Tag: educazione

  • La scuola che cambia il mondo non insegna risposte: insegna a farsi domande

    La scuola che cambia il mondo non insegna risposte: insegna a farsi domande

    Viviamo nell’epoca dell’informazione permanente. Ogni studente possiede uno smartphone capace di mostrare in pochi secondi immagini provenienti da qualsiasi angolo del pianeta. Eppure, mai come oggi, il mondo rischia di restare lontano. Perché vedere non significa incontrare. Sapere non significa comprendere. E conoscere statistiche sulla povertà non significa lasciarsi trasformare dall’incontro con chi quella povertà la vive ogni giorno.

    È proprio questa la riflessione che accompagna la lettura di A scuola per cambiare il mondo.Oltre la linea invisibile, il libro di Marystella Caprio, nato dall’esperienza educativa che da anni unisce gli studenti della scuola secondaria di primo grado di Su Planu con una realtà scolastica di Kibera, in Kenya, uno dei più grandi insediamenti informali del continente africano, grazie al significativo contributo dell’International Kids Coding Association (IKCA), associazione nata per garantire ai bambini che vivono nei contesti più svantaggiati l’accesso a computer, connessione e percorsi di coding, nella convinzione che la conoscenza digitale rappresenti oggi una delle forme più autentiche di libertà e riscatto sociale.

    Non siamo davanti al racconto di un semplice progetto internazionale. Siamo davanti ad una precisa idea di scuola.

    La scuola oltre i programmi

    Per molti anni abbiamo pensato che la qualità di una scuola si misurasse esclusivamente attraverso programmi svolti, verifiche, voti e competenze.

    Sono aspetti importanti, certamente.

    Ma esiste una dimensione educativa che nessun registro elettronico potrà mai misurare.

    La capacità di modificare lo sguardo.

    Una scuola autentica non forma soltanto studenti preparati.

    Forma persone capaci di guardare il mondo con occhi nuovi.

    Il progetto raccontato da Marystella Caprio riesce proprio in questo.

    L’incontro con Kibera diventa un dispositivo pedagogico capace di interrompere le certezze, mettere in discussione stereotipi e aprire interrogativi che nessuna lezione frontale potrebbe generare.

    La povertà che arricchisce e la ricchezza che impoverisce

    Forse la provocazione più potente del libro è questa.

    Siamo davvero sicuri che ricchezza significhi benessere?

    I ragazzi scoprono che esistono comunità nelle quali manca quasi tutto dal punto di vista materiale ma nelle quali sopravvivono valori che l’Occidente rischia di smarrire: solidarietà, reciprocità, senso di appartenenza, gratitudine, resilienza.

    Parallelamente comprendono che una società opulenta può produrre nuove forme di povertà.

    Povertà relazionale.

    Povertà affettiva.

    Povertà spirituale.

    Povertà di significato.

    La filosofa Simone Weil scriveva:

    «Il pericolo non è avere poco, ma non sapere più che cosa è essenziale».

    È una frase che descrive sorprendentemente bene il disagio delle nuove generazioni.

    Viviamo immersi nell’abbondanza di stimoli e, allo stesso tempo, sperimentiamo una crescente difficoltà nel dare senso alle cose.

    Educare significa aprire domande

    La parola educazione deriva dal latino ex-ducere: “condurre fuori”.

    Non significa riempire una mente.

    Significa aiutare una persona a scoprire ciò che ancora non vede.

    È qui che il libro suggerisce una riflessione fondamentale.

    La scuola non dovrebbe avere come obiettivo quello di distribuire risposte preconfezionate.

    Le risposte cambiano.

    Le domande autentiche, invece, accompagnano tutta la vita.

    Chi sono?

    Che cosa rende felice una persona?

    Che cosa conta davvero?

    Perché esiste tanta disuguaglianza?

    Qual è la mia responsabilità verso gli altri?

    Quando una scuola riesce a far nascere queste domande, ha già realizzato gran parte della propria missione educativa.

    Il filosofo Jan Patočka scriveva:

    «L’educazione comincia quando qualcosa interrompe la nostra ovvietà».

    L’incontro con Kibera interrompe proprio quell’ovvietà.

    Obbliga gli studenti ad uscire dalla propria bolla culturale.

    Li costringe a guardare la realtà da un’altra prospettiva.

    Ed è in quel momento che nasce la crescita.

    La scuola come luogo di risonanza

    Oggi si parla molto di competenze.

    Molto meno di risonanza.

    Eppure una scuola lascia il segno quando ciò che viene vissuto continua a risuonare dentro gli studenti anche molto tempo dopo.

    Il sociologo e filosofo tedesco Hartmut Rosa definisce la risonanza come quella relazione nella quale il mondo smette di essere un oggetto da utilizzare e diventa qualcosa che ci parla e ci trasforma.

    È esattamente ciò che accade nel progetto raccontato nel libro.

    Gli studenti non osservano semplicemente una realtà diversa.

    Ne vengono interiormente interrogati.

    La scuola diventa così un luogo dove non si accumulano informazioni ma si costruiscono coscienze.

    Una scuola che genera desiderio

    Molti adolescenti non soffrono per mancanza di informazioni.

    Soffrono per mancanza di orizzonti.

    Possiedono strumenti potentissimi ma faticano a trovare un motivo per cui valga la pena imparare.

    Per questo il progetto descritto da Marystella Di Caprio rappresenta una delle espressioni più autentiche della scuola contemporanea.

    Perché restituisce all’educazione il suo compito originario.

    Generare desiderio.

    Desiderio di conoscere.

    Desiderio di comprendere.

    Desiderio di incontrare.

    Desiderio di diventare cittadini del mondo.

    Non esiste apprendimento senza desiderio.

    E non esiste desiderio senza stupore.

    Oltre la linea invisibile

    La linea invisibile evocata dal titolo non separa soltanto la scuola di Su Planu dal Kenya.

    Attraversa ciascuno di noi.

    È il confine sottile tra indifferenza e partecipazione.

    Tra consumare il mondo e lasciarsi cambiare dal mondo.

    Tra vivere chiusi nelle proprie certezze oppure accettare che ogni incontro possa modificare qualcosa dentro di noi.

    Forse è proprio questa la scuola di cui abbiamo bisogno oggi.

    Una scuola che non abbia paura del mondo.

    Una scuola che sappia uscire dalle proprie mura.

    Una scuola che trasformi l’incontro in conoscenza, la conoscenza in coscienza e la coscienza in responsabilità.

    Perché educare non significa semplicemente preparare qualcuno al futuro.

    Significa aiutarlo a diventare profondamente umano.

    Come scriveva Martin Buber:

    «Ogni vita autentica è incontro».

