Categoria: teologia

  • Il travaglio interiore dei Magi: il viaggio che li cambiò

    Il travaglio interiore dei Magi: il viaggio che li cambiò

    Non seguirono una stella per certezza, ma per inquietudine: il viaggio dei Magi fu prima di tutto un travaglio interiore, dove il dubbio non bloccò il cammino, ma lo rese possibile.

    Il viaggio dei Magi non fu soltanto attraversamento di deserti e confini. Fu, prima di tutto, una lenta erosione delle certezze. Ogni notte la stella sembrava più lontana, e ogni alba rimetteva tutto in discussione. Non dubitavano della meta, ma di sé stessi: siamo ancora degni di cercare ciò che non possiamo dominare?

    Nel silenzio delle soste, il sapere accumulato nei templi e negli osservatori diventava insufficiente. I calcoli non bastavano più. Le mappe celesti tacevano. Restava solo quella intuizione antica che già la sapienza aveva consegnato agli uomini: «Chi accresce il sapere, accresce il dolore» (Qoèlet). E tuttavia, tornare indietro avrebbe significato rinnegare la domanda che li aveva messi in cammino.

    Il travaglio dei Magi fu accettare di non capire prima di adorare. Ogni passo li spogliava di potere, prestigio, controllo. Il viaggio li convertiva interiormente: da sapienti a cercatori, da interpreti delle stelle a uomini esposti al mistero. Come insegna la tradizione sapienziale antica, la verità non si possiede: si attraversa.

    Quando giunsero davanti a quel bambino sconosciuto, compresero che il viaggio non serviva a trovare risposte, ma a diventare capaci di stare davanti al mistero senza fuggire, che il vero travaglio non era stato il deserto, ma lasciare che il mistero li superasse. Adorarono non perché avevano vinto il dubbio, ma perché avevano imparato a camminare con esso.

    L’adorazione fu il gesto finale di un lungo combattimento interiore: non la fine del dubbio, ma la sua trasfigurazione.

    Perché il vero cammino dei Magi — allora come oggi — è il coraggio di partire sapendo che si tornerà diversi.

  • Joseph who watches: when faith enters weariness

    Joseph who watches: when faith enters weariness

    There is one detail that stands out more than any other in this rare representation of the Holy Family: Mary is sleeping.

    She is not praying, not contemplating, not posing. She is sleeping. And in her sleep lies total trust, because someone is keeping watch.

    Joseph is seated, his body slightly leaning forward, as fathers do when crying comes suddenly and there is no time for words. He holds the Child in his arms, cares for Him, consoles Him. He does not speak. He does not teach. He loves by doing.

    A humanized Holy Family

    This scene, rooted in the tradition of southern Italian nativity art between the eighteenth and nineteenth centuries, belongs to a spirituality that rejects idealization in order to embrace the human.

    Not a distant, untouchable Holy Family, but a real family, marked by fatigue, night, and need.

    Here God is not power, but fragility.

    He does not dominate; He asks.

    He does not triumph; He weeps.

    The Child is not an icon: He is a body that demands care. He is the God of the Incarnation carried to its most radical consequences.

    Screenshot

    The sleeping Mary: trust that liberates

    Mary sleeps because she can. She sleeps because motherhood, for once, is not heroic solitude but shared trust.

    Sleep becomes a theological act: entrusting oneself is not a lack of faith, but its highest form.

    This image breaks a still-widespread implicit narrative—that of the mother who must carry everything alone. Here care is reciprocal. Here family is covenant, not unilateral sacrifice.

    Joseph and a new understanding of strength

    Joseph keeps watch. And in doing so, he redefines strength.

    Not dominance, not distance, but silent presence.

    A form of masculinity that does not lose dignity in caregiving, but finds it there.

    It is a fatherhood that does not explain, but protects.

    That does not teach from above, but supports from below.

    A Domestic Theology

    This scene is a true theology in miniature.

    It tells us that holiness does not dwell only in exalted moments, but in night shifts, tired arms, and welcomed tears.

