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  • Dan Olweus: lo psicologo che ha insegnato al mondo che il bullismo non è una “ragazzata”

    Dan Olweus: lo psicologo che ha insegnato al mondo che il bullismo non è una “ragazzata”

    Dan Olweus: il padre della ricerca scientifica sul bullismo

    Per molti adulti cresciuti negli anni Settanta e Ottanta, il bullismo era semplicemente “una ragazzata”. Si riteneva che i bambini dovessero imparare a difendersi da soli e che le prepotenze rappresentassero un passaggio quasi fisiologico dello sviluppo. Oggi sappiamo che questa convinzione era profondamente errata. Se il bullismo è riconosciuto come un problema psicologico, educativo e sociale è soprattutto grazie al lavoro di Dan Olweus, lo psicologo che per primo dimostrò scientificamente come la violenza tra pari produca conseguenze durature sullo sviluppo emotivo, relazionale e scolastico delle vittime. Il suo contributo non ha modificato soltanto il lessico della psicologia, ma ha cambiato il modo in cui le scuole, le istituzioni e le famiglie interpretano il fenomeno.

    Chi era Dan Olweus

    Dan Olweus (1931-2020), psicologo svedese naturalizzato norvegese e professore presso l’Università di Bergen, dedicò oltre quarant’anni allo studio delle dinamiche aggressive tra bambini e adolescenti.

    Quando iniziò le sue ricerche, il termine bullismo non possedeva ancora una definizione condivisa. Le aggressioni tra studenti venivano considerate conflitti ordinari, problemi disciplinari o semplici manifestazioni caratteriali.

    Olweus intuì invece che esisteva un fenomeno specifico, distinto dalle normali discussioni tra coetanei.

    Questa intuizione cambiò la storia della psicologia dell’età evolutiva.

    La definizione che ha rivoluzionato la ricerca

    Secondo Olweus, il bullismo è presente quando coesistono tre caratteristiche fondamentali:

    • intenzionalità dell’aggressione;
    • ripetizione nel tempo;
    • squilibrio di potere tra autore e vittima.

    Questa definizione rappresenta ancora oggi il riferimento utilizzato dalla maggior parte delle ricerche internazionali e dalle principali organizzazioni scientifiche.

    La differenza con un conflitto è sostanziale.

    Nel conflitto i due soggetti dispongono generalmente di risorse simili e possono alternarsi nei ruoli.

    Nel bullismo, invece, la vittima si trova in una condizione di inferiorità psicologica, fisica o sociale che le impedisce di difendere efficacemente se stessa.

    Questa distinzione appare ancora oggi fondamentale perché evita sia di banalizzare il bullismo sia di trasformare qualsiasi litigio in un episodio di violenza.

    Il dramma che cambiò la Norvegia

    Nel 1982 tre adolescenti norvegesi morirono suicidi dopo essere stati vittime di pesanti persecuzioni scolastiche.

    L’opinione pubblica fu profondamente scossa.

    Il Governo norvegese affidò proprio a Dan Olweus il compito di sviluppare un programma nazionale di prevenzione.

    Da quel progetto nacque l’Olweus Bullying Prevention Program (OBPP), destinato a diventare il modello di riferimento internazionale.

    Per la prima volta la prevenzione non era più centrata esclusivamente sulla punizione del bullo.

    L’intera comunità educante diventava protagonista del cambiamento.

    Una rivoluzione pedagogica

    L’aspetto più innovativo del pensiero di Olweus consiste nell’aver spostato l’attenzione dall’individuo al contesto.

    Il bullismo non nasce soltanto dalla personalità del ragazzo aggressivo.

    Si sviluppa e si mantiene quando il clima scolastico lo permette.

    Per questa ragione il programma Olweus interveniva contemporaneamente su quattro livelli:

    Scuola

    Costruzione di regole condivise, formazione degli insegnanti e monitoraggio costante.

    Classe

    Sviluppo di un clima cooperativo e di norme sociali contrarie alle prepotenze.

    Studenti

    Promozione dell’empatia, della responsabilità personale e della capacità di chiedere aiuto.

    Famiglie

    Collaborazione educativa stabile con la scuola.