    È probabilmente questa la sintesi più bella del libro di Marystella Caprio e, insieme, della scuola che tutti dovremmo avere il coraggio di costruire.

  • Figli di vetro: la teoria del compiacimento e il tramonto dell’adulto spigoloso

    Figli di vetro: la teoria del compiacimento e il tramonto dell’adulto spigoloso

    La teoria del compiacimento

    La teoria del compiacimento nasce da una domanda scomoda: perché oggi tutto deve tornare indietro ammorbidito?

    Un figlio sbaglia, e noi correggiamo la forma prima ancora che il contenuto. Un adolescente fallisce, e noi cerchiamo immediatamente l’attenuante. Una delusione arriva, e noi ci precipitiamo a tradurla in qualcosa di meno doloroso, meno ruvido, meno definitivo. Come se la funzione adulta fosse diventata quella di interporre un cuscino tra il mondo e il figlio.

    Non accompagniamo più soltanto. Attutiamo.

    Non traduciamo più la realtà. La edulcoriamo.

    Non educhiamo più alla vita. La riformattiamo perché non faccia troppo rumore.

    Viviamo dentro una cristalleria educativa. Ogni parola può incrinare, ogni no può ferire, ogni giudizio può essere percepito come trauma, ogni limite come aggressione. Così l’adulto, invece di essere argine, diventa velluto. Invece di essere presenza, diventa gommapiuma. Invece di custodire il figlio mentre attraversa il reale, finisce per sostituire il reale con una sua copia più gentile, più diplomatica, più digeribile.

    Ma una vita interamente digeribile non forma uomini liberi. Forma soggetti intolleranti all’attrito.

    Seneca, in una pagina meno citata delle Epistulae morales ad Lucilium, scrive: “Per eiusmodi offensas emetiendum est confragosum hoc iter”: “è attraverso urti di questo genere che va percorso questo cammino accidentato”. Poco prima aveva detto: “Non est delicata res vivere”, vivere non è una cosa delicata. La vita, per Seneca, non è un salotto protetto, ma un cammino scosceso, pieno di urti, inciampi, cadute e stanchezze.

    Ecco il punto: noi stiamo crescendo figli come se vivere fosse una cosa delicata.

    L’adulto che restituisce tutto addolcito

    La restituzione addolcita è diventata il nostro riflesso automatico. Un bambino perde una partita: “l’importante è partecipare”, anche quando avrebbe bisogno di imparare che perdere brucia e che proprio quel bruciore può diventare coscienza di sé. Un ragazzo riceve una valutazione insufficiente: immediatamente cerchiamo l’errore del docente, la prova troppo difficile, il contesto sfavorevole. Una relazione finisce: ci affrettiamo a dire che non valeva nulla, che arriverà di meglio, che non deve soffrire.

    Ma talvolta deve soffrire.

    Non perché la sofferenza sia un bene in sé. La sofferenza non va cercata, né idolatrata. La retorica del “si cresce solo soffrendo” è spesso una caricatura brutale dell’educazione. Ma è altrettanto pericolosa la retorica opposta: l’idea che ogni sofferenza debba essere neutralizzata, ogni ferita immediatamente disinfettata con parole consolatorie, ogni frustrazione trasformata in narrazione motivazionale.

    La crescita non nasce dalla sofferenza, ma dalla possibilità di attraversarla con qualcuno che non la neghi.

    È qui che l’adulto dovrebbe tornare adulto: non colui che indurisce il figlio, ma colui che non gli mente sulla consistenza del mondo.

    La paura della fragilità genera fragilità

    Abbiamo paura che i figli si rompano. Ma trattare una persona come se potesse rompersi a ogni urto è uno dei modi più sofisticati per convincerla di essere fragile.

    La fragilità non sempre precede l’iperprotezione. A volte ne è il prodotto.

    Quando ogni ostacolo viene rimosso prima ancora di essere incontrato, il bambino non impara a misurare le proprie forze. Quando ogni delusione viene spiegata via, l’adolescente non impara a dare un nome al dolore. Quando ogni limite viene presentato come una ferita da evitare, il giovane non sviluppa tolleranza alla frustrazione, ma una sorta di allergia al reale.

    La letteratura sull’overparenting e sull’“helicopter parenting” segnala da anni un rapporto problematico tra ipercontrollo genitoriale, autonomia ridotta e sintomi ansioso-depressivi. Una revisione sistematica del 2022 ha rilevato che la maggioranza degli studi esaminati trova un’associazione diretta tra helicopter parenting e sintomi di ansia e depressione, pur con la cautela necessaria nel non trasformare la correlazione in causalità semplice.

    Il punto pedagogico non è accusare i genitori. Il punto è comprendere il paradosso: più tentiamo di proteggere i figli da ogni esperienza critica, più rischiamo di consegnarli al mondo privi di strumenti per abitarlo.

    La generazione della cristalleria

    La cristalleria è un’immagine potente perché dice due cose: valore e rischio.

    I figli sono preziosi, certo. Nessun adulto serio dovrebbe negarlo. Ma ciò che è prezioso non coincide necessariamente con ciò che deve restare immobile, intatto, mai esposto. Anche il corpo cresce per adattamento. Anche la mente cresce per incontro. Anche il carattere prende forma nei margini, nelle pressioni, nelle microfratture simboliche che costringono il soggetto a riorganizzarsi.

    Una cristalleria educativa produce figli sorvegliati, non necessariamente figli custoditi.

    La custodia lascia spazio all’esperienza. La sorveglianza la sostituisce.

    La custodia dice: “Sono qui mentre provi”.
    La sorveglianza dice: “Non provare, potresti stare male”.
    La custodia prepara.
    La sorveglianza sterilizza.
    La custodia accompagna nel reale.
    La sorveglianza costruisce un reale fittizio.

    E il reale fittizio, prima o poi, presenta il conto.

    Anche l’intelligenza artificiale ci compiace

    La questione non riguarda solo i genitori. Riguarda il clima culturale.

    Anche l’intelligenza artificiale, spesso, restituisce testi levigati, diplomatici, ben educati, prudenti, privi di spigoli. È il trionfo della risposta che non ferisce, che non contraddice troppo, che non disturba veramente. Naturalmente questo ha una ragione: evitare danni, semplificare, rendere accessibile, non produrre aggressività. Ma il rischio culturale è enorme: abituarci a una parola che non incide più.

    Una parola sempre gradevole può diventare una parola inutile.

    Il pensiero, invece, ha bisogno anche di attrito. Ha bisogno di una certa scomodità. La filosofia non nasce per confermare l’umore del lettore, ma per inquietarlo. Socrate non era un assistente conversazionale: era una puntura. Kierkegaard non consolava: scavava. Nietzsche non addolciva: martellava. Simone Weil non cercava frasi belle: cercava verità fino al dolore.