    That authentic love does not dazzle—it warms.

    Like a light left on while someone sleeps.

    And perhaps the most daring message is this:

    God trusts humanity enough to fall asleep in human hands.

    And a man truly becomes a father when he stops explaining and begins to keep watch.

  • Giuseppe che veglia: quando la fede entra nella stanchezza

    Giuseppe che veglia: quando la fede entra nella stanchezza

    C’è un dettaglio che, in questa rappresentazione rara della Sacra Famiglia, spiazza più di ogni altro: Maria dorme.

    Non prega, non contempla, non è in posa. Dorme. E nel suo sonno c’è tutta la fiducia possibile, perché qualcuno veglia.

    Giuseppe è seduto, il corpo leggermente inclinato in avanti, come fanno i padri quando il pianto arriva improvviso e non c’è tempo per le parole. Tiene il Bambino tra le braccia, lo accudisce, lo consola. Non parla. Non insegna. Ama facendo.

    Una Sacra Famiglia umanizzata

    Questa scena, riconducibile alla tradizione del presepe italiano meridionale tra XVIII e XIX secolo, appartiene a una spiritualità che rifiuta l’idealizzazione per abbracciare l’umano.

    Non una famiglia sacra distante, ma una famiglia reale, segnata dalla fatica, dalla notte, dal bisogno.

    Qui Dio non è potenza, ma fragilità.

    Non domina, ma chiede.

    Non trionfa, ma piange.

    Il Bambino non è icona: è corpo che reclama cura. È il Dio dell’Incarnazione portato alle estreme conseguenze.

    Presepe napoletano

    Maria dormiente: la fiducia che libera

    Maria dorme perché può. Dorme perché la maternità, per una volta, non è solitudine eroica ma fiducia condivisa.

    Il sonno diventa atto teologico: affidarsi non è mancanza di fede, ma sua forma più alta.

    Questa immagine rompe una narrazione implicita ancora diffusa: quella della madre che regge tutto da sola. Qui la cura è reciproca. Qui la famiglia è alleanza, non sacrificio unilaterale.

    Giuseppe e una nuova idea di forza

    Giuseppe veglia. E nel farlo ridefinisce la forza.

    Non dominio, non distanza, ma presenza silenziosa.

    Una mascolinità che non perde dignità nell’accudire, ma la trova.

    È una paternità che non spiega, ma protegge.

    Che non insegna dall’alto, ma sorregge dal basso.

    Una teologia domestica

    Questa scena è una vera teologia in miniatura.

    Dice che la santità non passa solo dai momenti alti, ma dai turni notturni, dalle braccia stanche, dai pianti accolti.

    Che l’amore autentico non abbaglia: scalda.

    Come una luce accesa mentre qualcuno dorme.

    E forse il messaggio più audace è questo:

    Dio si fida dell’uomo abbastanza da addormentarsi tra le sue mani.

    E l’uomo diventa davvero padre quando smette di spiegare e comincia a vegliare.

  • La notte in cui il cielo scelse la terra

    La notte in cui il cielo scelse la terra

     

    C’è una notte che non somiglia alle altre. Il cielo non è solo buio: è in ascolto. Le stelle, quella sera, sembrano ferite di luce su una pelle antica. Una, più ostinata delle altre, non brilla per farsi ammirare, ma per indicare. Non grida, non impone: chi vuole, la segue. È la rotta della stella. Sotto quel cielo camminano esistenze che non trovano casa nelle parole comuni. Vite piegate, invisibili, come sabbia che scivola tra le dita del mondo. Sono uomini e donne che hanno imparato a stare in piedi senza applausi, a respirare anche quando l’aria manca. Non sanno di essere dentro un disegno più grande. Nessuno glielo ha mai detto.

    Il deserto li accoglie con il suo silenzio educato. Le palme, nere contro il tramonto, sembrano mani aperte verso l’alto, come se pregassero senza sapere a chi. Il sole cala lentamente, incendiando l’orizzonte: un rosso che non è fine, ma promessa. Ogni tramonto, quella sera, sembra dire che la luce non muore: si nasconde per rinascere meglio.

