Categoria: Recensioni film/libri

  • La scuola che cambia il mondo non insegna risposte: insegna a farsi domande

    La scuola che cambia il mondo non insegna risposte: insegna a farsi domande

    Viviamo nell’epoca dell’informazione permanente. Ogni studente possiede uno smartphone capace di mostrare in pochi secondi immagini provenienti da qualsiasi angolo del pianeta. Eppure, mai come oggi, il mondo rischia di restare lontano. Perché vedere non significa incontrare. Sapere non significa comprendere. E conoscere statistiche sulla povertà non significa lasciarsi trasformare dall’incontro con chi quella povertà la vive ogni giorno.

    È proprio questa la riflessione che accompagna la lettura di A scuola per cambiare il mondo.Oltre la linea invisibile, il libro di Marystella Caprio, nato dall’esperienza educativa che da anni unisce gli studenti della scuola secondaria di primo grado di Su Planu con una realtà scolastica di Kibera, in Kenya, uno dei più grandi insediamenti informali del continente africano, grazie al significativo contributo dell’International Kids Coding Association (IKCA), associazione nata per garantire ai bambini che vivono nei contesti più svantaggiati l’accesso a computer, connessione e percorsi di coding, nella convinzione che la conoscenza digitale rappresenti oggi una delle forme più autentiche di libertà e riscatto sociale.

    Non siamo davanti al racconto di un semplice progetto internazionale. Siamo davanti ad una precisa idea di scuola.

    La scuola oltre i programmi

    Per molti anni abbiamo pensato che la qualità di una scuola si misurasse esclusivamente attraverso programmi svolti, verifiche, voti e competenze.

    Sono aspetti importanti, certamente.

    Ma esiste una dimensione educativa che nessun registro elettronico potrà mai misurare.

    La capacità di modificare lo sguardo.

    Una scuola autentica non forma soltanto studenti preparati.

    Forma persone capaci di guardare il mondo con occhi nuovi.

    Il progetto raccontato da Marystella Caprio riesce proprio in questo.

    L’incontro con Kibera diventa un dispositivo pedagogico capace di interrompere le certezze, mettere in discussione stereotipi e aprire interrogativi che nessuna lezione frontale potrebbe generare.

    La povertà che arricchisce e la ricchezza che impoverisce

    Forse la provocazione più potente del libro è questa.

    Siamo davvero sicuri che ricchezza significhi benessere?

    I ragazzi scoprono che esistono comunità nelle quali manca quasi tutto dal punto di vista materiale ma nelle quali sopravvivono valori che l’Occidente rischia di smarrire: solidarietà, reciprocità, senso di appartenenza, gratitudine, resilienza.

    Parallelamente comprendono che una società opulenta può produrre nuove forme di povertà.

    Povertà relazionale.

    Povertà affettiva.

    Povertà spirituale.

    Povertà di significato.

    La filosofa Simone Weil scriveva:

    «Il pericolo non è avere poco, ma non sapere più che cosa è essenziale».

    È una frase che descrive sorprendentemente bene il disagio delle nuove generazioni.

    Viviamo immersi nell’abbondanza di stimoli e, allo stesso tempo, sperimentiamo una crescente difficoltà nel dare senso alle cose.

    Educare significa aprire domande

    La parola educazione deriva dal latino ex-ducere: “condurre fuori”.

    Non significa riempire una mente.

    Significa aiutare una persona a scoprire ciò che ancora non vede.

    È qui che il libro suggerisce una riflessione fondamentale.

    La scuola non dovrebbe avere come obiettivo quello di distribuire risposte preconfezionate.

    Le risposte cambiano.

    Le domande autentiche, invece, accompagnano tutta la vita.

    Chi sono?

    Che cosa rende felice una persona?

    Che cosa conta davvero?

    Perché esiste tanta disuguaglianza?

    Qual è la mia responsabilità verso gli altri?

    Quando una scuola riesce a far nascere queste domande, ha già realizzato gran parte della propria missione educativa.

    Il filosofo Jan Patočka scriveva:

    «L’educazione comincia quando qualcosa interrompe la nostra ovvietà».