    Una cultura che vuole solo risposte piacevoli smette di pensare. Si intrattiene.

    Fin dove possiamo spingerci?

    Possiamo spingerci fino al punto in cui la frustrazione resta educativa e non diventa umiliazione.

    Questo è il confine.

    Il limite è educativo quando custodisce la dignità. Diventa violenza quando la distrugge. La delusione è formativa quando aiuta il soggetto a incontrare il reale. Diventa abuso quando lo schiaccia senza possibilità di parola. Il no è necessario quando struttura. Diventa dominio quando serve all’adulto per affermare se stesso.

    Dunque non si tratta di tornare a pedagogie dure, verticali, punitive, nostalgiche. Non abbiamo bisogno del ritorno del padre-caserma, né della madre-sacrificio, né dell’allenatore che confonde la crescita con la mortificazione. Abbiamo bisogno di adulti capaci di una fermezza non sadica.

    Adulti che sappiano dire: “Questo ti farà male, ma non ti distruggerà”.
    “Questa sconfitta conta, ma non ti definisce”.
    “Questa critica è scomoda, ma può servirti”.
    “Questo no non è contro di te, è per la tua struttura”.
    “Non tutto ciò che ti ferisce è ingiusto”.
    “Non tutto ciò che ti contraria è traumatico”.

    Questa è la frase che oggi manca: non tutto ciò che fa male fa danno.

    Il futuro dei figli senza spigoli

    Quale futuro ci sarà per una generazione educata dentro la restituzione addolcita?

    Il rischio è un futuro abitato da adulti emotivamente ipersensibili e pragmaticamente impreparati. Persone competenti nel nominare il disagio, ma meno capaci di attraversarlo. Abili nel riconoscere una ferita, ma meno allenate a sostenerne il peso. Esperte nel rivendicare protezione, ma meno disposte ad assumere responsabilità.

    Non è una profezia apocalittica. È una domanda di civiltà.

    I dati internazionali indicano che la salute mentale giovanile è un tema strutturale, non episodico. L’OMS stima che i disturbi d’ansia riguardino il 4,1% dei ragazzi tra 10 e 14 anni e il 5,3% tra 15 e 19 anni; la depressione è stimata nell’1,3% dei 10-14enni e nel 3,4% dei 15-19enni. L’OCSE, nel rapporto 2026 sulla salute mentale di bambini, adolescenti e giovani, parla di un peggioramento della salute mentale giovanile in quasi tutti i Paesi per i quali sono disponibili dati, con aumento di depressione, ansia, distress psicologico e scarso benessere. Anche UNICEF Innocenti, nel Report Card 19 del 2025, segnala un deterioramento del benessere dei bambini in molti Paesi ricchi dopo la pandemia, includendo rendimento scolastico, salute mentale e salute fisica.

    Questi dati non autorizzano semplificazioni. Non possiamo dire che i ragazzi stiano male perché i genitori li proteggono troppo. Sarebbe scorretto. Ma possiamo dire una cosa più seria: in un tempo già fragile, l’iperprotezione non è automaticamente cura. Può diventare un moltiplicatore di vulnerabilità.

    Educare non significa rendere il mondo innocuo

    Educare significa consegnare progressivamente il figlio alla realtà, non sottrarlo indefinitamente a essa.

    Il figlio non ci appartiene. Non è un progetto da rifinire, né una porcellana da esporre, né un’estensione narcisistica della nostra ansia. È una libertà in formazione. E la libertà non cresce dentro il compiacimento permanente. Cresce quando incontra limiti sufficientemente solidi e relazioni sufficientemente affidabili.

    Serve una nuova postura adulta: meno ansiosa, meno compiacente, meno decorativa.

    Un adulto non deve essere crudele, ma non può essere sempre morbido. Non deve ferire, ma non può impedire ogni dolore. Non deve umiliare, ma deve saper dire parole che non piacciono. Non deve abbandonare, ma deve smettere di sostituirsi.

    La vera protezione non è evitare al figlio ogni caduta. È fare in modo che, cadendo, non perda se stesso.

    Conclusione: tornare a una pedagogia dell’attrito

    La teoria del compiacimento descrive una malattia sottile dell’educazione contemporanea: l’adulto non vuole più essere il mediatore autorevole tra il figlio e il mondo, ma il traduttore gentile di un mondo reso innocuo.

    Eppure il mondo non è innocuo.

    Ci saranno rifiuti, fallimenti, amori non corrisposti, prove perse, giudizi ingiusti, amici ambigui, lavori faticosi, corpi imperfetti, limiti non negoziabili. Ci saranno giorni in cui nessuno restituirà la vita in forma ammorbidita. E allora il figlio cresciuto nella cristalleria rischierà di scambiare ogni urto per catastrofe.

    Per questo dobbiamo tornare a una pedagogia dell’attrito: non una pedagogia della durezza, ma una pedagogia della consistenza.

    Una parola adulta deve poter essere anche ruvida.
    Un no deve poter restare no.
    Una delusione deve poter essere nominata senza essere subito narcotizzata.
    Una sconfitta deve poter bruciare senza che qualcuno la trasformi immediatamente in fiaba motivazionale.

    Perché vivere, appunto, non est delicata res.

    E forse il compito più alto dell’adulto non è rendere il cammino liscio, ma aiutare il figlio a non avere paura delle pietre.

  • L’adultizzazione dell’infanzia: cosa sta accadendo?

    L’adultizzazione dell’infanzia: cosa sta accadendo?

    L’infanzia tra moda, identità e costruzione del Sé

    C’è una domanda che raramente viene posta quando si osservano le nuove tendenze dell’abbigliamento infantile: che cosa accade alla mente di un bambino quando il suo corpo viene progressivamente inserito in codici estetici pensati per gli adulti?

    Non si tratta di una questione di gusto, né di una nostalgica difesa del passato. La psicologia dello sviluppo ci insegna che ogni epoca costruisce una propria immagine dell’infanzia e che il modo in cui vestiamo i bambini racconta molto di ciò che pensiamo debbano diventare.

    Negli ultimi anni il confine simbolico tra mondo infantile e mondo adulto sembra essersi progressivamente assottigliato. Le collezioni dedicate ai più piccoli riproducono spesso stili, accessori e linguaggi estetici propri degli adulti. Bambini e bambine vengono fotografati, esibiti e presentati secondo canoni che richiamano la moda, la performance e l’immagine sociale.

    La questione non è se un bambino possa vestirsi elegantemente. La vera domanda è se la nostra cultura stia ancora lasciando spazio all’infanzia come stagione autonoma della vita.