    Questa impostazione ecologica anticipò molti modelli oggi adottati nella psicologia dell’educazione.

    Le evidenze scientifiche

    Nel corso degli anni il programma di Olweus è stato valutato in numerosi studi longitudinali.

    Le revisioni sistematiche mostrano che gli interventi ispirati al modello originario possono determinare:

    • riduzione degli episodi di bullismo;
    • diminuzione della vittimizzazione;
    • miglioramento del clima scolastico;
    • incremento della percezione di sicurezza degli studenti.

    Naturalmente i risultati dipendono dalla qualità dell’implementazione.

    Non esistono programmi efficaci se applicati soltanto formalmente.

    Le scuole che ottengono i migliori risultati sono quelle che mantengono continuità negli anni.

    Dal bullismo al cyberbullismo

    Quando Olweus elaborò la propria teoria Internet praticamente non esisteva.

    Eppure i suoi principi descrivono perfettamente anche il cyberbullismo.

    Cambiano gli strumenti.

    Non cambiano i meccanismi psicologici.

    Anche online ritroviamo:

    • asimmetria di potere;
    • isolamento della vittima;
    • ricerca del consenso del gruppo;
    • progressiva perdita della capacità di difendersi.

    Le piattaforme digitali hanno semplicemente amplificato dinamiche già descritte da Olweus oltre quarant’anni fa.

    Interpretazione psicologica e pedagogica

    Uno dei maggiori insegnamenti di Dan Olweus consiste nell’aver dimostrato che il bullismo non riguarda soltanto il bullo e la vittima.

    Esso coinvolge l’intero ecosistema relazionale.

    Ogni spettatore silenzioso, ogni adulto che minimizza, ogni istituzione che ritarda l’intervento contribuisce, spesso inconsapevolmente, al mantenimento del fenomeno.

    Da una prospettiva psicologica il bullismo rappresenta un fallimento della regolazione emotiva e della costruzione dell’empatia.

    Dal punto di vista pedagogico evidenzia invece una difficoltà della comunità educante nel costruire norme condivise, appartenenza e responsabilità collettiva.

    Questa visione conserva ancora oggi una straordinaria attualità.

    I limiti delle evidenze

    Le ricerche successive hanno evidenziato che il modello di Olweus, pur essendo fondamentale, non spiega da solo tutta la complessità del bullismo contemporaneo.

    Oggi sappiamo che intervengono anche:

    • social network;
    • dinamiche identitarie online;
    • esclusione digitale;
    • fenomeni culturali;
    • algoritmi delle piattaforme.

    Per questa ragione gli interventi moderni integrano la prospettiva originaria con approcci di cittadinanza digitale e alfabetizzazione emotiva.

    Implicazioni pratiche

    Per genitori e docenti il principale insegnamento di Dan Olweus rimane sorprendentemente semplice.

    Il bullismo non deve mai essere minimizzato.

    Frasi come:

    • “deve imparare a reagire”
    • “succede a tutti”;
    • “sono cose tra ragazzi”

    non trovano alcun sostegno nella letteratura scientifica.

    Intervenire precocemente significa ridurre la probabilità che la vittima sviluppi ansia, depressione, ritiro sociale, abbandono scolastico o difficoltà relazionali persistenti.

    Quando chiedere aiuto

    È opportuno rivolgersi a professionisti qualificati quando il ragazzo manifesta:

    • rifiuto persistente della scuola;
    • improvviso isolamento sociale;
    • sintomi ansiosi o depressivi;
    • calo del rendimento scolastico;
    • modificazioni significative del comportamento.

    L’intervento tempestivo aumenta significativamente le possibilità di recupero e riduce il rischio di conseguenze a lungo termine.

    Conclusione

    Molti studiosi hanno contribuito alla comprensione del bullismo, ma pochi hanno modificato il modo in cui il mondo guarda all’infanzia quanto Dan Olweus. La sua più grande eredità non consiste soltanto nell’aver coniato una definizione o elaborato un programma di prevenzione. Consiste nell’aver restituito dignità scientifica alla sofferenza di migliaia di bambini e adolescenti che, fino ad allora, venivano invitati semplicemente a “farsi forza”. Oggi, in un’epoca dominata dal cyberbullismo, dalle dinamiche dei social network e dalla crescente complessità delle relazioni digitali, il suo messaggio conserva una forza straordinaria: il bullismo non è mai un rito di passaggio, ma una forma di violenza che interpella l’intera comunità educante.