    L’incontro con Kibera interrompe proprio quell’ovvietà.

    Obbliga gli studenti ad uscire dalla propria bolla culturale.

    Li costringe a guardare la realtà da un’altra prospettiva.

    Ed è in quel momento che nasce la crescita.

    La scuola come luogo di risonanza

    Oggi si parla molto di competenze.

    Molto meno di risonanza.

    Eppure una scuola lascia il segno quando ciò che viene vissuto continua a risuonare dentro gli studenti anche molto tempo dopo.

    Il sociologo e filosofo tedesco Hartmut Rosa definisce la risonanza come quella relazione nella quale il mondo smette di essere un oggetto da utilizzare e diventa qualcosa che ci parla e ci trasforma.

    È esattamente ciò che accade nel progetto raccontato nel libro.

    Gli studenti non osservano semplicemente una realtà diversa.

    Ne vengono interiormente interrogati.

    La scuola diventa così un luogo dove non si accumulano informazioni ma si costruiscono coscienze.

    Una scuola che genera desiderio

    Molti adolescenti non soffrono per mancanza di informazioni.

    Soffrono per mancanza di orizzonti.

    Possiedono strumenti potentissimi ma faticano a trovare un motivo per cui valga la pena imparare.

    Per questo il progetto descritto da Marystella Di Caprio rappresenta una delle espressioni più autentiche della scuola contemporanea.

    Perché restituisce all’educazione il suo compito originario.

    Generare desiderio.

    Desiderio di conoscere.

    Desiderio di comprendere.

    Desiderio di incontrare.

    Desiderio di diventare cittadini del mondo.

    Non esiste apprendimento senza desiderio.

    E non esiste desiderio senza stupore.

    Oltre la linea invisibile

    La linea invisibile evocata dal titolo non separa soltanto la scuola di Su Planu dal Kenya.

    Attraversa ciascuno di noi.

    È il confine sottile tra indifferenza e partecipazione.

    Tra consumare il mondo e lasciarsi cambiare dal mondo.

    Tra vivere chiusi nelle proprie certezze oppure accettare che ogni incontro possa modificare qualcosa dentro di noi.

    Forse è proprio questa la scuola di cui abbiamo bisogno oggi.

    Una scuola che non abbia paura del mondo.

    Una scuola che sappia uscire dalle proprie mura.

    Una scuola che trasformi l’incontro in conoscenza, la conoscenza in coscienza e la coscienza in responsabilità.

    Perché educare non significa semplicemente preparare qualcuno al futuro.

    Significa aiutarlo a diventare profondamente umano.

    Come scriveva Martin Buber:

    «Ogni vita autentica è incontro».

    È probabilmente questa la sintesi più bella del libro di Marystella Caprio e, insieme, della scuola che tutti dovremmo avere il coraggio di costruire.

  • Buen Camino: si ride, ma qualcosa resta

    Buen Camino: si ride, ma qualcosa resta

    Il film Buen Camino vale per quello che è: una commedia leggera, costruita sulle consuete battute del Checco nazionale, spesso sul filo raso del politicamente corretto.

    Si ride, a tratti di gusto, quando il protagonista liquida il pellegrinaggio come «una camminata lunghissima fatta da gente che non aveva di meglio da fare» o quando riduce l’esperienza spirituale a un pragmatico «l’importante è arrivare, poi si vede».

    Ed è proprio qui che, quasi involontariamente, il film fa entrare altro.

    La risata e il peso dei luoghi

    Mentre la comicità alleggerisce tutto — «Io non sono in crisi esistenziale, sono solo stanco» — i luoghi fanno il contrario. I sentieri sterrati, i ponti, le strade che si aprono davanti ai personaggi non sono semplici sfondi narrativi: sono tracce di secoli.

    Su quei percorsi sono passati uomini che non cercavano una battuta pronta, ma risposte a domande radicali. Chi sono? Perché cammino? Cosa mi manca davvero?

    Il film non formula queste domande apertamente, ma le lascia emergere nel contrasto tra l’ironia del protagonista e il silenzio dei paesaggi.

