Categoria: Psicologia

  • “L’amicizia autentica: il tesoro perduto nel mondo digitale”

    “L’amicizia autentica: il tesoro perduto nel mondo digitale”

    Danilo Littarru

    Nei tempi attuali, la parola amicizia è fortemente inflazionata e svilita nella sua portata reale, e i social sono la cartina di tornasole che ben dimostrano ciò, e che richiamano altresì la necessità di fermarsi un attimo per capirne l’importanza e la soavità del termine. La parola amicizia esprime un concetto maturo e profondo, sminuito, spesso, dalla banalità dell’uso quotidiano che ne facciamo. I numeri altisonanti di amicizie virtuali, talvolta, non rendono merito all’aspetto valoriale dell’amicizia.

    Turkle, psicologo sociale del Massachusetts Institute of Technology, nel libro Alone Togetherbasandosi su una ricerca fatta per quindici anni basata sull’osservazione dei bambini e delle interazioni degli adulti con la tecnologia, arriva alla conclusione che stiamo perdendo il significato della voce umana. Il termine “amico” è da ricondurre direttamente al latino amicus che ha la stessa radice di amare per cui significa letteralmente “colui che si ama”. L’amore amicale è proprio quello che i greci chiamerebbero φιλία (philia), un sentimento fraterno, assolutamente disinteressato, un’affinità che costruisce e ricostruisce continuamente lo stesso rapporto e che accresce le vite degli attori coinvolti.

    Ricorda la scrittrice Dacia Maraini che un rapporto d’amicizia che sia fra uomini o donne, è sempre un rapporto d’amore. E in una carezza, in un abbraccio, in una stretta di mano a volte c’è più sensualità che nel vero e proprio atto d’amore. Il tema dell’amicizia è stato motivo d’ispirazione per molti letterati, poeti ed artisti. Tutto questo perché i rapporti umani segnano la nostra vita e fanno parte del nostro cammino emotivo e di crescita personale. Sosteneva Epicuro: “Di tutte le cose che la saggezza procura per ottenere un’esistenza felice, la più grande è l’amicizia”. Nella Sacra Scrittura, troviamo diversi passaggi sull’amicizia, celeberrimi sono i passi del Siracide (6,14-15) in cui si recita: Un amico fedele è rifugio sicuro: chi lo trova, trova un tesoroL’amico fedele è un balsamo nella vita. Per un amico fedele non c’è prezzo, non c’è misura per il suo valore. L’autenticità di una amicizia è allora data dalla possibilità di essere e sentirsi se stessi, accettati senza riserve. Secondo Cicerone siamo nati affinché ci fosse fra tutti un legame, e l’amicizia altro non è che una armonia di tutte le cose umane e divine, unite con la benevolenza e l’affetto. Ciò che cementa questo legame è la ricerca della virtù nell’altro. Non basta passare del tempo assieme per essere amici, frequentare gli stessi luoghi, avere gli stessi interessi, o fingersi “amico” per interesse, in un’ottica di tornaconto personale, perché così si svilirebbe l’essenza stessa dell’amicizia.

    L’amicizia richiede la capacità di ascolto empatico, fondato sulla comprensione reale della persona e non un ascolto apatico, in cui l’interesse è concentrato sui fatti e sulle idee piuttosto che sulla comprensione. Da quanto emerso, appare evidente l’enorme distanza tra l’amicizia reale e quella virtuale, dove il concetto stesso di amicizia risulta liquefatto e svuotato di significato. Si tende infatti a definire “amici” anche persone sconosciute, con cui si condividono superficialmente intimità e aspetti personali.

    La quantità spesso non va a braccetto con la preziosità, per questo, quando si finisce per chiamare amico ogni persona che neppure si conosce, trovo che ci sia una reale e malsana banalizzazione dell’amicizia stessa. Rimbalza ancora una volta la domanda che Seneca pone, nel De vita beataPerché non cercare un bene da potersi intimamente sentire, piuttosto che uno da mettere in vetrina? Amicizia resta la parola più ricercata e al contempo più mendicata sul web, in una dinamica di avere o togliere che spiazza e provoca ad una riflessione profonda.

    Educare al senso dell’amicizia diventa oggi più che mai importante, affinché, soprattutto i giovani possano superare la logica numerica delle amicizie virtuali come patente che legittima il prestigio sociale. Trascendere gli steccati che la virtualità comporta il recupero del senso della voce umana, e ci riabitua ad addomesticarci, proprio come ricorda Antoine de Saint-Exupéry nel Il Piccolo PrincipeNon si conoscono che le cose che si addomesticano. Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico, addomesticami!