    L’abito non fa il bambino, ma comunica un’idea di bambino

    L’abbigliamento rappresenta uno dei primi linguaggi non verbali attraverso cui una società trasmette valori, aspettative e modelli identitari.

    Ogni epoca ha costruito una propria rappresentazione dell’infanzia. Lo storico Philippe Ariès osservava come il concetto stesso di bambino sia una costruzione culturale relativamente recente. Per secoli i bambini venivano considerati semplicemente adulti in miniatura. Soltanto con l’età moderna l’infanzia ha acquisito una propria dignità psicologica e pedagogica.

    Oggi sembra emergere un fenomeno opposto e paradossale: mentre la psicologia riconosce sempre più la specificità delle tappe evolutive, il mercato tende a riproporre modelli che riducono nuovamente la distanza tra bambino e adulto.

    L’abito, in questo senso, non è mai neutrale. Esso comunica un’idea di corpo, di ruolo sociale e di identità.

    Quando l’immagine precede la costruzione del Sé

    Uno degli aspetti più delicati riguarda il rapporto tra immagine e identità.

    Durante l’infanzia il bambino costruisce progressivamente la percezione di sé attraverso il gioco, l’esplorazione, il movimento e la relazione con gli altri. Il valore personale nasce dall’esperienza vissuta e non dall’immagine restituita dallo specchio.

    Quando però il riconoscimento sociale si concentra precocemente sull’aspetto esteriore, il rischio è che il bambino inizi a percepire il proprio valore in funzione di come appare.

    La psicologia contemporanea parla di “oggettivazione del Sé”, un processo attraverso il quale l’individuo impara a guardarsi costantemente dall’esterno, come se fosse osservato da un pubblico invisibile.

    Si tratta di una dinamica che negli adolescenti è ormai ampiamente documentata e che potrebbe iniziare a manifestarsi sempre più precocemente in una cultura dominata dall’immagine.

    Il corpo infantile non è un progetto estetico

    Uno dei grandi cambiamenti degli ultimi decenni riguarda il modo in cui il corpo viene percepito.

    Nella società contemporanea il corpo è diventato un progetto da costruire, migliorare e mostrare. Questo paradigma, nato nel mondo adulto, tende oggi a estendersi anche all’infanzia.

    Il rischio non consiste nell’eleganza o nella cura personale. Il rischio emerge quando il corpo smette di essere uno strumento per conoscere il mondo e diventa principalmente un oggetto da esibire.

    Un bambino dovrebbe correre, saltare, sporcarsi, sperimentare. Attraverso il corpo costruisce competenze cognitive, relazionali ed emotive. Ridurre il corpo a superficie estetica significa impoverire una delle principali vie attraverso cui avviene lo sviluppo.

    La fretta educativa della società contemporanea

    Viviamo in una cultura che fatica ad accettare i tempi lenti della crescita.

    Si anticipano gli apprendimenti, si anticipano le esperienze digitali, si anticipano le responsabilità e, talvolta, persino le rappresentazioni estetiche.

    L’infanzia viene spesso vissuta come una fase preparatoria anziché come una stagione completa dell’esistenza.

    Eppure le neuroscienze dello sviluppo ci ricordano che il cervello matura attraverso processi graduali. Le competenze emotive, la capacità di autoregolazione, la costruzione dell’identità e la consapevolezza corporea richiedono anni di esperienza e di sperimentazione.

    Nessun abito può accelerare questi processi.

    Al contrario, la pressione ad apparire più grandi rischia talvolta di generare una discrepanza tra immagine esterna e maturazione interna.

    Custodire il diritto a crescere

    Forse il punto centrale non riguarda la moda ma il significato che attribuiamo alla crescita.

    Un bambino non ha bisogno di apparire adulto per sentirsi valorizzato. Ha bisogno di essere riconosciuto nella propria età, nei propri bisogni e nelle proprie fragilità.

    L’educazione autentica non consiste nel preparare il bambino a lasciare rapidamente l’infanzia, ma nel permettergli di viverla pienamente.

    Perché ogni stagione della vita possiede una propria bellezza e ogni accelerazione artificiale rischia di sottrarre qualcosa di prezioso alla costruzione dell’identità.

    Come ricordava Donald Winnicott:

    “È nel gioco, e forse soltanto nel gioco, che il bambino o l’adulto è libero di essere creativo e di usare l’intera personalità.”

    Prima di chiedere ai bambini di apparire grandi, dovremmo forse chiederci se stiamo offrendo loro abbastanza spazio per essere semplicemente bambini.

    L’infanzia non è una corsa verso l’età adulta, ma una fase della vita con un valore proprio e irripetibile“.

    Ispirato al pensiero di Maria Montessori

  • Parma: la scuola ferita

    Parma: la scuola ferita

    L’aggressione ai professori di Parma non è solo cronaca: è il sintomo di una società che ha smarrito il senso dell’autorevolezza, del limite e della responsabilità educativa.

    Ci sono episodi che non possono essere liquidati come semplice cronaca scolastica.
    L’aggressione ai professori di Parma non riguarda soltanto alcuni docenti colpiti. Riguarda qualcosa di molto più profondo: il rapporto che la nostra società intrattiene con l’educazione, con il limite e con l’autorevolezza.

    Ogni volta che un insegnante viene umiliato, minacciato o aggredito, non cade soltanto una persona.
    Si incrina un simbolo collettivo.

    Perché la scuola, nonostante tutte le sue fragilità, continua a rappresentare uno degli ultimi luoghi in cui un adolescente incontra ancora il principio di realtà. Un luogo dove qualcuno corregge, valuta, pone confini, interrompe l’illusione dell’onnipotenza.

    Ed è esattamente qui che nasce il conflitto.

    La società dell’immediatezza e il rifiuto del limite

    Il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han descrive da anni una società incapace di tollerare la negatività: l’attesa, il sacrificio, la frustrazione, il fallimento. Viviamo immersi nella cultura della prestazione immediata, dove tutto deve essere rapido, accessibile, emotivamente tollerabile.

    Anche le relazioni umane.

    Quando un adolescente cresce senza interiorizzare il valore del limite, ogni ostacolo rischia di essere percepito non come esperienza educativa, ma come aggressione personale.

    L’insegnante, allora, diventa il bersaglio simbolico di una frustrazione che non riesce più a trasformarsi in pensiero.

    Dice no.
    Corregge.
    Valuta.
    Espone al fallimento.
    Introduce alla fatica.

    Funzioni educative fondamentali che oggi vengono sempre più spesso vissute come intollerabili.

    La modernità liquida e il collasso dell’autorevolezza

    Anche Zygmunt Bauman aveva compreso con lucidità il rischio di una modernità “liquida”, incapace di costruire riferimenti stabili. In una cultura dominata dal consumo immediato e dalla gratificazione istantanea, ogni forma di confine viene vissuta come un ostacolo alla libertà individuale.