    Bibliografia essenziale

    • Olweus D. (1978). Aggression in the Schools: Bullies and Whipping Boys. Hemisphere.
    • Olweus D. (1993). Bullying at School: What We Know and What We Can Do. Blackwell.
    • Olweus D., Limber S.P. (2010). Bullying in School: Evaluation and Dissemination of the Olweus Bullying Prevention ProgramAmerican Journal of Orthopsychiatry.
    • UNESCO (2019). Behind the Numbers: Ending School Violence and Bullying.
    • World Health Organization. Health Behaviour in School-aged Children (HBSC).
    • Gaffney H., Farrington D.P., Espelage D.L., Ttofi M.M. (2019). Are cyberbullying intervention and prevention programs effective? Aggression and Violent Behavior.
    • Ttofi M.M., Farrington D.P. (2011). Effectiveness of school-based programs to reduce bullyingJournal of Experimental Criminology.
  • Parma: la scuola ferita

    Parma: la scuola ferita

    L’aggressione ai professori di Parma non è solo cronaca: è il sintomo di una società che ha smarrito il senso dell’autorevolezza, del limite e della responsabilità educativa.

    Ci sono episodi che non possono essere liquidati come semplice cronaca scolastica.
    L’aggressione ai professori di Parma non riguarda soltanto alcuni docenti colpiti. Riguarda qualcosa di molto più profondo: il rapporto che la nostra società intrattiene con l’educazione, con il limite e con l’autorevolezza.

    Ogni volta che un insegnante viene umiliato, minacciato o aggredito, non cade soltanto una persona.
    Si incrina un simbolo collettivo.

    Perché la scuola, nonostante tutte le sue fragilità, continua a rappresentare uno degli ultimi luoghi in cui un adolescente incontra ancora il principio di realtà. Un luogo dove qualcuno corregge, valuta, pone confini, interrompe l’illusione dell’onnipotenza.

    Ed è esattamente qui che nasce il conflitto.

    La società dell’immediatezza e il rifiuto del limite

    Il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han descrive da anni una società incapace di tollerare la negatività: l’attesa, il sacrificio, la frustrazione, il fallimento. Viviamo immersi nella cultura della prestazione immediata, dove tutto deve essere rapido, accessibile, emotivamente tollerabile.

    Anche le relazioni umane.

    Quando un adolescente cresce senza interiorizzare il valore del limite, ogni ostacolo rischia di essere percepito non come esperienza educativa, ma come aggressione personale.

    L’insegnante, allora, diventa il bersaglio simbolico di una frustrazione che non riesce più a trasformarsi in pensiero.

    Dice no.
    Corregge.
    Valuta.
    Espone al fallimento.
    Introduce alla fatica.

    Funzioni educative fondamentali che oggi vengono sempre più spesso vissute come intollerabili.

    La modernità liquida e il collasso dell’autorevolezza

    Anche Zygmunt Bauman aveva compreso con lucidità il rischio di una modernità “liquida”, incapace di costruire riferimenti stabili. In una cultura dominata dal consumo immediato e dalla gratificazione istantanea, ogni forma di confine viene vissuta come un ostacolo alla libertà individuale.

    Ma la pedagogia insegna il contrario.

    Un ragazzo senza limiti non è più libero.
    È semplicemente più esposto al caos.

    Educare significa infatti introdurre il giovane dentro il principio di realtà. Significa insegnare che non tutto ciò che provo può trasformarsi automaticamente in azione. Che esiste una differenza profonda tra impulso e scelta, tra rabbia e diritto, tra libertà e onnipotenza.

    Quando questo processo educativo si indebolisce, il conflitto smette di essere elaborato e comincia a essere agito.

    La fragilità educativa degli adulti

    Il problema, però, non sono soltanto “i giovani di oggi”.
    Questa lettura è superficiale e persino comoda.

    I ragazzi parlano sempre il linguaggio degli adulti che li crescono.