  • “Adolescenza e suicidio: capire il dolore per prevenire il gesto estremo”

    “Adolescenza e suicidio: capire il dolore per prevenire il gesto estremo”

    La solitudine, l’incomunicabilità, i conflitti interiori e le relazioni familiari difficili rappresentano esperienze comuni nell’adolescenza, una fase delicata di transizione verso l’età adulta. Tuttavia, in alcuni casi, questo percorso incontra ostacoli insormontabili, che possono culminare in un gesto estremo: il suicidio. Un dramma che attraversa silenziosamente il tessuto sociale e che spesso sfugge alla comprensione collettiva.

    Quando il dolore interiore diventa insopportabile, gli affetti, le amicizie e le passioni perdono significato, e il suicidio diventa l’unica via percepita per sfuggire alla sofferenza. Questo gesto, pur nella sua estrema drammaticità, rappresenta spesso un grido d’aiuto, un ultimo tentativo di comunicare un disagio profondo e radicato. Come rileva l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il suicidio è attualmente la terza causa di morte tra gli adolescenti e i giovani (15-29 anni). In Italia, secondo i dati ISTAT più recenti, i suicidi costituiscono il 12% delle morti in questa fascia d’età, una cifra che richiede una riflessione urgente e mirata.

    Il suicidio adolescenziale è il risultato di una complessa interazione tra fattori personali, familiari e ambientali. Tra i principali fattori di rischio emergono:

    1. Condizioni psicopatologiche: Depressione maggiore, disturbi d’ansia, disturbo bipolare e disturbi della personalità sono frequentemente associati al rischio di suicidio.
    2. Eventi traumatici: Abusi, violenze, lutti o separazioni familiari possono generare un trauma emotivo difficile da elaborare.
    3. Disfunzioni familiari: Rapporti conflittuali, mancanza di supporto emotivo e comunicazione inefficace sono elementi spesso ricorrenti nei casi di suicidio giovanile.
    4. Fattori socio-ambientali: Il bullismo, il cyberbullismo e la pressione accademica contribuiscono ad alimentare il senso di inadeguatezza e isolamento.
    5. Fragilità narcisistica: Gli adolescenti con un forte bisogno di rispecchiamento e conferma da parte degli altri possono sviluppare una vulnerabilità acuta quando queste aspettative vengono deluse.

    In molti casi, i suicidi non sono gesti improvvisi ma conseguenza di un processo che lascia segnali evidenti. Tra questi menzioniamo i:

    Segnali verbali: Frasi come “Non ce la faccio più” o “La vita non ha senso” possono essere un allarme.

    Cambiamenti comportamentali: Isolamento, perdita di interesse per attività amate, calo nel rendimento scolastico o cambiamenti drastici nell’umore.

    Comportamenti a rischio: Automutilazioni, abuso di sostanze o condotte pericolose.

    La prevenzione è un elemento cruciale nella lotta contro il suicidio adolescenziale. Secondo l’OMS, il 90% dei suicidi potrebbe essere prevenuto attraverso interventi tempestivi. Quali le strategie chiave? Eccone alcune:

    Educazione e sensibilizzazione: Promuovere campagne che riducano lo stigma verso il disagio mentale e incoraggino la ricerca di aiuto.

    Supporto psicologico: Offrire accesso agevole a servizi di consulenza e terapia, con particolare attenzione a scuole e comunità.

    Monitoraggio e ascolto: Formare educatori, genitori e operatori sanitari a riconoscere i segnali di disagio e a intervenire tempestivamente.

    Costruzione di resilienza: Insegnare agli adolescenti a gestire lo stress, sviluppare un’autostima solida e costruire relazioni positive.

    Le neuroscienze offrono una prospettiva preziosa per comprendere i meccanismi alla base del suicidio adolescenziale. Studi recenti hanno evidenziato come disfunzioni nella regolazione emotiva e nei circuiti della ricompensa (coinvolgenti strutture come l’amigdala e il sistema limbico) possano contribuire alla vulnerabilità al suicidio. Tecniche come la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) e la mindfulness, supportate da dati neuroscentifici, si sono dimostrate efficaci nel migliorare la regolazione emotiva e ridurre il rischio suicidario.Il suicidio adolescenziale è un fenomeno complesso che richiede un approccio integrato, in cui la prevenzione, il supporto psicologico e la sensibilizzazione giocano un ruolo centrale.

    Riconoscere i segnali di allarme, promuovere un dialogo aperto sul disagio mentale e facilitare l’accesso a interventi mirati sono passi essenziali per affrontare questa emergenza sociale. Ogni vita salvata rappresenta una vittoria non solo per l’individuo, ma per l’intera comunità.

