endured—an emancipatory event even for the betrayed, forcing the reconstruction of the self outside the gaze that once guaranteed it.

    Fidelity, Betrayal, and the Birth of the Self

    Perhaps life is not written under the sign of pure fidelity, but in the tension between fidelity and betrayal.
    Fidelity preserves; betrayal exposes.
    The former protects; the latter risks.

    Only those who pass through this tension stop living “on loan” and accept the highest risk of human existence:
    to encounter themselves, even at the cost of losing a love, a belonging, or a ready-made identity.

    Because we are not born only once.
    We are truly born when we have the courage to say goodbye.

    Conclusion

    To understand why we betray is not to justify the pain betrayal causes.
    It is, however, to restore betrayal to its anthropological complexity, freeing it from moral simplification and recognizing it as one of the most dramatic—and revealing—sites of the human condition.

  • Perché si tradisce: la verità che nessuno vuole vedere

    Perché si tradisce: la verità che nessuno vuole vedere

    Introduzione

    Il tradimento continua a essere uno dei temi più rimossi e, allo stesso tempo, più presenti nella vita individuale e collettiva. Lo si riduce spesso a una deviazione sessuale, a una caduta etica, a un fallimento relazionale. Eppure, se osservato in profondità, il tradimento appare come un evento strutturale dell’esperienza umana, una soglia critica in cui si ridefiniscono identità, legami e senso di sé.

    Una lettura antropologica ed esistenziale del tradire può aiutare a comprenderne la funzione simbolica e trasformativa.

    Tradire non è (solo) desiderare

    Antropologicamente, l’essere umano nasce dentro una rete di fiducia: qualcuno lo nutre, lo protegge, lo chiama per nome. La fedeltà, in questa fase, non è scelta ma necessità vitale. Tuttavia, ciò che consente la sopravvivenza iniziale può, col tempo, diventare un limite alla crescita.

    Il tradimento emerge quando l’identità avverte una frizione:
    non coincide più con il ruolo assegnato, con l’immagine amata dall’altro, con l’appartenenza che garantiva sicurezza.
    In questo senso, il tradimento non è primariamente un atto erotico, ma una rottura simbolica: il tentativo – spesso maldestro – di sottrarsi a un’identità ricevuta per cercarne una non protetta.

    La fedeltà e il suo lato d’ombra

    Ogni fedeltà contiene una quota di possesso.
    Essere amati significa spesso essere riconosciuti a condizione di restare uguali.
    Ma l’identità umana è dinamica, eccedente, inquieta.

    Quando la fedeltà non contempla neppure la possibilità del tradimento, smette di essere scelta e diventa dipendenza affettiva.
    In questa prospettiva, il tradimento non è l’opposto della fedeltà, ma il suo lato oscuro necessario: ciò che le conferisce densità e verità.

    Senza la possibilità dell’addio, la fedeltà resta infantile, ingenua, difensiva.

    Giuda: il traditore necessario

    È qui che la figura di Giuda Iscariota assume una potenza simbolica decisiva.
    Giuda non è solo il traditore per eccellenza della tradizione cristiana; è anche colui senza il quale il destino di Gesù non si compirebbe.

    Nel racconto evangelico, Gesù sceglie Giuda, lo chiama, lo include.
    Non ignora la possibilità del tradimento: la assume.
    Il tradimento di Giuda non è un incidente di percorso, ma una frattura necessaria affinché la missione possa attraversare la morte e generare senso.

    In questa luce, Giuda diventa la figura-limite che rivela una verità scomoda:
    a volte scegliamo chi ci tradirà perché solo attraverso quella ferita possiamo incontrare il nostro destino, o almeno noi stessi.

    Il tradito e il rischio maggiore

    Chi viene tradito sperimenta uno smarrimento radicale.
    Ma il rischio più profondo non è la perdita dell’altro: è la svalutazione di sé.
    Quando l’identità era fondata esclusivamente sull’essere amati, il tradimento smaschera una verità dolorosa:
    ero me stesso solo finché l’altro mi confermava.

    In questo senso, il tradimento può diventare – se attraversato – un evento emancipativo anche per chi lo subisce: costringe a ricostruire il sé fuori dallo sguardo che lo garantiva.

    Fedeltà, tradimento e nascita del sé

    Forse la vita non si scrive nel segno della fedeltà pura, ma nella tensione fra fedeltà e tradimento.
    La fedeltà custodisce, il tradimento espone.
    La prima protegge, il secondo rischia.

    Solo chi attraversa questa tensione smette di vivere “in prestito” e accetta il rischio più alto dell’esistenza umana:
    incontrare se stesso, anche a costo di perdere un amore, un’appartenenza, un’identità già data.