    E oggi molti adulti sembrano aver rinunciato alla fatica educativa. Genitori terrorizzati dal vedere i figli soffrire. Scuole lasciate sole. Docenti costretti più a difendersi che a insegnare. Comunità educanti sempre più frammentate.

    Nel frattempo, il digitale amplifica impulsività, esposizione narcisistica e deresponsabilizzazione emotiva. I social accelerano le reazioni, riducono il tempo della riflessione e trasformano spesso il conflitto in spettacolo.

    L’adolescente contemporaneo rischia così di crescere emotivamente potentissimo ma interiormente fragile.

    La scuola come ultimo presidio simbolico

    Il vero rischio è culturale.

    Quando una società delegittima sistematicamente chi educa, prepara lentamente il terreno alla propria disgregazione simbolica. Perché senza figure autorevoli non nasce una libertà matura. Nasce soltanto una solitudine più aggressiva.

    Educare non significa dominare.
    Non significa umiliare.
    Non significa imporre paura.

    Significa testimoniare che la vita reale non coincide con il desiderio immediato.

    Ed è forse proprio questo il nodo più doloroso emerso dall’aggressione di Parma: stiamo crescendo generazioni sempre più connesse, sempre più esposte, sempre più performative, ma sempre meno allenate a tollerare la frustrazione, il conflitto e il limite.

    La scuola resta uno degli ultimi luoghi dove questa verità può ancora essere insegnata.

    Ed è per questo che oggi viene colpita così duramente.

    Focus psicopedagogico

    Secondo numerosi studi internazionali, l’aumento della disregolazione emotiva adolescenziale risulta correlato a:

    • iperconnessione digitale;
    • riduzione della tolleranza alla frustrazione;
    • indebolimento delle reti educative;
    • esposizione continua a modelli aggressivi online;
    • crisi dell’autorevolezza adulta.

    L’educazione contemporanea non può limitarsi alla trasmissione di contenuti. Deve tornare a essere formazione emotiva, etica e relazionale.

    Conclusione

    Le aggressioni ai professori non iniziano il giorno del gesto violento.
    Cominciano molto prima.

    Cominciano quando una società smette di credere che educare sia una responsabilità collettiva.
    Quando il limite viene confuso con repressione.
    Quando l’autorevolezza viene ridicolizzata.
    Quando il rispetto diventa opzionale.

    E allora la scuola diventa il luogo dove esplode ciò che altrove nessuno ha avuto più il coraggio di nominare.

  • Adolescenza e suicidio: la crisi emotiva della Generazione Z

    Adolescenza e suicidio: la crisi emotiva della Generazione Z

    Ci sono sofferenze che gli adolescenti non riescono a spiegare.
    Non perché manchino le parole, ma perché il dolore, a volte, supera perfino la capacità di raccontarsi.

    È questa una delle grandi tragedie silenziose del nostro tempo.

    Dietro molti pensieri suicidari adolescenziali non si nasconde soltanto il desiderio di morire. Molto più spesso si cela qualcosa di ancora più profondo e difficile da decifrare: la sensazione di non riuscire più a sostenere il peso dell’esistenza, il vuoto di significato, la percezione di essere invisibili, fuori posto, irrimediabilmente soli.

    L’adolescenza, del resto, non è semplicemente una fase biologica.
    È una frattura dell’identità.
    Un territorio fragile in cui il ragazzo smette lentamente di essere bambino senza sentirsi ancora adulto. E mentre il corpo cambia, mentre la mente si trasforma, mentre il bisogno di appartenenza diventa assoluto, il mondo contemporaneo sembra chiedere agli adolescenti qualcosa di terribile: essere sempre all’altezza.

    All’altezza degli altri.
    Delle immagini.
    Dei follower.
    Delle aspettative.
    Della felicità esibita.

    Mai come oggi i ragazzi vivono immersi in un confronto continuo.
    Ogni volto sembra perfetto. Ogni vita sembra più piena della propria. Ogni relazione appare più intensa. E in questo teatro digitale permanente, molti adolescenti finiscono lentamente per sentirsi insufficienti.

    La sofferenza psichica contemporanea non urla quasi mai.
    Si ritira.
    Si spegne lentamente.
    Diventa insonnia, isolamento, silenzi improvvisi, cuffie nelle orecchie, porte chiuse, frasi lasciate a metà.