    La stella avanza, e con lei avanzano storie rotte. Un pastore che non ha più nulla da difendere. Una madre che ha imparato a sperare con le mani vuote. Un uomo che ha perso il nome ma non il cuore. Non sono eroi. Sono umani. Ed è proprio questo il miracolo.

    Poi accade. Non con rumore, non con potenza.

    Una nascita piccola, quasi imbarazzante per la storia. Un respiro fragile che però sposta gli assi del mondo. Non nasce per dominare, ma per abitare. Non viene per spiegare Dio, ma per renderlo toccabile. In quella carne vulnerabile, l’infinito decide di farsi vicino.

    La stella si ferma. Non perché il viaggio sia finito, ma perché ora la direzione è chiara: non verso l’alto, ma verso l’altro. E allora si comprende.

    Quelle vite senza dimensione, quei passi stanchi, quei cuori fuori posto… non erano perduti. Stavano solo camminando dentro un progetto che va oltre gli occhi, oltre le mappe, oltre le logiche del successo.

    Il mondo non cambia perché nasce un re.

    Cambia perché nasce qualcuno che insegna a riconoscere il valore di ciò che è piccolo.

    E da quella notte, ogni volta che una luce sembra spegnersi, ogni volta che un’esistenza pare non trovare spazio, la stella continua a tracciare la sua rotta. Silenziosa. Fedele.

    Per chi ha ancora il coraggio di alzare lo sguardo.

    Santo Natale di vera pace

  • Chi ama poco non ha mai conosciuto davvero il perdono.

    Chi ama poco non ha mai conosciuto davvero il perdono.

    Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha amato molto; invece colui al quale si perdona poco, ama poco.”

    Il Vangelo secondo Luca racconta l’incontro tra Gesù, un fariseo e una donna definita “peccatrice”.
    Mentre il padrone di casa giudica quella presenza come scandalosa, la donna compie gesti di intensa tenerezza: bagna i piedi di Gesù con le lacrime, li asciuga con i capelli e li profuma.
    Gesù risponde con parole che ribaltano l’ordine morale:
    «Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha amato molto; invece colui al quale si perdona poco, ama poco» (Lc 7,47).
    Ma in greco il testo dice qualcosa di ancora più sottile. Il termine ὅτι (hoti) non significa “perché”, ma “poiché”, “come segno che”: l’amore non è la causa, ma la conseguenza del perdono.
    Lo confermano gli esegeti Joseph A. FitzmyerFrançois Bovon e Joel B. Green, secondo cui il passo mostra che “il perdono precede l’amore e lo rende possibile” (Anchor Bible, Hermeneia, NICNT).

    L’ordine dell’amore: prima la grazia, poi il gesto

    Il racconto include una parabola: due debitori vengono condonati, uno di più, l’altro di meno. Gesù chiede: «Chi dei due amerà di più?».
    La risposta è chiara: colui al quale è stato condonato di più.

    La donna del Vangelo è dunque il volto umano di chi ha sperimentato il perdono come evento fondante, non come premio.
    Simone il fariseo, invece, rappresenta l’uomo che non si sente mai in debito: corretto, osservante, ma chiuso.
    Chi si crede “giusto” non chiede nulla — e non ama, perché non sa ricevere.

    L’interpretazione dei Padri e la rilettura moderna

    Sant’Agostino commentava:

    “Non fu perdonata perché amò, ma amò perché fu perdonata.”
    (Sermo 99)

    Gregorio Magno, nel VI secolo, identificò questa donna con Maria Maddalena, creando una tradizione che confonde peccato e redenzione.
    Ma la ricerca biblica contemporanea distingue chiaramente le due figure e restituisce alla “donna anonima” di Luca un ruolo simbolico: l’umanità fragile che si lascia toccare.