    Perché non si nasce una sola volta.
    Si nasce davvero quando si ha il coraggio di dire addio.

    Conclusione

    Capire perché si tradisce non significa giustificare il dolore che ne deriva.
    Significa però restituire al tradimento la sua complessità antropologica, sottraendolo alla semplificazione morale e riconoscendolo come uno dei luoghi più drammatici – e rivelatori – della condizione umana.

  • Cambiare sesso a 13 anni?

    Cambiare sesso a 13 anni?

    Introduzione

    Il recente caso giudiziario di La Spezia, che ha autorizzato un cambio di sesso a 13 anni, riapre un dibattito complesso e delicato.

    Al di là delle letture ideologiche, la questione interpella direttamente la psicologia dello sviluppo e la pedagogia:

    è evolutivamente adeguato assumere decisioni irreversibili in una fase in cui l’identità è ancora in costruzione?

    Per rispondere in modo rigoroso è necessario tornare ai classici dello sviluppo umano, in particolare Jean Piaget e Erik Erikson.

    Adolescenza: un’età di trasformazione, non di cristallizzazione

    A 13 anni l’adolescente si trova nel pieno di:

    • cambiamenti corporei intensi (pubertà);
    • riorganizzazione dell’immagine di sé;
    • oscillazioni emotive e identitarie;
    • bisogno profondo di riconoscimento.

    L’adolescenza non è una fase di stabilità, ma di plasticità.

    Proprio per questo motivo, la psicologia evolutiva invita alla prudenza quando si tratta di decisioni definitive.

    Piaget: capacità di pensiero astratto ≠ maturità decisionale

    Secondo Piaget, intorno ai 12–13 anni il soggetto accede allo stadio delle operazioni formali, che consente:

    • ragionamento astratto
    • formulazione di ipotesi
    • capacità argomentativa

    Tuttavia, Piaget sottolinea un aspetto spesso trascurato:

    la struttura cognitiva è ancora in riorganizzazione.

    L’adolescente può pensare una scelta, ma non necessariamente:

    • anticiparne le conseguenze a lungo termine;
    • integrarla stabilmente nella propria identità futura;
    • sostenerla nel tempo.

    Dal punto di vista piagetiano, cristallizzare una decisione irreversibile significa interrompere il processo di accomodamento, fissando un equilibrio prima che si sia realmente formato.

    Erikson: identità vs confusione di ruolo

    Per Erikson, l’adolescenza è dominata dal conflitto evolutivo:

    Identità vs Confusione di ruolo

    Questo significa che:

    • il dubbio è fisiologico;
    • la confusione non è patologica;
    • l’oscillazione identitaria è parte integrante dello sviluppo.

    Erikson introduce un concetto chiave: la moratoria psicosociale, ovvero un tempo protetto in cui l’adolescente può:

    • sperimentare ruoli;
    • esplorare vissuti;
    • rimandare decisioni definitive.

    Una scelta irreversibile a 13 anni annulla la moratoria, trasformando una fase di ricerca in una definizione anticipata.

    Le ricadute definitive: un nodo etico ed educativo

    Il punto critico non è il riconoscimento della sofferenza, che va sempre ascoltata e accolta.

    Il nodo centrale è l’irreversibilità.

    Dal punto di vista psicologico e pedagogico:

    • ciò che è reversibile favorisce l’esplorazione;
    • ciò che è irreversibile chiude il campo esperienziale.

    L’adolescente ha diritto:

    • al ripensamento;
    • alla regressione;
    • alla contraddizione;
    • al tempo.

    Il rischio dei precedenti

    Un precedente giuridico non riguarda mai solo il singolo caso.

    Produce:

    • modelli impliciti;
    • aspettative sociali;
    • prassi educative e cliniche.

    Il rischio pedagogico è che la complessità venga ridotta a procedura, e che una scelta eccezionale venga percepita come scorciatoia.

    La pedagogia, invece, lavora sul tempo lungo, non sull’accelerazione.

    Una proposta alternativa: accompagnare, non anticipare

    Una prospettiva realmente tutelante prevede:

    • un percorso pedagogico e psicologico strutturato;
    • una durata significativa (almeno 4 anni);
    • l’attraversamento completo dell’adolescenza.

    Un percorso lungo consente di:

    • osservare la stabilità del vissuto nel tempo;
    • distinguere tra sofferenza transitoria e nucleo identitario persistente;
    • proteggere il minore da decisioni premature.

    Non è una negazione dell’identità, ma una cura del processo evolutivo.

    Conclusione

    La psicologia dello sviluppo insegna che non tutto ciò che è pensabile è già decidibile.