    1. “Ferite, conflitti e rinascita: perché perdonare ci libera”.

      “Ferite, conflitti e rinascita: perché perdonare ci libera”.

      Maria, una mia lettrice, mi ha scritto raccontando il tormento che vive con i suoi genitori, in particolare con la madre che non sente e vede da anni. Vive una situazione di travaglio interiore molto acceso e mi chiede se si può perdonare e come incide sul benessere mentale.

      Spesso le relazioni interpersonali, chiamate ad appagare il primario bisogno umano di affiliazione, possono essere anche fonte di conflitti, lacerazioni profonde e dolorose ferite. I legami parentali sono quelli che più frequentemente generano conflitti, rotture, sofferenze e speranze disattese, anche in età adulta.  

       Si sente spesso dire dai genitori che i figli sono dei giudici spietati. Forse c’è un fondo di verità, soprattutto quando, rileggendo la nostra storia personale, riemergono ricordi dolorosi o viviamo la disillusione di non essere amati o di non esserlo stati come avremmo desiderato. La ricerca di un’equa logica “redistributiva” appartiene alla natura umana ed è biologicamente e psicologicamente radicata.  

      Un fattore significativo, che può aiutare a fronteggiare le inevitabili fratture relazionali, è proprio la capacità di perdonare. Tradizionalmente legato alla sfera religiosa, il perdono è diventato, negli ultimi anni, un oggetto di interesse scientifico. Diversi studi lo hanno analizzato dal punto di vista psicologico, riconoscendolo come un meccanismo sociale fondamentale.  

      Perdonare consiste nel modificare l’emozione legata a una situazione dolorosa, trovando un equilibrio che permetta di ridefinire l’evento in termini costruttivi. Come si può dedurre, il perdono è un fenomeno complesso che coinvolge aspetti affettivi, cognitivi e comportamentali. Le emozioni negative e il giudizio verso il “colpevole” vengono ridotti, senza negare il diritto di provarle, ma guardando al colpevole con compassione, benevolenza e amore.  

      Ci sono dei passaggi necessari che aprono spiragli di risoluzione del conflitto interiore. La fase di Maria, è quella della “ruminazione cognitiva”, durante la quale la reazione emotiva iniziale si attenua, lasciando spazio a un atto volontario di rinuncia al conflitto.  

      Il processo di perdono si sviluppa in più fasi, tre delle quali sono fondamentali:  

      1. Piena espressione delle emozioni: accettare e riconoscere ciò che si prova.  

      2. Comprensione dell’evento: riflettere su ciò che è accaduto e sulle sue cause.  

      3. Decisione di perdonare: scegliere di non riferirsi più al passato e superare l’accaduto.  

      In psicoterapia, il perdono rappresenta un mezzo efficace per superare risentimenti, ansia e sensi di colpa, anche verso sé stessi, attraverso l’accettazione della propria storia personale. 

      Per quanto riguarda il percorso spirituale, sappiamo bene quanto la fede e la preghiera possano essere di aiuto nei momenti di difficoltà. Gesù Cristo ha fatto del perdono uno dei punti centrali del suo insegnamento. Non a caso una delle pagine più toccanti della Bibbia è la parabola del Figliol Prodigo o del Padre Misericordioso, che ben rappresenta il senso del perdono cristiano, anzi ne è la vera essenza. Il Padre perdona senza necessità di chiarimenti, senza proferire parole o pronunciare giudizi inutili. Basta un abbraccio lungo e silenzioso: è l’abbraccio di un padre e di una madre, come Rembrandt riuscirà a immortalare nel suo capolavoro custodito all’Hermitage di San Pietroburgo. 

      Un consiglio finale: oltre un sano cammino spirituale, sarebbe ottimale accompagnare le sue giornate con la lettura di un buon libro. Mi permetto di suggerirle quello scritto magistralmente da Sergio Prenot: “I piedi del figlio prodigo. Uno psicoterapeuta riflette sulle parabole della misericordia, son certo che potrebbe aiutarla nel suo percorso di rinascita personale, psichica e spirituale.  