    Ma la pedagogia insegna il contrario.

    Un ragazzo senza limiti non è più libero.
    È semplicemente più esposto al caos.

    Educare significa infatti introdurre il giovane dentro il principio di realtà. Significa insegnare che non tutto ciò che provo può trasformarsi automaticamente in azione. Che esiste una differenza profonda tra impulso e scelta, tra rabbia e diritto, tra libertà e onnipotenza.

    Quando questo processo educativo si indebolisce, il conflitto smette di essere elaborato e comincia a essere agito.

    La fragilità educativa degli adulti

    Il problema, però, non sono soltanto “i giovani di oggi”.
    Questa lettura è superficiale e persino comoda.

    I ragazzi parlano sempre il linguaggio degli adulti che li crescono.

    E oggi molti adulti sembrano aver rinunciato alla fatica educativa. Genitori terrorizzati dal vedere i figli soffrire. Scuole lasciate sole. Docenti costretti più a difendersi che a insegnare. Comunità educanti sempre più frammentate.

    Nel frattempo, il digitale amplifica impulsività, esposizione narcisistica e deresponsabilizzazione emotiva. I social accelerano le reazioni, riducono il tempo della riflessione e trasformano spesso il conflitto in spettacolo.

    L’adolescente contemporaneo rischia così di crescere emotivamente potentissimo ma interiormente fragile.

    La scuola come ultimo presidio simbolico

    Il vero rischio è culturale.

    Quando una società delegittima sistematicamente chi educa, prepara lentamente il terreno alla propria disgregazione simbolica. Perché senza figure autorevoli non nasce una libertà matura. Nasce soltanto una solitudine più aggressiva.

    Educare non significa dominare.
    Non significa umiliare.
    Non significa imporre paura.

    Significa testimoniare che la vita reale non coincide con il desiderio immediato.

    Ed è forse proprio questo il nodo più doloroso emerso dall’aggressione di Parma: stiamo crescendo generazioni sempre più connesse, sempre più esposte, sempre più performative, ma sempre meno allenate a tollerare la frustrazione, il conflitto e il limite.

    La scuola resta uno degli ultimi luoghi dove questa verità può ancora essere insegnata.

    Ed è per questo che oggi viene colpita così duramente.

    Focus psicopedagogico

    Secondo numerosi studi internazionali, l’aumento della disregolazione emotiva adolescenziale risulta correlato a:

    • iperconnessione digitale;
    • riduzione della tolleranza alla frustrazione;
    • indebolimento delle reti educative;
    • esposizione continua a modelli aggressivi online;
    • crisi dell’autorevolezza adulta.

    L’educazione contemporanea non può limitarsi alla trasmissione di contenuti. Deve tornare a essere formazione emotiva, etica e relazionale.

    Conclusione

    Le aggressioni ai professori non iniziano il giorno del gesto violento.
    Cominciano molto prima.

    Cominciano quando una società smette di credere che educare sia una responsabilità collettiva.
    Quando il limite viene confuso con repressione.
    Quando l’autorevolezza viene ridicolizzata.
    Quando il rispetto diventa opzionale.

    E allora la scuola diventa il luogo dove esplode ciò che altrove nessuno ha avuto più il coraggio di nominare.

  • Lame e coltelli: maneggiare con cura.

    Lame e coltelli: maneggiare con cura.

    Introduzione

    Negli ultimi anni, l’aumento di episodi che coinvolgono coltelli, lame e armi improprie, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, viene spesso letto come un segnale di degrado, devianza o criminalità precoce.
    Ma questa lettura rischia di essere riduttiva.

    La domanda più scomoda — e forse più necessaria — è un’altra:
    cosa ci sta sfuggendo sul piano simbolico, psicologico e relazionale?

    Perché oggi la lama non è solo uno strumento: diventa segno di potereestensione del corporisposta a una fragilità che non trova parole.

    La lama come protesi identitaria

    In molte dinamiche adolescenziali e giovanili, il coltello non rappresenta tanto l’intenzione di ferire, quanto il bisogno di sentirsi forti in un mondo percepito come ostile.

    Quando:

    • l’identità è fragile
    • l’autostima è costruita sullo sguardo altrui
    • il riconoscimento passa dalla paura che si incute

    la forza fisica diventa linguaggio.
    La lama, allora, non è aggressione pura, ma tentativo disperato di controllo.

    Il ritorno del corpo come risposta al vuoto

    Viviamo in una società iper-digitale, in cui il corpo è spesso:

    • esibito
    • filtrato
    • performativo

    Eppure, paradossalmente, mai davvero abitato.

    Il culto della forza muscolare, del corpo potente, della postura dominante, nasce spesso come reazione a:

    • impotenza emotiva
    • assenza di confini interiori
    • mancanza di modelli autorevoli

    Il muscolo diventa corazza.
    La lama diventa garanzia.

    Mascolinità ferita e narrazioni tossiche

    In particolare nei maschi adolescenti, la fascinazione per la forza e per l’arma è spesso legata a una mascolinità non accompagnata, lasciata sola a costruirsi tra:

    • modelli iperviolenti
    • estetica della sopraffazione
    • mito della virilità invincibile

    Quando non si insegna a reggere la frustrazione, il corpo prende il posto della parola.
    E la lama prende il posto del limite.

    Non è solo devianza: è una domanda educativa

    Ridurre il fenomeno a “ragazzi violenti” o “baby gang” è rassicurante, ma inefficace.
    Perché ciò che emerge è spesso una domanda muta:

     “Come posso sentirmi qualcuno?”
     “Come posso non essere invisibile?”

    La risposta non può essere solo repressiva.
    Serve un lavoro profondo su:

    • educazione emotiva
    • gestione della rabbia
    • costruzione dell’identità
    • presenza adulta significativa

    La vera prevenzione passa dalle relazioni

    Dove esistono:

    • adulti che ascoltano
    • spazi di parola
    • riconoscimento autentico

    la lama perde fascino.
    Perché la forza più grande non è quella che incute paura, ma quella che regge il conflitto senza distruggere.

    Conclusione

    Maneggiare lame e coltelli “con cura” non è solo un avvertimento fisico.
    È un monito culturale.

    Ciò che davvero dobbiamo maneggiare con attenzione è:

    • la fragilità non vista
    • la rabbia non nominata
    • il bisogno di riconoscimento

    Perché quando la parola manca, il corpo urla.
    E a volte lo fa con una lama in mano.

