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  • Perché ci mangiamo le unghie? Il lato nascosto dell’onicofagia

    Perché ci mangiamo le unghie? Il lato nascosto dell’onicofagia

    Il morso invisibile dell’ansia: comprendere l’onicofagia

    L’onicofagia, ovvero l’abitudine di mangiarsi le unghie, è spesso liquidata come un gesto banale, un tic nervoso da correggere con smalti amari o ammonizioni. In realtà, essa costituisce un vero e proprio atto psicologico, simbolico e relazionale, che interroga la soggettività in modo profondo.

    Secondo il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5), l’onicofagia rientra tra i “comportamenti ripetitivi focalizzati sul corpo” (BFRB – Body-Focused Repetitive Behaviors), accanto a tricotillomania (tirarsi i capelli) e dermatillomania (grattarsi la pelle). Colpisce prevalentemente bambini e adolescenti, ma può protrarsi anche in età adulta.

    Tra ansia, perfezionismo e regressione orale

    Le cause dell’onicofagia non sono univoche. Il gesto è spesso legato a tensioni emotivefrustrazionenoiaansia da prestazione, ma anche a forme inconsce di autocontrollo o punizione.

    In ambito psicoanalitico, il gesto viene talvolta letto come regressione a una fase orale dello sviluppo psicosessuale, in cui il soggetto tenta di lenire una tensione interna attraverso l’autostimolazione orale. Un modo primitivo, ma potente, per autorassicurarsi.

    Altri approcci, come quello cognitivo-comportamentale, vedono nell’onicofagia un comportamento appreso e rinforzato, che agisce come valvola di sfogo in situazioni stressanti. Spesso diventa un automatismo legato alla distrazione o all’ipercontrollo.

    Un gesto silenzioso ma eloquente

    Chi si mangia le unghie difficilmente se ne accorge nel momento in cui lo fa. Si tratta di un comportamento semi-inconscio, che si manifesta durante attività passive (come guardare la TV o studiare), ma anche in momenti di tensione sociale.

    Da un punto di vista simbolico, l’onicofagia rappresenta una lotta interna tra impulso e contenimento. Mordere se stessi è un modo per scaricare aggressività, colpa o ansia che non trovano altra forma di espressione.

    Un disturbo che cresce con l’età

    Uno studio pubblicato su Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry (Williams et al., 2006) ha mostrato che circa il 45% degli adolescenti manifesta forme di onicofagia più o meno marcate, con una riduzione significativa dopo i 30 anni. Tuttavia, nei casi più gravi, essa può evolvere in una condotta compulsiva con danni fisici (infezioni, deformazioni ungueali) e psicologici (vergogna, bassa autostima).

    Trattamento e approcci terapeutici

    L’intervento psicologico varia a seconda della gravità e della funzione che il gesto assolve. Nei casi più lievi, è utile l’automonitoraggio, la consapevolezza del gesto e l’introduzione di comportamenti alternativi.

    Nei casi più profondi o cronicizzati, il percorso psicoterapeutico – in particolare a orientamento cognitivo-comportamentale o psicodinamico – può aiutare a decifrare il significato sottostante e a rielaborare i vissuti emotivicorrelati.

    Nel lavoro clinico con bambini e adolescenti, è importante coinvolgere la famiglia, lavorare su strategie di regolazione emotiva, e comprendere eventuali traumi, pressioni o disagi scolastici e relazionali.

    Conclusione

    L’onicofagia è molto più di un vizio da estirpare: è una spia psicosomatica, un linguaggio del corpo che chiede ascolto. Interrogare questo gesto, piuttosto che punirlo, può aprire la strada a una maggiore consapevolezza di sé e al recupero di un dialogo interiore più sano.

  • “Il giorno in cui mia figlia impazzì”: quando l’adolescenza si spezza

    “Il giorno in cui mia figlia impazzì”: quando l’adolescenza si spezza

    In Il giorno in cui mia figlia impazzì, Michael Greenberg ci consegna una testimonianza lacerante e vibrante, che unisce l’impeto del memoir alla lucidità del resoconto clinico. Il libro, edito in Italia da Einaudi, narra l’estate del 1996 in cui Sally, la figlia quindicenne dello scrittore newyorkese, viene travolta da un episodio psicotico acuto, aprendo uno squarcio sulla fragilità della mente adolescente e sulla forza del legame genitoriale.

    Il lettore è trascinato in una New York afosa e rarefatta, ma soprattutto nel caos interiore di una giovane mente che cede sotto il peso di un disturbo mentale ancora misterioso. Greenberg non cerca mai il pietismo, ma offre uno sguardo analitico e poetico, capace di rendere visibile l’invisibile: il delirio, l’ansia, la perdita di contatto con la realtà.

    “Il modo in cui la psicosi prende il controllo della mente di Sally è improvviso, assoluto, come un temporale che squarcia il cielo sereno”, scrive. E in questo gesto narrativo ritroviamo il dolore di ogni genitore che assiste, impotente, al disgregarsi dell’identità del proprio figlio.

    Greenberg si fa cronista e padre, scrittore e caregiver, oscillando tra l’incredulità e l’analisi. La sua prosa è asciutta, incisa, eppure colma di compassione. Il testo diventa così un’opera a metà strada tra la letteratura e la riflessione clinica, rendendolo particolarmente prezioso per pedagogisti, psicologi e psichiatri.

    Il volume è un’illustrazione vivida di ciò che la psichiatria dell’età evolutiva definisce early-onset psychosis. Come sottolinea Massimo Ammaniti, “l’adolescente è un funambolo che cerca equilibrio tra regressione infantile e proiezione verso l’età adulta”. Ed è proprio in questa transizione che Sally inciampa, spinta nel vuoto da una malattia che non fa sconti, nemmeno alla giovinezza.

    Dal punto di vista clinico, il libro può essere letto come una testimonianza del ruolo fondamentale della famiglia nel percorso terapeutico. Il DSM-5 colloca la psicosi giovanile in una zona grigia, dove diagnosi e prognosi si muovono tra incertezza e speranza. Greenberg incarna questa ambivalenza, restituendola al lettore in tutta la sua crudezza.

    Perché leggerlo

    Il giorno in cui mia figlia impazzì è molto più che un diario del dolore. È un testo necessario, che dà voce a milioni di genitori e figli coinvolti nel labirinto della sofferenza mentale. Un libro da leggere per comprendere, per non sentirsi soli, per imparare a nominare ciò che spesso resta impronunciabile.