Tag: genitorialità

  • Meglio crescere nel bosco che in gabbia digitale

    Meglio crescere nel bosco che in gabbia digitale

    Introduzione

    Il caso dei bambini che vivevano nel bosco ha acceso un dibattito acceso e polarizzato. La cronaca giudiziaria ha parlato di isolamento, sottrazione alla scuola e violazione dei diritti fondamentali. Ma fermarsi alla superficie rischia di produrre una riflessione sterile.
    Questa vicenda interpella il nostro tempo su un piano più profondo: che idea di infanzia stiamo costruendo?

    Oltre la cronaca giudiziaria: cosa dicono davvero i fatti

    Negli atti giudiziari emergono elementi chiari: mancanza di istruzione formale, assenza di monitoraggio sanitario, isolamento dal contesto sociale.
    Sono dati oggettivi, giuridicamente rilevanti.
    Tuttavia, se ci limitiamo al formalismo, perdiamo la domanda centrale: l’educazione coincide davvero con l’inserimento forzato nei modelli dominanti?

    Bambini nel bosco o bambini nello schermo?

    La reazione collettiva è stata rapida e unanime: scandalo.
    Eppure milioni di bambini oggi:

    • non vivono nei boschi, ma trascorrono ore davanti a uno smartphone;
    • non sono isolati fisicamente, ma spesso lo sono emotivamente.

    L’uso precoce e massivo dei dispositivi digitali è ormai socialmente accettato, nonostante le evidenze sui rischi per lo sviluppo cognitivo, relazionale ed emotivo.
    La domanda diventa allora inevitabile: è davvero più sano crescere iperconnessi che crescere fuori dagli schemi?

    Educazione digitale o addestramento alla conformità?

    La tecnologia non è il problema in sé.
    Il problema nasce quando diventa surrogato educativo:

    • sostituisce la relazione,
    • anestetizza la frustrazione,
    • riduce la capacità di attenzione e di pensiero critico.

    Il bambino sempre connesso è spesso un bambino più gestibile, più prevedibile, più conforme.
    Ma l’educazione autentica non mira alla conformità: mira alla formazione del pensiero, anche quando è scomodo.

    Omologazione sociale e paura della differenza

    Il bosco inquieta perché sfugge al controllo.
    Lo schermo rassicura perché normalizza.
    La società contemporanea tollera poco ciò che non è immediatamente classificabile, monitorabile, standardizzabile.

    Il caso dei bambini nel bosco diventa così uno specchio: ci indigniamo per l’eccezione, ma ignoriamo la norma quando la norma impoverisce l’umano.

    Una responsabilità collettiva

    La magistratura ha il dovere di intervenire quando i diritti vengono violati.
    Ma la comunità adulta ha un dovere ancora più grande: interrogarsi sui modelli educativi che considera “normali”.

    Prima di puntare il dito, dovremmo chiederci:

    • quanto spazio diamo alla relazione reale?
    • quanto tempo concediamo alla noia creativa?
    • quanto stiamo delegando l’educazione agli algoritmi?

    Conclusione

    I bambini nel bosco non sono solo un fatto di cronaca.
    Sono una domanda aperta sul nostro modo di intendere l’infanzia, l’educazione e la libertà di crescita.

    Forse il vero scandalo non è chi ha tentato una fuga radicale dal sistema,
    ma un sistema che non ammette alternative e chiama integrazione ciò che spesso è solo omologazione.

  • “Il giorno in cui mia figlia impazzì”: quando l’adolescenza si spezza

    “Il giorno in cui mia figlia impazzì”: quando l’adolescenza si spezza

    In Il giorno in cui mia figlia impazzì, Michael Greenberg ci consegna una testimonianza lacerante e vibrante, che unisce l’impeto del memoir alla lucidità del resoconto clinico. Il libro, edito in Italia da Einaudi, narra l’estate del 1996 in cui Sally, la figlia quindicenne dello scrittore newyorkese, viene travolta da un episodio psicotico acuto, aprendo uno squarcio sulla fragilità della mente adolescente e sulla forza del legame genitoriale.

    Il lettore è trascinato in una New York afosa e rarefatta, ma soprattutto nel caos interiore di una giovane mente che cede sotto il peso di un disturbo mentale ancora misterioso. Greenberg non cerca mai il pietismo, ma offre uno sguardo analitico e poetico, capace di rendere visibile l’invisibile: il delirio, l’ansia, la perdita di contatto con la realtà.

    “Il modo in cui la psicosi prende il controllo della mente di Sally è improvviso, assoluto, come un temporale che squarcia il cielo sereno”, scrive. E in questo gesto narrativo ritroviamo il dolore di ogni genitore che assiste, impotente, al disgregarsi dell’identità del proprio figlio.

    Greenberg si fa cronista e padre, scrittore e caregiver, oscillando tra l’incredulità e l’analisi. La sua prosa è asciutta, incisa, eppure colma di compassione. Il testo diventa così un’opera a metà strada tra la letteratura e la riflessione clinica, rendendolo particolarmente prezioso per pedagogisti, psicologi e psichiatri.

    Il volume è un’illustrazione vivida di ciò che la psichiatria dell’età evolutiva definisce early-onset psychosis. Come sottolinea Massimo Ammaniti, “l’adolescente è un funambolo che cerca equilibrio tra regressione infantile e proiezione verso l’età adulta”. Ed è proprio in questa transizione che Sally inciampa, spinta nel vuoto da una malattia che non fa sconti, nemmeno alla giovinezza.

    Dal punto di vista clinico, il libro può essere letto come una testimonianza del ruolo fondamentale della famiglia nel percorso terapeutico. Il DSM-5 colloca la psicosi giovanile in una zona grigia, dove diagnosi e prognosi si muovono tra incertezza e speranza. Greenberg incarna questa ambivalenza, restituendola al lettore in tutta la sua crudezza.

    Perché leggerlo

    Il giorno in cui mia figlia impazzì è molto più che un diario del dolore. È un testo necessario, che dà voce a milioni di genitori e figli coinvolti nel labirinto della sofferenza mentale. Un libro da leggere per comprendere, per non sentirsi soli, per imparare a nominare ciò che spesso resta impronunciabile.