    Da dove nasce il Cammino (anche se il film non lo spiega)

    Il riferimento costante è al Cammino di Santiago, nato nel IX secolo attorno al culto dell’apostolo Giacomo. Per secoli non è stato turismo, ma penitenza, ricerca, attraversamento.

    Camminare significava esporsi alla fatica e all’imprevisto. Spogliarsi del superfluo. Accettare di non controllare tutto.

    Non a caso, nel film, quando il protagonista sbotta con un ironico «Ma perché non ci hanno messo una bella scorciatoia?», emerge tutta la distanza tra la logica moderna dell’efficienza e quella antica del cammino.

    Una spiritualità che passa di lato

    Buen Camino non è un film spirituale nel senso classico. Nessuna predica, nessuna conversione spettacolare. Anzi, spesso la spiritualità viene smontata con frasi come «Io credo solo nei piedi comodi».

    Eppure, proprio mentre si ride, i luoghi lavorano.

    Lo spettatore, magari senza volerlo, compie un piccolo viaggio interiore: non religioso, non devozionale, ma profondamente umano.

    Un viaggio che ricorda che certi cammini non servono per “trovare risposte”, ma per mettere ordine nelle domande.

    Camminare non per arrivare, ma per restare umani

    Forse è questo il paradosso di Buen Camino: una commedia che non pretende profondità, ma finisce per sfiorarla.

    Si ride, si cammina, si passa oltre. Eppure qualcosa rimane.

    Rimane l’intuizione che certi luoghi non si attraversano mai davvero per caso. Che anche quando li percorri con ironia, con distanza, persino con disincanto, loro lavorano su di te. In silenzio.

    Il Cammino di Santiago non chiede conversioni né spiegazioni. Chiede solo di essere percorso. E mentre lo fai, rimette in circolo domande antiche, le stesse che l’uomo si porta dietro da secoli, anche quando finge di non averne più.

    Così Buen Camino fa quello che non promette: tra una risata e una battuta, ricorda che camminare non serve sempre ad arrivare, ma a restare umani abbastanza da ascoltare ciò che, lungo la strada, continua a chiamarci.

  • “The Master”: Favino and the psychology of imperfect teaching

    “The Master”: Favino and the psychology of imperfect teaching

    Introduction

    “The Master” is far more than a film: it is a psychological excavation of what it means to teach, to guide, and to inhabit the fragile space between authority and vulnerability.
    Favino delivers a performance of extraordinary depth, portraying a teacher who is brilliant and flawed, inspiring and wounded — a human being navigating the complexity of shaping others while being shaped himself.

    Favino’s performance: a case study in educational psychology

    Favino does not simply act; he embodies. His character becomes a living example of what contemporary studies call educational ambivalence: the coexistence of competence and fragility within every educator.

    Research in teacher-student relational dynamics (Hamre & Pianta, 2023) shows that emotional attunement is a stronger predictor of student outcomes than curriculum mastery.
    The film visually and dramatically articulates this theory: the teacher’s internal world is inseparable from the way he teaches.

    Education as a field of forces

    The movie reveals the hidden tensions that structure every educational relationship:

    • the teacher’s need for recognition,
    • the student’s emotional vulnerability,
    • the asymmetry of power inherent in teaching.

    “The Master” asks us to confront what we often ignore: educators are not neutral vessels of knowledge but people who inevitably leave traces of their psychic life on the educational encounter.

    Knowledge as a mirror

    One of the film’s strongest insights is that teaching reflects the teacher back to himself. Expectations, unresolved conflicts, idealizations — everything surfaces in the relational space with students.

    The film suggests that:

    • teaching requires vulnerability,
    • authority is sustainable only through self-awareness,
    • education is a reciprocal transformation, not a one-way transmission.

    This resonates with Winnicott’s idea that the educator functions as an emotional environment, not merely a provider of knowledge.

    Why the film matters

    The relevance of “The Master” lies in three major dimensions:

    1. It dismantles the myth of the perfect teacher.
    2. It restores emotional depth to the educational profession.
    3. It provokes moral and psychological self-reflection in the viewer.