  • Meglio crescere nel bosco che in gabbia digitale

    Meglio crescere nel bosco che in gabbia digitale

    Introduzione

    Il caso dei bambini che vivevano nel bosco ha acceso un dibattito acceso e polarizzato. La cronaca giudiziaria ha parlato di isolamento, sottrazione alla scuola e violazione dei diritti fondamentali. Ma fermarsi alla superficie rischia di produrre una riflessione sterile.
    Questa vicenda interpella il nostro tempo su un piano più profondo: che idea di infanzia stiamo costruendo?

    Oltre la cronaca giudiziaria: cosa dicono davvero i fatti

    Negli atti giudiziari emergono elementi chiari: mancanza di istruzione formale, assenza di monitoraggio sanitario, isolamento dal contesto sociale.
    Sono dati oggettivi, giuridicamente rilevanti.
    Tuttavia, se ci limitiamo al formalismo, perdiamo la domanda centrale: l’educazione coincide davvero con l’inserimento forzato nei modelli dominanti?

    Bambini nel bosco o bambini nello schermo?

    La reazione collettiva è stata rapida e unanime: scandalo.
    Eppure milioni di bambini oggi:

    • non vivono nei boschi, ma trascorrono ore davanti a uno smartphone;
    • non sono isolati fisicamente, ma spesso lo sono emotivamente.

    L’uso precoce e massivo dei dispositivi digitali è ormai socialmente accettato, nonostante le evidenze sui rischi per lo sviluppo cognitivo, relazionale ed emotivo.
    La domanda diventa allora inevitabile: è davvero più sano crescere iperconnessi che crescere fuori dagli schemi?

    Educazione digitale o addestramento alla conformità?

    La tecnologia non è il problema in sé.
    Il problema nasce quando diventa surrogato educativo:

    • sostituisce la relazione,
    • anestetizza la frustrazione,
    • riduce la capacità di attenzione e di pensiero critico.

    Il bambino sempre connesso è spesso un bambino più gestibile, più prevedibile, più conforme.
    Ma l’educazione autentica non mira alla conformità: mira alla formazione del pensiero, anche quando è scomodo.

    Omologazione sociale e paura della differenza

    Il bosco inquieta perché sfugge al controllo.
    Lo schermo rassicura perché normalizza.
    La società contemporanea tollera poco ciò che non è immediatamente classificabile, monitorabile, standardizzabile.

    Il caso dei bambini nel bosco diventa così uno specchio: ci indigniamo per l’eccezione, ma ignoriamo la norma quando la norma impoverisce l’umano.

    Una responsabilità collettiva

    La magistratura ha il dovere di intervenire quando i diritti vengono violati.
    Ma la comunità adulta ha un dovere ancora più grande: interrogarsi sui modelli educativi che considera “normali”.

    Prima di puntare il dito, dovremmo chiederci:

    • quanto spazio diamo alla relazione reale?
    • quanto tempo concediamo alla noia creativa?
    • quanto stiamo delegando l’educazione agli algoritmi?

    Conclusione

    I bambini nel bosco non sono solo un fatto di cronaca.
    Sono una domanda aperta sul nostro modo di intendere l’infanzia, l’educazione e la libertà di crescita.

    Forse il vero scandalo non è chi ha tentato una fuga radicale dal sistema,
    ma un sistema che non ammette alternative e chiama integrazione ciò che spesso è solo omologazione.

  • Successo facile, dignità in saldo: il messaggio (storto) che passa

    Successo facile, dignità in saldo: il messaggio (storto) che passa

    C’è qualcosa che non torna, e non serve un master in pedagogia per accorgersene. Basta ascoltare il rumore di fondo: titoli, commenti, meme, talk show. La morale è semplice, quasi elegante nella sua brutalità: vuoi entrare nel format? Renditi disponibile. Disponibile a tutto. Anche a scambiare favori — sì, favori sessuali — per un posto sotto i riflettori.
    E il messaggio che passa qual è?

    La scorciatoia come virtù

    Un tempo si diceva: studia, impegnati, cresci. Oggi il mantra suona più o meno così: esponiti, concediti, fai rumore. Il merito? Un optional. La competenza? Una seccatura. La dignità? Una valuta negoziabile.

    reality di sorveglianza emotiva vengono difesi come innocuo intrattenimento. In realtà funzionano da acceleratori culturali: prendono ciò che già circola e lo rendono norma. Se il successo arriva passando dal corpo, dalla provocazione o dall’allusione, allora perché no? Se “funziona”, diventa giusto. O quantomeno accettabile.

    Meritocrazia, questa sconosciuta

    Ci raccontiamo la favola della meritocrazia mentre premiamo chi è più disposto a spingersi oltre il limite. Non vince il migliore: vince il più esposto. Non emerge chi sa fare: emerge chi sa farsi guardare. E se per entrare serve un favore, pazienza: è il prezzo del biglietto.
    Chiamarla meritocrazia è un esercizio di fantasia. Più onesto parlare di potere, scambio, dominio. O, se vogliamo essere chirurgici, di una cultura che confonde libertà con disponibilità.

    Adolescenti: spettatori o apprendisti?

    Qui il problema smette di essere televisivo e diventa educativo. Gli adolescenti guardano. Assorbono. Imitano.
    Che lezione imparano? Che il corpo è una moneta, che il consenso è una strategia, che la visibilità vale più della verità. Che per “contare” bisogna piacere a chi decide. Altro che empowerment.

    L’ironia amara degli adulti

    Gli adulti sorridono, commentano, condividono. “È solo TV”. Intanto però normalizziamo l’idea che tutto sia negoziabile, persino l’intimità. E poi ci stupiamo se i ragazzi confondono successo con sottomissione, riconoscimento con esposizione, valore con audience.

    Conclusione (senza sconti)

    Il punto non è scandalizzarsi. È capire che messaggio passa.
    Se passa l’idea che per entrare bisogna concedersi, allora non stiamo educando: stiamo addestrando. Alla dipendenza dallo sguardo altrui. Alla rinuncia al limite. Alla dignità messa in saldo.

    E domani, quando parleremo di “emergenza educativa”, faremo finta di non sapere da dove è partita.

  • Il nucleo intatto: la forza invisibile che sostiene identità e relazioni

    Il nucleo intatto: la forza invisibile che sostiene identità e relazioni

    Introduzione: l’essere umano non è mai la sua ferita

    Nel panorama della psicologia contemporanea, uno dei concetti più potenti e trasversali è quello di nucleo intatto: una porzione profonda e non lesionata della persona, capace di resistere alla frammentazione, di riorganizzare l’esperienza e di riattivare il progetto di crescita anche dopo eventi traumatici, crisi evolutive o disagi psicopatologici.
    È la parte che “resta in piedi” quando il resto sembra cedere.
    È ciò che Winnicott definiva True Self, ciò che Cyrulnik vede come matrice della resilienza, ciò che Viktor Frankl riconosceva come “il resto che salva”, l’ultima libertà interiore a cui nessuna circostanza può accedere.