    Gli adulti, spesso, non se ne accorgono subito.
    Oppure interpretano male.

    “È solo una fase”.
    “Alla tua età non hai veri problemi”.
    “Passerà”.

    Ma il dolore adolescenziale non è piccolo solo perché giovane.

    Dal punto di vista neuroscientifico sappiamo che il cervello dell’adolescente vive le emozioni con un’intensità straordinaria. Le aree emotive maturano prima di quelle deputate al controllo e alla regolazione. Questo significa che una delusione, un’umiliazione, un’esclusione sociale o una rottura affettiva possono assumere dimensioni assolute.

    Per un adolescente, essere esclusi da un gruppo WhatsApp può significare sentirsi cancellati dal mondo.
    Essere derisi online può equivalere a perdere la propria dignità pubblicamente.
    Essere ignorati può trasformarsi nella convinzione devastante di non valere nulla.

    E qui i social network non sono semplicemente strumenti tecnologici.
    Sono diventati ambienti emotivi permanenti.

    Un tempo il dolore aveva pause.
    Si usciva da scuola e, almeno temporaneamente, il conflitto si interrompeva. Oggi no. Lo smartphone continua a portare dentro casa giudizi, confronti, esclusioni, notifiche, immagini, silenzi.

    L’adolescente contemporaneo non ha quasi più luoghi in cui scomparire davvero dal rumore del mondo.

    E allora alcuni ragazzi iniziano lentamente a pensare che l’unico modo per interrompere la sofferenza sia interrompere se stessi.

    Secondo l’World Health Organization, il suicidio rappresenta una delle principali cause di morte tra i giovani tra i 15 e i 29 anni. Dietro questo dato non ci sono numeri astratti. Ci sono camere chiuse. Messaggi cancellati. Pianti nascosti. Ragazzi che ridevano davanti agli altri e crollavano da soli.

    La verità è che molti adolescenti non desiderano davvero morire.
    Desiderano smettere di soffrire.
    Che è qualcosa di profondamente diverso.

    Lo aveva intuito anche Viktor Frankl quando scriveva che l’essere umano può sopportare quasi ogni dolore, purché riesca a intravedere un significato. Il problema è che molti ragazzi oggi sembrano vivere una crisi radicale del senso. Faticano a immaginare il futuro. Faticano a riconoscere il proprio valore al di là della performance. Faticano a sentirsi amabili senza dover continuamente dimostrare qualcosa.

    E forse uno degli aspetti più inquietanti della sofferenza adolescenziale contemporanea è proprio questo: il sentirsi soli anche quando si è costantemente connessi.

    Per questo motivo i pensieri suicidari non vanno mai banalizzati.
    Nemmeno quando sembrano provocazioni.
    Nemmeno quando appaiono teatrali.
    Nemmeno quando vengono comunicati con rabbia.

    Dietro certe frasi:

    “Vorrei sparire”.
    “Non ce la faccio più”.
    “Senza di me starebbero meglio”.

    può nascondersi una richiesta disperata di essere finalmente visti.

    La scuola, oggi, si trova davanti a una sfida immensa. Non può sostituirsi alla clinica, ma può diventare presidio umano di ascolto. Un docente attento, una parola detta al momento giusto, un adulto che riesce a cogliere un cambiamento improvviso possono rappresentare un argine fondamentale.

    Perché spesso ciò che salva un adolescente non è una frase perfetta.
    È la sensazione che qualcuno sia disposto a restare.

    Restare senza giudicare.
    Restare senza minimizzare.
    Restare anche quando il ragazzo si chiude, respinge, tace.

    In un’epoca che insegna continuamente ai giovani a mostrarsi, forse dovremmo tornare a insegnare loro qualcosa di più difficile e più umano: che il valore di una persona non coincide con la sua visibilità, con i suoi risultati o con l’approvazione degli altri.

    E soprattutto dovremmo ricordare ai ragazzi che nessun dolore è eterno, anche quando sembra infinito.

    Perché il suicidio non nasce improvvisamente dalla morte.
    Molto spesso nasce lentamente da una solitudine che nessuno ha saputo ascoltare.