    2. Binge  drinking: tutto quello che devi sapere per proteggere i tuoi figli

      Binge drinking: tutto quello che devi sapere per proteggere i tuoi figli

      Danilo Littarru

      Nel tempo in cui ci si interroga sulle molteplici forme di fragilità adolescenziale con le sue vertiginose ascese nei cieli stellati della gioia e della speranza, e con le sue discese negli abissi dell’insicurezza e della disperazione, mutuando le parole del grande psichiatra-saggista Eugenio Borgna, dobbiamo soffermarci, ancora una volta, su un fenomeno che allarma e desta crescente preoccupazione poiché evidenzia un’ulteriore sfaccettatura del disagio adolescenziale. Parliamo del binge drinking, ossia la pratica delle abbuffate alcoliche che consiste nell’ingurgitare d’un fiato sei o più bicchieri di alcolici e super alcolici per avvertire l’ebbrezza degli effetti psicoattivi del classico “sballo”. L’ introito eccessivo di alcol è in grado di elevare la pressione sanguigna, i livelli di colesterolo e di zuccheri nel sangue determinando condizioni che accrescono il rischio di eventi acuti a livello cardiaco (infarto del miocardio), danni epatici (cirrosi) ma anche sterilità sia nei maschi che nelle femmine.

      Ulteriori danni si possono verificare a carico del cervello, considerato che tra i 12 e i 25 anni a livello cerebrale avvengono importanti modificazioni anatomiche e funzionali che favoriscono la maturazione emotiva, cognitiva e comportamentale dell’individuo, considerato che il cervello in quella fase di crescita è ancora immaturo e quindi molto più vulnerabile. In questo senso, l’attrazione per la tempesta di piacere scatenata da esperienze nuove, coinvolgenti e condivise come quella della sbornia da superalcolici, supera la valutazione dei rischi e non tiene conto delle ricadute sulla salute. 

      L’alcol, infatti, agisce sui meccanismi cerebrali di ricompensa generando una sensazione di euforia e piacere che induce l’adolescente a risperimentare l’esperienza piacevole replicando le abbuffate con dosi sempre maggiori che portano a sviluppare tolleranza e lo avvicinano ad una vera e propria dipendenza. 

      I dati pubblicati dalla relazione del ministro della Salute al Parlamento sugli interventi realizzati ai sensi della legge 30.3.2001 n. 125 in materia di alcol e problemi alcol correlati – relativi all’anno passato – evidenziano un aumento dei consumatori occasionali di alcol (specialmente fuori pasto e di sesso femminile) e dei praticanti del binge drinking, un fenomeno che tocca da vicino il 15% dei giovani. Si stima che oggi i binge drinker tra gli undici e venticinque anni siano quasi un milione. Uno studio italiano pubblicato sulla prestigiosa rivista Scientific Reports condotto su più di 2.700 alunni minorenni e neo-maggiorenni frequentanti scuole secondarie romane ha messo in luce che l ’80% del campione ha dichiarato di consumare bevande alcoliche, nonostante sia a conoscenza del divieto imposto dalla legge italiana, sottolineando una preoccupante disinformazione sui rischi e sulle ricadute psicofisiche.

      In una società frenetica e ossessiva come quella nella quale viviamo, votata all’eccesso e alla minimalizzazione degli eccessi, derubricati come goliardate o ragazzate, anche una pratica così pericolosa rischia di essere letta come una compensazione alla noia, o come “riempimento” di un vuoto esistenziale e relazionale. È altresì vero che in alcuni casi la sbornia e l’abbuffata possono essere una strategia di automedicazionemessa in atto dall’adolescente nel tentativo di velare o attenuare una risposta soggettiva di insicurezza e ansia di fronte alle sfide evolutive (relazionali, prestazionali, sociali), ma su numeri così crescenti occorre impiantare un discorso più strutturato sui rischi; la scarsa conoscenza e superficialità nella valutazione dei rischi sono il binomio nocivo che provocano nel mondo quasi un milione di morti ogni anno, pertanto appare precipuo legare a doppio filo l’informazione alla formazione della persona, riproponendo un’antropologia di fondo che sia capace di raccordare prevenzione e cura, senza trascurare le ricadute sulla collettività in termini economici. 

      Si pensi al costo del personale sanitario coinvolto nei soccorsi, ai mezzi utilizzati, alle forze dell’ordine sovente coinvolte, aspetti questi che passano in second’ordine, ma che dovrebbero essere centrali nell’analisi e nella valutazione del fenomeno. Potrebbe fungere da deterrente coinvolgere nella ripartizione delle spese anche le famiglie dei minori, in modo che possano essere più attive nel controllo del proprio figlio, impegnandole successivamente in un percorso psico-pedagogico con equipe specializzate, al fine di sensibilizzarle ad una genitorialità strutturata, capace di trasmettere la libertà e  al contempo di educarli a scelte responsabili e rispettose della propria persona e dell’alterità.

      Educare, così assume la dimensione più nobile: educarsi nella reciprocità, in uno scambio di intenti cui l’ascolto e il sostegno diventano pietre angolari su cui deve poggiarsi la relazione umana.