    La lettura psicologica: l’amore come risposta alla vulnerabilità

    La psicologia del profondo conferma ciò che il testo sacro anticipava: chi ha sperimentato la vergogna, la colpa e poi il perdono sviluppa una forma più matura di amore.
    È la cosiddetta “gratitudine riparativa” (Melanie Klein), che nasce dal riconoscere la propria imperfezione e dal sentire che nonostante tutto si è degni di accoglienza.

    Chi invece vive nella logica del merito, del controllo e della perfezione tende a un amore condizionato, fragile, difensivo.
    Solo chi accetta di “essere stato perdonato” può amare senza difese.

    L’attualità di un messaggio rivoluzionario

    Nel tempo della performance, dove l’autostima è misurata dai risultati e la fragilità è vista come fallimento, il Vangelo di Luca svela un’altra via: la verità di sé è la premessa dell’amore autentico.

    Non è la perfezione che genera amore, ma la consapevolezza di essere stati accolti proprio quando non lo meritavamo.
    L’amore gratuito nasce da lì: dal sentirsi guardati con misericordia.

    In sintesi

    Chi ama poco, forse non ha mai conosciuto davvero il perdono.

    L’amore non è ricompensa per chi è senza colpa,
    ma fioritura per chi ha lasciato cadere la maschera del giusto.

    Solo chi ha sentito sulla pelle la grazia — può trasformare la ferita in carezza.

  • Perché Agostino è più attuale di Freud

    Perché Agostino è più attuale di Freud

    La confessione come atto di verità

    Nel tempo in cui l’“io” si moltiplica in selfie e diagnosi, dove la confessione ha perso la sua dimensione sacra per farsi narrazione social o seduta di terapia, riscoprire Agostino può non solo sorprendere, ma persino guarire.

    Il vescovo d’Ippona non si limita a raccontare sé stesso: egli interroga l’abisso dell’anima, cercando in ogni battito interiore il riflesso di un Altro. Nelle Confessiones non c’è solo autobiografia, ma una forma radicale di autocoscienza, un’apertura alla luce che scandaglia il cuore più di quanto non faccia l’interpretazione dei sogni.

    Agostino e Freud: due modelli di profondità

    Freud ha aperto le porte dell’inconscio, ma Agostino ha abitato le stanze della coscienza. Il primo cerca le cause nascoste, il secondo cerca il senso. Freud decifra, Agostino ascolta. Entrambi scavano, ma con utensili diversi: lo psicoanalista con la parola analitica, il teologo con il silenzio orante.

    Se Freud ha dato voce ai traumi, Agostino ha dato voce al desiderio che salva. Non è forse questo il nodo cruciale? Oggi la psicologia rischia di fermarsi all’origine del male, mentre Agostino osa chiedere: “Che cosa amo, quando amo il mio Dio?” (Confessioni X,6,8). Una domanda che oltrepassa il passato per orientare il futuro.

    Il cuore inquieto dell’uomo moderno

    Agostino sapeva che non si guarisce solo comprendendo, ma orientando. In un tempo in cui l’analisi spesso si chiude nell’autoreferenzialità dell’“io ferito”, egli offre una via ulteriore: la trascendenza.

    Scrive: “Ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Conf. I,1,1). Un’inquietudine che non cerca solo una spiegazione, ma una casa.

    Freud leggeva i simboli, Agostino li abitava. Il primo era medico dell’inconscio, il secondo pellegrino del cuore.

    Perché Agostino è più attuale

    Oggi abbiamo strumenti diagnostici, terapie brevi, app per la meditazione e per il respiro. Eppure la fame d’interiorità resta. Anzi, cresce. In questo scenario iperanalitico e spesso iperfragile, Agostino parla con forza nuova.

    Perché non offre tecniche, ma uno sguardo verticale.

    Perché non propone la “liberazione dai sintomi”, ma l’integrazione dell’essere.

    Perché non cerca semplicemente la causa del dolore, ma l’origine del senso.