    In una società frammentata e accelerata, parlare di nucleo intatto significa rimettere al centro la dignità strutturale della persona, oltre il sintomo, oltre l’errore, oltre la diagnosi.

    1. Che cos’è il nucleo intatto? Un concetto clinico con radici profonde

    Il nucleo intatto è un costrutto metapsicologico e fenomenologico che indica:

    • la matrice profonda dell’identità,
    • l’insieme delle competenze interne non lesionate,
    • la dimensione stabile del Sé anche nelle crisi,
    • il punto da cui riparte ogni processo di cura e cambiamento.

    È il luogo in cui la persona conserva:

    • capacità di desiderare,
    • senso di continuità,
    • motivazione alla vita,
    • possibilità di fidarsi e di essere nel mondo.

    Dal punto di vista clinico, il nucleo intatto non è riducibile a un concetto astratto: si manifesta in micro-segni di vitalità psichica, come un sorriso inatteso, un gesto cooperativo, una domanda improvvisa, un frammento di narrazione che “tiene insieme”.

    2. Il nucleo intatto nell’adolescenza: quando tutto cambia

    L’adolescenza è un tempo di oscillazione tra costruzione e perdita di equilibrio.

    A livello neurobiologico, la corteccia prefrontale e i circuiti dopaminergici attraversano una profonda riorganizzazione (Blakemore, 2018).
    A livello identitario, il ragazzo sperimenta una pluralità di Sé, spesso contraddittori.

    In questo scenario l’adulto rischia di vedere solo:

    • comportamenti oppositivi,
    • impulsività,
    • chiusure,
    • disregolazioni emotive.

    Ma dietro la superficie disorganizzata esiste quasi sempre un nucleo di continuità, che nel clinico, nell’educatore e nell’insegnante chiede uno sguardo capace di distinguere ciò che appare da ciò che è ancora sano.

    Nelle psicopatologie emergenti (disturbi del pensiero, depressioni atipiche, ritiro sociale, ideazioni dissociative), il lavoro parte proprio da lì: da ciò che non si è spezzato.

    3. Pedagogia del nucleo intatto: educare significa custodire la parte sana

    Nella scuola, la psicologia del nucleo intatto invita a un cambio di paradigma:
    non si interviene sulla patologia, ma sulle possibilità.

    Significa credere che:

    • nessuno coincide con la sua diagnosi;
    • ogni alunno possiede un punto di forza nascosto;
    • la relazione educativa è un atto di fiducia nelle potenzialità non ancora visibili;
    • il comportamento non definisce l’identità.

    Questa prospettiva è particolarmente efficace nella didattica inclusiva, nei PEI e nei PDP:
    l’obiettivo non è correggere il deficit, ma potenziare il nucleo sano, valorizzare le microcompetenze, costruire continuità tra ciò che il ragazzo è e ciò che può diventare.

    Educare, in fondo, significa sempre “andare verso la parte non ferita dell’altro”.

    4. Clinica del nucleo intatto: quando si cura ciò che è rimasto vivo

    In psicoterapia, soprattutto con adolescenti e giovani adulti, lavorare sul nucleo intatto implica tre movimenti fondamentali:

    a) Ricontattare la parte integra del Sé

    È il processo di Winnicott: fornire un ambiente sicuro in cui il soggetto possa riemergere dalla difesa e mostrare elementi autentici.

    b) Riattivare il desiderio (Frankl)

    Il nucleo intatto è sempre orientato al senso: la persona può riprendere a desiderare quando si sente vista, non giudicata e accompagnata nella riorganizzazione del significato.

    c) Ricostruire continuità narrativa

    Molte crisi psicotiche, dissociative o depressive sono crisi di narrazione.
    Il nucleo intatto permette di riannodare i fili, restituendo una storia che il soggetto sente di poter abitare di nuovo.

    Questo lavoro è oggi documentato anche nelle neuroscienze dell’attaccamento: la capacità di regolazione interiore emerge dalla qualità delle relazioni significative (Siegel, 2020).

    5. Dimensione esistenziale: l’ultima libertà dell’essere umano

    Al di là della clinica e dell’educazione, il nucleo intatto ha una valenza spirituale ed esistenziale.

    Viktor Frankl, sopravvissuto ai lager, lo descriveva così:
    “Esiste nell’uomo un residuo di libertà che nessuna condizione può violare.”

    È quella scintilla che:

    • ci fa rialzare,
    • ci permette di ritrovare significato,
    • mantiene aperta la possibilità di rinascita.

    In un’epoca segnata da ansia, isolamento digitale e impoverimento emotivo, il nucleo intatto diventa una vera rivoluzione antropologica:
    ci ricorda che non siamo definiti da ciò che ci accade, ma da come scegliamo di rispondere.

    6. Perché oggi parlare di nucleo intatto è necessario

    • Perché i ragazzi vivono in un contesto di fragilità emotiva senza precedenti.
    • Perché la scuola rischia di ridurre gli studenti a numeri o diagnosi.
    • Perché la clinica deve tornare a vedere la persona prima del disturbo.
    • Perché la società confonde la prestazione con il valore.

    Il nucleo intatto è un invito a rimettere al centro la dignità originaria della persona, a credere che esiste sempre qualcosa da cui rinascere.

    Conclusione

    La psicologia del nucleo intatto non è un’idea astratta: è una lente clinica, educativa ed esistenziale che permette di vedere la parte più vera della persona.
    È ciò che resta integro quando tutto sembra frantumarsi.
    È il fondamento della resilienza, dell’educazione autentica e della cura.

    Riconoscerlo significa dare all’altro la possibilità di ritrovare sé stesso.

  • “Bambini senza piazze: il futuro rubato al gioco”.

    “Bambini senza piazze: il futuro rubato al gioco”.

    Introduzione

    Le piazze, i parchi e i cortili un tempo erano il cuore pulsante del gioco infantile. Oggi, invece, quegli stessi spazi vengono progressivamente colonizzati da tavolini, dehors e attività commerciali. Il risultato è un impoverimento silenzioso, ma drammatico, per le nuove generazioni: la perdita del gioco libero, spontaneo, non mediato dagli adulti.

    Il valore del gioco libero

    Il gioco libero rappresenta una dimensione pedagogica irrinunciabile:

    • permette di sperimentare regole e conflitti, senza un adulto a fare da giudice;
    • stimola la creatività e la capacità di adattamento;
    • favorisce l’aggregazione sociale spontanea, creando comunità tra pari;
    • sviluppa resilienza, perché il rischio – cadere, litigare, sbagliare – diventa palestra di crescita.