    Anyone who teaches — or has ever been taught — will recognize themselves in this narrative.

    Conclusion

    “The Master” is an essential film for educators, psychologists, and anyone interested in the ethics of human relationships.
    Favino’s layered performance exposes the fragile, contradictory and profoundly human nature of teaching.
    This is not cinema that consoles; it is cinema that illuminates.

  • “Il Maestro”: una metamorfosi necessaria

    “Il Maestro”: una metamorfosi necessaria

    Introduzione

    “Il Maestro”, con un magistrale Pierfrancesco Favino, non è semplicemente un film: è una lente d’ingrandimento sul lato più fragile, ambiguo e umano della relazione educativa. La pellicola mette in scena ciò che spesso la società preferisce ignorare: ogni maestro è un intreccio di luci e ombre, di intenzioni pure e ferite irrisolte. E l’interpretazione di Favino, costruita su micro-espressioni, esitazioni e silenzi densi, restituisce un archetipo contemporaneo dell’educatore imperfetto.

    Favino e la psicologia del ruolo: un maestro che “abita” le sue contraddizioni

    Pierfrancesco Favino non interpreta un personaggio, ma ne assume la postura interna. La sua prova attoriale è costruita come un caso clinico: il Maestro appare autorevole e insieme vulnerabile, capace di intuizioni profonde ma anche di scivolamenti etici.
    Questa tensione rispecchia ciò che le ricerche di psicologia dell’educazione descrivono come ambivalenza educativa: il docente è al tempo stesso agente di trasformazione e persona in trasformazione.

    Studi recenti sulla relazione insegnante-allievo (Hamre & Pianta, 2023) mostrano che il successo formativo dipende più dalla qualità emotiva della relazione che dalle competenze tecniche. Il film rende visibile proprio questa dinamica: l’insegnante è un essere umano che educa a partire dalle proprie aperture e dalle proprie ferite.

    La relazione educativa come campo di forze

    “Il Maestro” rappresenta l’educazione come un territorio instabile, dove si intrecciano tre fattori:

    • bisogno di riconoscimento dell’insegnante,
    • vulnerabilità dell’allievo,
    • asimmetria inevitabile del potere educativo.

    Favino incarna questa complessità in un personaggio che oscilla tra il desiderio di costruire e il rischio di ferire.
    L’educazione, suggerisce il film, non è un processo lineare, ma un equilibrio delicato tra presenza, responsabilità e fragilità.

    Quando il sapere diventa specchio

    Uno dei messaggi più potenti del film è la funzione riflessiva della relazione educativa. Ogni maestro, prima o poi, deve confrontarsi con ciò che proietta sugli allievi: aspettative, timori, ideali e irrisolti.
    Il film suggerisce che:

    • non c’è educazione senza vulnerabilità,
    • non c’è guida senza la capacità di guardare dentro sé stessi,
    • non c’è insegnamento senza la disponibilità a essere trasformati.

    È un ritratto che richiama il pensiero di Donald Winnicott: l’educatore è un “ambiente” vivente, non una funzione astratta.

    Perché “Il Maestro” è un film necessario

    Il valore dell’opera risiede in tre elementi decisivi:

    Il valore dell’opera risiede in tre elementi decisivi:

  • Decostruisce la retorica dell’insegnante perfetto.Il docente è mostrato come essere umano, non come icona.Restituisce profondità emotiva al ruolo educativo.La relazione è un processo bidirezionale, dove anche il maestro cresce.Interroga lo spettatore.Ognuno di noi è stato maestro o allievo di qualcuno. Il film diventa allora un invito all’auto-riflessione etica.

  • Conclusione

    “Il Maestro” è un film che non offre risposte rassicuranti, ma domande necessarie.
    Favino firma una delle sue interpretazioni più mature e complesse, restituendoci un educatore che inciampa, sbaglia, tenta, ascolta, cade e si rialza.
    È in questo terreno imperfetto, e solo in questo, che l’educazione può diventare davvero un incontro trasformativo.