    Agostino non è un’alternativa a Freud: è la sua profondità perduta. La sua introspezione teologica è ciò che manca a una psiche che ha dimenticato l’anima.

  • Giuda Iscariota: il traditore o l’uomo spezzato?

    Giuda Iscariota: il traditore o l’uomo spezzato?

    L’enigma dell’uomo più discusso della storia

    Chi era davvero Giuda Iscariota, l’apostolo che consegnò Gesù? Traditore, vittima, capro espiatorio? La sua figura continua ad affascinare psicologi, filosofi, artisti e teologi. Da Dante a Dostoevskij, fino a Borges, Giuda rimane il volto oscuro della storia cristiana, “il condannato dall’umanità”.

    Profilo psicologico di Giuda

    La psicologia moderna legge in Giuda una personalità lacerata da profonde tensioni. Da un lato l’idealismo politico e religioso, dall’altro la delusione per un Messia che non rispondeva alle attese.
    Il tradimento può essere interpretato come una forma estrema di dissonanza cognitiva: amare e odiare, seguire e distruggere, sperare e disperarsi.
    Alcuni clinici ipotizzano tratti borderline: incapacità di reggere la frustrazione, oscillazione tra idealizzazione e svalutazione, esplosioni impulsive.

    Dimensione psichiatrica: il peso della colpa

    Il suicidio di Giuda, narrato nei Vangeli e ripreso nel libro degli Atti con il riferimento al campo di sangue (Akeldamà), evidenzia un quadro di verosimile depressione maggiore con colpa persecutoria.
    Il gesto non libera: lo precipita nell’abisso dell’auto-condanna. In termini clinici, Giuda rappresenta l’archetipo dell’atto impulsivo irreversibile, dove alla rabbia subentra un dolore insopportabile, senza possibilità di rielaborazione.

    Antropologia del tradimento: il capro espiatorio

    Per l’antropologia Giuda diventa il capro espiatorio universale. René Girard ricorda che “la violenza si placa quando trova una vittima”. L’umanità ha bisogno di incarnare il male in un volto riconoscibile, e Giuda diventa quel volto.
    Eppure, dietro il “traditore” c’è un uomo che ha viaggiato accanto a Cristo, ascoltato le parabole, condiviso il pane. Un uomo che ha baciato il Maestro con un gesto che ancora scuote la storia.

    Giuda nell’arte e nella letteratura

    La figura di Giuda ha attraversato secoli di interpretazioni.

    • Dante Alighieri lo colloca nell’Inferno, nel cuore ghiacciato della Giudecca, dilaniato da Lucifero stesso.
    • Fëdor Dostoevskij lo vede come simbolo della libertà tragica, capace di scegliere anche contro il bene.
    • Jorge Luis Borges scrive che “nessuno è tanto straniero a noi quanto colui che crediamo irrimediabilmente perduto”, aprendo alla possibilità di vedere Giuda come specchio della nostra stessa fragilità.

    Il condannato dall’umanità

    Giuda Iscariota è il volto ambiguo dell’uomo spezzato, che incarna insieme il peccato e la disperazione. Non è solo “il traditore”, ma l’archetipo della nostra capacità di cedere al male pur amando il bene.
    Guardarlo non significa giustificarlo, ma riconoscere che ogni essere umano porta in sé il rischio del proprio Akeldamà.

  • La notte a Manresa…

    La notte a Manresa…

    🌑 Una riflessione esistenziale ispirata alla crisi spirituale di Ignazio di Loyola, che trasformò la vanità in ascolto e silenzio, e il vuoto in luce.

    C’è un punto, nella vita di ogni uomo, in cui l’eco delle vanità comincia a stonare. È quel momento in cui il fragore delle conquiste mondane si fa silenzio assordante, e le medaglie conquistate con affanno si rivelano fatte di carta. È in quell’ora — spesso notturna, spesso solitaria — che l’anima comincia a desiderare qualcosa che non passa.