    Piaget parlerebbe di strutture cognitive non stabilizzate.

    Erikson parlerebbe di identità in moratoria.

    Tutelare il tempo dello sviluppo è una responsabilità adulta, clinica ed educativa.

  • Corpo maschile e fertilità: perché l’eccesso di muscoli può ridurre la capacità riproduttiva

    Corpo maschile e fertilità: perché l’eccesso di muscoli può ridurre la capacità riproduttiva

    Introduzione

    Negli ultimi anni ha attirato grande attenzione mediatica il cosiddetto paradosso di Mossman-Pacey, spesso sintetizzato con formule provocatorie come “tanti muscoli e poco sperma”.

    Al di là del sensazionalismo, il paradosso si fonda su ricerche scientifiche reali che mettono in luce una contraddizione biologica ed evolutiva dell’uomo contemporaneo: l’aumento artificiale della massa muscolare può compromettere la fertilità maschile.

    Comprendere questo fenomeno è rilevante non solo per la medicina riproduttiva, ma anche per la psicologia, l’endocrinologia e la salute pubblica.

    Cos’è il paradosso di Mossman-Pacey

    In biologia evoluzionistica, la fitness indica la capacità di un individuo di trasmettere i propri geni.

    Il paradosso di Mossman-Pacey descrive una situazione in cui caratteristiche percepite come segni di successo e attrattività — come un corpo altamente muscoloso — finiscono per ridurre la capacità riproduttiva, andando contro la logica evolutiva.

    In altre parole: l’uomo moderno può apparire fisicamente più “competitivo”, ma biologicamente meno fertile.

    Le basi scientifiche del paradosso

    Il concetto prende il nome dai ricercatori Mossman e Pacey, che hanno analizzato gli effetti di alcune pratiche diffuse tra gli uomini giovani e adulti, in particolare:

    • uso di steroidi anabolizzanti androgeni (AAS),
    • assunzione di farmaci che interferiscono con il metabolismo del testosterone,
    • ricerca estetica estrema della massa muscolare.

    Numerosi studi mostrano che queste pratiche possono alterare profondamente l’equilibrio endocrino maschile.

    Meccanismi biologici coinvolti

    Steroidi anabolizzanti e asse ipotalamo-ipofisi-gonadi

    Gli steroidi anabolizzanti imitano l’azione del testosterone, ma il loro uso esogeno induce l’organismo a ridurre la produzione endogena di ormoni gonadotropi (LH e FSH).

    Questa soppressione ormonale comporta:

    • riduzione o blocco della spermatogenesi,
    • diminuzione della conta spermatica,
    • ridotta motilità degli spermatozoi,
    • possibile infertilità temporanea o permanente.

    Testosterone elevato ≠ fertilità elevata

    Contrariamente a quanto spesso si crede, livelli elevati di testosterone non garantiscono una maggiore fertilità.

    Anzi, quando il testosterone è introdotto dall’esterno, il sistema endocrino interpreta la situazione come un eccesso e “spegne” i meccanismi naturali di produzione degli spermatozoi.

    Perché è un paradosso evolutivo

    Dal punto di vista evolutivo, la selezione naturale dovrebbe favorire caratteristiche che aumentano la probabilità di riproduzione.

    Il paradosso di Mossman-Pacey mostra invece come fattori culturali e sociali (ideali estetici, pressione sociale, modelli di mascolinità) possano spingere verso comportamenti biologicamente controproducenti.

    È un esempio emblematico di disallineamento tra selezione biologica e selezione culturale.

    Implicazioni cliniche e sociali

    Medicina e prevenzione

    • maggiore informazione sui rischi riproduttivi degli steroidi,
    • valutazione della fertilità negli uomini che hanno fatto uso di AAS,
    • counseling medico mirato.

    Psicologia e identità maschile

    Il paradosso interroga anche il rapporto tra:

    • corpo,
    • identità,
    • autostima,
    • modelli culturali di mascolinità.

    Conclusione

    Il paradosso di Mossman-Pacey non è una provocazione mediatica, ma un dato scientifico rilevante.

    Mostra come la ricerca ossessiva della prestazione fisica e dell’estetica possa entrare in conflitto con i meccanismi biologici fondamentali della riproduzione.

    Comprenderlo significa promuovere una visione più integrata della salute maschile, che tenga insieme corpo, biologia, psicologia ed evoluzione.

  • I cannabinoidi sono neurotrasmettitori?

    I cannabinoidi sono neurotrasmettitori?