    Non si tratta soltanto di divertimento: è una palestra educativa naturale che plasma il carattere e le competenze sociali di bambini e adolescenti.

    La paura che soffoca la libertà

    Negli ultimi decenni la società occidentale ha sviluppato una forma di paura diffusa: si vedono pericoli ovunque, si immaginano minacce dietro ogni angolo. Per rispondere a questa ansia collettiva, gli adulti hanno ipercontrollato i luoghi e i tempi del gioco.

    Così, il bambino non gioca più nella piazza, ma nel campo sportivo organizzato. Non inventa regole, ma segue quelle codificate da un istruttore. Non costruisce avventure, ma partecipa ad attività strutturate e a pagamento.

    Questa trasformazione ha un costo: il prezzo della sicurezza assoluta è la perdita dell’autonomia, della creatività, della capacità di affrontare l’imprevisto.

    Le conseguenze psicologiche e sociali

    Oggi ne vediamo già le conseguenze:

    • adolescenti chiusi in casa, rifugiati nel digitale;
    • giovani meno capaci di gestire conflitti reali;
    • una crescita di fragilità psicologica, ansia e insicurezza;
    • una perdita di radicamento comunitario: la città non è più un luogo da abitare, ma da consumare.

    Restituire spazi al gioco libero

    Restituire ai bambini le piazze e i parchi non è un vezzo nostalgico, ma una necessità pedagogica e psicologica.
    Serve una politica urbanistica e sociale che ridia fiato all’infanzia, che liberi spazi dai tavolini del business e li restituisca al gioco, all’aggregazione, alla vita.

    Un bambino che gioca liberamente costruisce cittadinanza, fiducia e comunità. E una società che glielo permette, investe nel suo futuro.

  • La difficoltà di memorizzare: neuroscienze e neuropsicologia ci possono aiutare. Come? 

    La difficoltà di memorizzare: neuroscienze e neuropsicologia ci possono aiutare. Come? 

    Gent.mo Professore, ho insegnato per 40 anni in un liceo. Negli ultimi anni ho riscontrato negli alunni la difficoltà di memorizzazione delle nozioni. A distanza di 50 anni ricordo ancora le poesie insegnatemi nelle elementari. Esiste una causa e degli strumenti che possano compensare questa difficoltà? Marcello

    Parto da una premessa. Lei mi parla dei tempi andati, percepisco una certa nostalgia e struggenza, come è giusto che sia, però dobbiamo prendere atto che i tempi attuali sono terribilmente differenti e terribilmente difficili. Il cambio generazionale è violento, da un biennio all’altro ci troviamo dinanzi a ragazzi che arrivano con scarse basi di scolarizzazione, con problemi comportamentali, con certificazioni che attestano disturbi dell’apprendimento e bisogni educativi speciali,

    Quasi ogni giorno siamo costretti a chiamare le ambulanze per un pronto intervento per attacchi di ansia e panico. I tempi che furono non possono essere un metro di paragone con la generazione attuale. Troppe cose son cambiate nel frattempo, in primis la famiglia, la visione della scuola e dell’insegnante, e soprattutto non siamo ancora preparati a contenere e ad educare ad uso corretto delle tecnologie informatiche. Proprio su quest’ultimo aspetto, recenti studi sottolineano che oramai ci siamo abituati a vivere con la certezza che le risposte che ci servono sono a portata di un clic, concependo il web come una memoria esterna alternativa. Quando ci manca una informazione o non ricordiamo qualcosa, ci viene in aiuto Mister Google. Siamo cresciuti nel trovare la strada che ci porta a trovare l’informazione a noi utile, ma rispetto a qualche decennio fa, memorizziamo molto meno alcune informazioni. Secondo una ricerca dell’Università di Fairfield, è un fenomeno che sembra estendersi anche alle immagini: persino fare fotografie può ridurre i ricordi delle immagini viste. La memoria, se non viene allenata, al pari della muscolatura, tende ad inflaccidirsi, per questo resta fondamentale un training continuo. Oggi, come sottolinea A. Keen, in ‘The Internet is Not the Answer‘, (Internet non è la risposta) allenamento e rigore mentale sono andati perduti.

    Spesso capita di trovare un numero consistente di allievi che nonostante si applichino nello studio non riescano a ricordare, né ad esprimerle compiutamente ciò che hanno studiato. Dopo la fatica, i risultati non sempre sono commisurati allo sforzo e producono risultati scadenti, creando scoraggiamento e sconforto. Neuroscienze e neuropsicologia, che da anni studiano il fenomeno, danno delle risposte in merito, soprattutto sullo studio della memoria nelle sue varie manifestazioni, ma come spesso succede le conoscenze che emergono, rimangono confinate nel ristretto ambito clinico-riabilitativo, per pochi eletti, e non giungono alla destinazione interessata e coinvolta per prima: la scuola.  

    André Rey, nel 1958 ha strutturato una prova che consente di misurare esattamente l’abilità chiamata prova di apprendimento verbale. Al soggetto è presentata una lista di 15 parole che deve cercare di ricordare al termine di ogni presentazione, per 5 volte registrando quanti elementi vengono ricordati. Successivamente il soggetto viene distratto con attività spaziali e dopo 15 minuti gli viene chiesto di ripetere la lista.La curva di apprendimento, in genere, mostra un rapido incremento nel numero di parole ricordate dopo la seconda somministrazione. Il numero di parole cresce fino ad avvicinarsi a 15 al quarto tentativo e spesso tutte le parole vengono ricordate all’ultima ripetizione. Dopo 15 minuti la maggior parte delle persone ricorda l’intera lista senza difficoltà. Ecco dunque un aspetto interessante che deve farci riflettere: nonostante la fase di apprendimento della lista di parole, il recupero a distanza delle informazioni apprese può essere inefficiente: l’immagazzinamento funziona, ma il ricordo no. Siffatta prova conferma quello che a volte si verifica nell’apprendimento scolastico, ovvero, informazioni che al termine del pomeriggio di studio sembravano immagazzinate, dopo qualche ora non sono più recuperabili. Può esistere apprendimento senza ricordo?  Le neuroscienze ci aiutano indicandoci che l’aspetto importante è capire se il soggetto non ricorda o non immagazzina. Sovente si immagazzina ma non si ricorda, e questa è una situazione che trova un trend più frequente nelle nuove generazioni.

    Il problema è risolvibile, con strumenti compensativi, che sovente restano sconosciuti agli stessi insegnanti. Ad uno studente che ha davvero problemi a ricordare una formula o una regola, basta dargli il magazzino delle formule e delle regole a disposizione e lui supererà le sue difficoltà. Gli strumenti ci sono, occorre un utilizzo corretto senza preconcetti di sorta.