    Ignazio di Loyola, il cavaliere altero innamorato dell’onore e dell’apparenza, si ritrovò a Manresa, senza armature, senza titoli, senza specchi. Ciò che aveva definito la sua identità – il potere, il fascino, la bellezza fisica, la prodezza – era stato ridotto in polvere. E fu lì, nel vuoto scavato dalla rinuncia, che cominciò a vedere.

    La grotta di Manresa non è solo un luogo fisico. È simbolo di quel tratto d’ombra che tutti attraversiamo quando crolla il superfluo. Quando ci si accorge che si può vivere senza molti orpelli, ma non senza senso. Quando si intuisce che l’ansia di emergere è solo sete d’amore travestita.

    Ignazio, seduto nella sua notte, cominciò a distinguere le cose vane da quelle che restano. Scoprì che l’ego è un tiranno e che la pace non si conquista, si riceve. Che Dio si trova, sì, ma non nell’oro delle corti o nel plauso delle folle: si lascia incontrare nel cuore spogliato, nell’umiltà che riconosce di essere mendicante.

    La sua notte fu lunga, ma feconda. Una notte abitata da domande, lacrime, sfinimenti interiori. Ma anche da una luce nascosta: la consapevolezza che la verità dell’uomo si svela solo quando smette di recitare.

    Chi oggi è affaticato dalla rincorsa al superfluo, dalle aspettative degli altri, dai confronti che umiliano e dalla prestazione continua, può trovare rifugio e specchio in quella grotta. Manresa ci ricorda che c’è un tempo per perdere tutto, e che quel tempo può diventare un inizio.

    Perché è solo quando si lascia andare ciò che pesa che si riesce ad affacciarsi — con tremore ma con sincerità — alle cose che davvero restano: la presenza, la comunione, la verità, l’amore gratuito, Dio, come scriverà poi negli Esercizi Spirituali (n. 2)

    Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente.”

  • “Servire senza perdersi”

    “Servire senza perdersi”

    Santa Marta: l’affanno dell’agire e il silenzio del cuore

    Santa Marta, sorella di Maria e di Lazzaro, non occupa i vertici iconici della cristianità. Non è l’estatica, né la martire, né la mistica rapita in visioni. Eppure, il suo nome brilla come una nota sommessa nella sinfonia evangelica, perché porta con sé il mistero di chi ama servendo, ma si smarrisce nell’eccesso del fare.

    Nel Vangelo di Luca (10,38-42), Marta accoglie Gesù nella sua casa e subito si affanna nei molti servizi. La scena è domestica, quasi banale: piatti, stoviglie, gesti quotidiani. Eppure, è lì che si consuma una delle più sottili parabole dell’interiorità. Marta è l’archetipo di chi si perde nelle urgenze, di chi sacrifica la contemplazione sull’altare dell’efficienza. Ella lavora, si agita, si irrita. E, in quella fretta ansiosa, chiede perfino a Gesù di rimproverare Maria, che invece è seduta, in ascolto. Ma il Maestro la guarda con dolce fermezza:
    “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose… ma una sola è necessaria.”

    Psicologia dell’affanno: quando il fare nasconde il vuoto

    Marta non è una colpevole, ma una sorella nostra. La psicologia contemporanea riconosce in lei il volto di molti — forse di tutti — che si consumano nel quotidiano senza lasciare spazio all’essenziale. L’iperattivismo, oggi spesso celebrato come virtù, cela in sé una trappola sottile: quella di riempire ogni vuoto per non incontrare il silenzio, per non sostare davanti a ciò che davvero brucia dentro.

    L’affaccendarsi compulsivo può diventare una sofisticata forma di evitamento emotivo. Ogni gesto, ogni lista da spuntare, ogni mansione portata a termine può servire, inconsciamente, a tacitare una domanda radicale:
    “Chi sono, quando non sto facendo nulla? Che cosa desidero, al di là del dovere e dell’approvazione?”