    Abstract

    Il sistema endocannabinoide rappresenta uno dei più affascinanti ambiti della neuroscienza moderna. Nato dalla scoperta dei recettori cerebrali per il Δ9-tetraidrocannabinolo (THC), ha progressivamente rivelato l’esistenza di ligandi endogeni, come l’anandamide, con funzioni di modulazione sinaptica. Questo articolo analizza, su base scientifica, se i cannabinoidi possano essere considerati veri e propri neurotrasmettitori, esplorandone i criteri biologici, il ruolo dei recettori CB1 e CB2 e le implicazioni cliniche e terapeutiche.

    Introduzione: perché parlare di cannabinoidi e neurotrasmissione

    Tradizionalmente, i neurotrasmettitori sono stati scoperti prima dei loro recettori. Il sistema endocannabinoide rappresenta un’eccezione storica: prima i recettori, poi i ligandi. Questa inversione concettuale ha aperto nuove prospettive sulla regolazione della trasmissione sinaptica e sulla plasticità neuronale.

    La domanda centrale rimane aperta:
    i cannabinoidi endogeni possono essere definiti neurotrasmettitori a pieno titolo?

    Il THC e la scoperta dei recettori cannabinoidi

    Negli anni Ottanta è stato dimostrato che il THC, principale principio attivo della Cannabis sativa, si lega a recettori specifici accoppiati a proteine G. Questi recettori, denominati CB1, risultano particolarmente abbondanti:

    • nella corteccia cerebrale
    • nei gangli della base
    • nel cervelletto
    • nelle vie del dolore

    Successivamente è stato identificato il recettore CB2, localizzato prevalentemente nei tessuti periferici e nel sistema immunitario.

    Un dato neuroscientificamente rilevante è che il cervello umano possiede più recettori CB1 di qualunque altro recettore accoppiato a proteine G, suggerendo un ruolo fisiologico cruciale e non accidentale.

    Perché il cervello ha recettori per il THC?

    Dal punto di vista evolutivo, appare improbabile che i recettori cannabinoidi si siano sviluppati per legare una sostanza vegetale esogena. Come avvenuto per l’oppio e i recettori oppioidi, la presenza dei recettori CB ha suggerito l’esistenza di ligandi endogeni prodotti dal cervello stesso.

    Anandamide e cannabinoidi endogeni

    Nel corso degli anni Novanta è stata identificata l’anandamide (dal sanscrito ananda, “gioia interiore”), una molecola endogena in grado di:

    • legarsi ai recettori CB1
    • modulare la trasmissione sinaptica
    • intervenire nei circuiti del dolore, dell’umore e della risposta allo stress

    Studi sperimentali hanno dimostrato che stimoli dolorosi inducono il rilascio di anandamide in specifiche aree cerebrali, e che l’attivazione dei recettori cannabinoidi riduce la percezione del dolore.

    I cannabinoidi soddisfano i criteri di un neurotrasmettitore?

    Secondo i criteri classici, un neurotrasmettitore deve:

    1. essere sintetizzato nel neurone
    2. essere rilasciato in risposta a uno stimolo
    3. legarsi a recettori specifici
    4. produrre una risposta biologica
    5. essere inattivato o ricaptato

    I cannabinoidi endogeni soddisfano solo parzialmente questi criteri. In particolare:

    • non vengono immagazzinati in vescicole sinaptiche
    • vengono sintetizzati “on demand”
    • agiscono prevalentemente come neuromodulatori retrogradi

    Per questo motivo, la maggior parte della letteratura scientifica li definisce neuromodulatori endocannabinoidi, piuttosto che neurotrasmettitori classici.

    Implicazioni cliniche e terapeutiche

    Il sistema endocannabinoide è coinvolto in numerosi processi fisiologici:

    • controllo del dolore
    • regolazione dell’appetito
    • risposta allo stress
    • tono muscolare
    • modulazione delle convulsioni
    • pressione endooculare

    Applicazioni cliniche potenziali includono:

    • trattamento della nausea e del vomito da chemioterapia
    • dolore cronico
    • spasticità muscolare
    • epilessia farmacoresistente
    • glaucoma

    La ricerca attuale mira allo sviluppo di farmaci selettivi capaci di attivare i recettori cannabinoidi senza gli effetti psicoattivi tipici del THC.

    Conclusioni

    Alla luce delle evidenze neuroscientifiche, i cannabinoidi endogeni non possono essere considerati neurotrasmettitori in senso stretto, ma rappresentano un sistema di regolazione raffinato e fondamentale per l’omeostasi cerebrale. Il sistema endocannabinoide si configura come una nuova frontiera della neurobiologia, con importanti ricadute cliniche, psicologiche ed educative.

    Comprenderlo significa comprendere meglio come il cervello regola il dolore, l’emozione e l’equilibrio interno.