    La casa di Marta è la nostra mente quando non sa fermarsi. È la coscienza che, incapace di affrontare l’interiorità, cerca sollievo nei pavimenti puliti, nelle mail risposte in tempo, nelle lavatrici avviate. Ma nessun ordine esteriore può colmare il disordine di un’anima disabitata.

    La fatica che consuma e non nutre

    Chi lavora senza misura, anche se mosso da amore sincero, può diventare prigioniero del proprio zelo. Esistono madri che si esauriscono nel curare tutti tranne sé stesse, insegnanti che danno tutto ma non sanno ricevere, educatori, sacerdoti, psicologi, infermieri… anime generose e stanche, che sanno prendersi cura ma non sanno lasciarsi curare.

    La stanchezza cronica, il burnout emotivo, il senso di vuoto che sopraggiunge anche dopo mille gesti generosi… sono sintomi silenziosi di un’esistenza disancorata dall’ascolto. Marta ci ricorda che anche l’amore ha bisogno di misura, e che il cuore, come la terra, ha bisogno di riposo per dare frutto.

    La sapienza del grembiule

    Il grembiule di Marta non va disprezzato. Non c’è biasimo nel rimprovero di Gesù, ma un invito a trasfigurare l’agitazione in offerta silenziosa. Il servizio non è meno nobile della contemplazione, ma dev’essere linfa che sgorga da un centro abitato, e non compensazione per una mancanza.

    Ogni gesto quotidiano — lavare un piatto, portare un bicchiere, cucire un vestito, servire un malato — può diventare sacramento, se è compiuto da un cuore che sa restare presente. Marta non è da rigettare: è da consolare, da comprendere, da redimere.

    Un invito a sedersi

    Maria ha scelto la parte migliore, dice Gesù. Ma Marta è colei che ha aperto la porta. Forse il cammino spirituale inizia proprio lì: accogliendo, anche se non si è ancora pronti a fermarsi. Forse, dopo quel giorno, anche Marta ha imparato a sedersi. Forse ha continuato a cucinare, ma in silenzio. Forse ha ascoltato le parole del Maestro risuonare nella casa e nel cuore.

    Nel mondo di oggi, che idolatra l’efficienza e premia solo chi produce, abbiamo bisogno di riscoprire Marta. Non come modello da imitare, ma come sorella da guarire. Perché anche chi serve ha diritto a fermarsi. E perché, talvolta, la cosa più urgente è lasciarsi amare.

  • Dove sono i Samaritani?

    Dove sono i Samaritani?

    La Chiesa alla prova della fraternità spezzata

    Ci si affanna nelle cattedrali e nelle parrocchie. Si prega, si canta, si marcia dietro stendardi e reliquie. Ma quando il fratello cade — e magari è proprio un sacerdote, uno che ha spezzato il pane e la Parola accanto a noi — allora spesso resta solo, gettato ai margini della strada, come l’uomo della parabola. E i primi a passare oltre, oggi come ieri, sono proprio coloro che conoscono le Scritture e officiano i culti.

    Il sacerdote malato, isolato, dimenticato, è una ferita viva nel corpo della Chiesa. E ciò che brucia di più non è solo la malattia o il dolore, ma l’abbandono da parte dei confratelli, dei cosiddetti “fratelli nel ministero”. Tutti troppo occupati, troppo assorbiti, troppo inseriti. Come se il Vangelo fosse una serie di impegni e non un’esistenza da condividere.

    Hans Urs von Balthasar scriveva:

    “Chi pretende di comprendere Cristo senza lasciarsi trafiggere da Lui, inganna sé stesso.”

    Ecco: la nostra Chiesa è diventata talvolta esperta nell’amministrare Cristo, ma lenta nel lasciarsi trafiggere dal dolore dell’altro. Abbiamo ridotto la koinonía a una parola di verbale pastorale. Eppure, senza fraternità reale, incarnata, non c’è comunità cristiana.

    Una spiritualità senza grembiule

    Don Tonino Bello ce lo ha insegnato con forza:

    “Il grembiule viene prima della stola.”

    Eppure, quante volte indossiamo la stola nei momenti pubblici, nei riti solenni, e poi ci dimentichiamo il grembiule della carità nel quotidiano? È proprio lì, nella corsia d’ospedale, nella casa silenziosa del prete anziano, nel dolore taciuto di un confratello ferito, che si misura l’autenticità della nostra fede.

    Abbiamo edificato una Chiesa che teme la vulnerabilità, che copre le ferite, che fugge dal pianto. Ma la Chiesa del Cristo crocifisso non può non essere anche la Chiesa del fratello sofferente. Dove sono i samaritani?

    Il grembiule oltre la stola: la profezia di don Tonino

    Don Tonino Bello non fu solo un vescovo della prossimità: fu un poeta del Vangelo incarnato. Tra le sue immagini più potenti c’è quella del grembiule, che egli opponeva alla stola non in termini di contrapposizione, ma di gerarchia evangelica. La stola è il segno del ministero, della sacralità liturgica; ma il grembiule — simbolo del servizio umile, dell’amore che si china — è l’indumento che Cristo indossa nel cenacolo, prima di ogni altra cosa.

    Scriveva:

    “Il grembiule non è un accessorio. È il paramento liturgico per eccellenza, quello senza il quale la stola rischia di diventare un ornamento vuoto, un segno sterile.”

    Nella visione di don Tonino, la stola riceve senso solo se attraversata dall’amore operoso del grembiule. È un grido contro ogni clericalismo, contro ogni ministero vissuto come potere o prestigio. E questa prospettiva è quanto mai urgente oggi, in una Chiesa che rischia di moltiplicare liturgie e appesantirsi di parole, ma impoverirsi di gesti reali.

    Il grembiule ci ricorda che non basta “fare” il prete, occorre essere fratelli. E la fraternità non si celebra a parole: si esercita chinandosi.

    Il paradosso della liturgia senza carità

    Ogni giorno celebriamo la memoria del Dio che si è fatto servo, che ha lavato i piedi ai suoi discepoli, che si è lasciato ferire per amore. Ma poi, nella pratica, il culto diventa più importante del cuore. Corriamo al tempio, ma evitiamo chi giace per terra.

    Il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer parlava di “grazia a buon mercato”, e forse anche noi, nella Chiesa cattolica, abbiamo cominciato a distribuire “fraternità a buon mercato”: fatta di parole, di sorrisi istituzionali, di comitati. Ma quando il confratello crolla — perché è depresso, perché è stanco, perché è in crisi — allora il vuoto si fa silenzio assordante.

    Un esame di coscienza ecclesiale

    Che cosa sbaglia la Chiesa? Sbaglia quando dimentica che l’essenza del Vangelo non è la correttezza dottrinale né l’efficienza organizzativa, ma la prossimità. Cristo non ha lasciato un’agenda, ma una vita donata. La Chiesa sbaglia quando confonde la missione con l’ansia di visibilità, quando preferisce l’evento al volto.

    E noi? Noi cattolici sbagliamo quando ci accontentiamo di un cristianesimo da calendario liturgico, e non di una fede che scende per strada, che si ferma, che fascia le ferite.

    Il Buon Samaritano è l’icona eversiva di una Chiesa che non fugge. E Cristo — che nel Vangelo ci appare sempre accanto ai piccoli, ai poveri, ai feriti — ci interroga: dove siamo noi, davvero?

    Spiragli di speranza

    Eppure, non tutto è perduto. Ogni volta che un sacerdote si prende cura di un altro sacerdote, che un fedele va a trovare un parroco dimenticato, che una comunità si fa carico del dolore dell’altro, lì si ricrea la Chiesa delle origini, la koinoníadello Spirito.

    Occorre una conversione pastorale che non sia solo programmatica ma spirituale, fraterna, empatica.
    Occorre tornare a lavare i piedi.

    Perché “da questo sapranno che siete miei discepoli: se vi amerete gli uni gli altri” (Gv 13,35).