  • Figure bistabili: significato psicologico ed esempi

    Figure bistabili: significato psicologico ed esempi

     Le figure bistabili – note anche come immagini ambigue – sono uno dei fenomeni più affascinanti della psicologia della percezione. Una sola immagine, due interpretazioni, un continuo alternarsi percettivo che svela la natura attiva del cervello umano.

    Le figure bistabili mostrano in modo inequivocabile che non vediamo il mondo così com’è, ma come la nostra mente lo interpreta attraverso esperienza, memoria, aspettative e contesto.


    Cos’è una figura bistabile

    Una figura bistabile è un’immagine che può essere percepita in due modi differenti, entrambi plausibili. Il cervello oscilla spontaneamente tra un’interpretazione e l’altra, in un processo chiamato rivalità percettiva.

    Le tre caratteristiche fondamentali:

    • Ambiguità visiva: più interpretazioni possibili.
    • Switch spontaneo: il cambiamento avviene senza volontà cosciente.
    • Competizione neurale: due rappresentazioni si alternano nel dominio percettivo.

     La stessa immagine, due realtà diverse.


    Spiegazione neuroscientifica: cosa accade nel cervello

    Strutture chiave:

    🔹 Corteccia visiva primaria (V1)

    Elabora le componenti basilari dello stimolo.

    🔹 Via ventrale (“che cosa”)

    Attribuisce significato agli oggetti e ai volti.

    🔹 Via dorsale (“dove”)

    Organizza la profondità, l’orientamento e i rapporti figura–sfondo.

    🔹 Lobi frontali

    Gestiscono la risoluzione del conflitto percettivo.

    Gli studi sulla rivalità percettiva mostrano che il cervello è un sistema predittivo: fluttuazioni spontanee dell’attività neurale possono far emergere una percezione rispetto all’altra.

    La percezione non registra la realtà: la anticipa.


     Esempi classici di figure bistabili

    Questi sono i modelli più noti e utilizzati in psicologia e neuroscienze:

    1. Vaso di Rubin

    Due volti contrapposti o un vaso centrale: dipende da come il cervello decide ciò che è figura e ciò che è sfondo.

    2. Cubo di Necker

    Un cubo che cambia orientamento spontaneamente, evidenziando il ruolo dei processi top–down.

    3. Giovane/vecchia

    Una delle immagini più celebri sull’ambiguità percettiva.

    4. Anatra-coniglio

    Interpretazione fortemente influenzata dal contesto culturale e temporale.

    Il significato psicologico delle figure bistabili

    Le figure bistabili non sono semplici illusioni: sono strumenti cognitivi che raccontano il funzionamento della mente.

    1. La percezione è interpretazione

    Ciò che vediamo dipende da schemi cognitivi, memoria e stato emotivo.

    2. Allenano la flessibilità cognitiva

    Le persone più capaci di cambiare interpretazione mostrano maggiore creatività e problem solving.

    3. Educano alla complessità

    Abituano a tollerare ambiguità e incertezza, competenze fondamentali nella vita reale.

    4. Mostrano il ruolo del contesto

    Il significato emerge a partire da ciò che la mente si aspetta.


    Applicazioni in psicoterapia, educazione e formazione

    In psicoterapia

    Le figure bistabili vengono usate per mostrare ai pazienti che può cambiare la prospettiva pur restando identica la realtà.

    Nella neuropsicoeducazione

    Con adolescenti e studenti funzionano come strumenti vivaci, immediati, perfetti per spiegare:

    • bias cognitivi
    • autopercezione
    • errori di giudizio
    • plasticità mentale

    Nella formazione docenti

    Aiutano a combattere i neuromiti e a spiegare come funziona veramente l’apprendimento.


    Collegamenti ai neuromiti

    Le figure bistabili sono la dimostrazione concreta che molti miti sul cervello sono falsi.

    ❌  Usiamo solo il 10% del cervello

    Falso: la rivalità percettiva attiva reti estese.

    ❌  Il cervello è come una macchina fotografica

    La percezione è interpretativa, non passiva.

    ❌  Esistono persone visive, uditive o cinestetiche

    Gli stili di apprendimento sono un neuromito.

    ❌  Ognuno vede la realtà così com’è

    Le figure bistabili mostrano l’esatto contrario.

    Conclusione

    Le figure bistabili ci invitano a riconoscere che la percezione non è una fotografia del mondo, ma un processo creativo, dinamico e profondamente personale. Comprenderle significa educare alla complessità e alla flessibilità mentale.

    Cambiare prospettiva non significa cambiare realtà: significa capirla meglio.