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  • Perché si tradisce: la verità che nessuno vuole vedere

    Perché si tradisce: la verità che nessuno vuole vedere

    Introduzione

    Il tradimento continua a essere uno dei temi più rimossi e, allo stesso tempo, più presenti nella vita individuale e collettiva. Lo si riduce spesso a una deviazione sessuale, a una caduta etica, a un fallimento relazionale. Eppure, se osservato in profondità, il tradimento appare come un evento strutturale dell’esperienza umana, una soglia critica in cui si ridefiniscono identità, legami e senso di sé.

    Una lettura antropologica ed esistenziale del tradire può aiutare a comprenderne la funzione simbolica e trasformativa.

    Tradire non è (solo) desiderare

    Antropologicamente, l’essere umano nasce dentro una rete di fiducia: qualcuno lo nutre, lo protegge, lo chiama per nome. La fedeltà, in questa fase, non è scelta ma necessità vitale. Tuttavia, ciò che consente la sopravvivenza iniziale può, col tempo, diventare un limite alla crescita.

    Il tradimento emerge quando l’identità avverte una frizione:
    non coincide più con il ruolo assegnato, con l’immagine amata dall’altro, con l’appartenenza che garantiva sicurezza.
    In questo senso, il tradimento non è primariamente un atto erotico, ma una rottura simbolica: il tentativo – spesso maldestro – di sottrarsi a un’identità ricevuta per cercarne una non protetta.

    La fedeltà e il suo lato d’ombra

    Ogni fedeltà contiene una quota di possesso.
    Essere amati significa spesso essere riconosciuti a condizione di restare uguali.
    Ma l’identità umana è dinamica, eccedente, inquieta.

    Quando la fedeltà non contempla neppure la possibilità del tradimento, smette di essere scelta e diventa dipendenza affettiva.
    In questa prospettiva, il tradimento non è l’opposto della fedeltà, ma il suo lato oscuro necessario: ciò che le conferisce densità e verità.

    Senza la possibilità dell’addio, la fedeltà resta infantile, ingenua, difensiva.

    Giuda: il traditore necessario

    È qui che la figura di Giuda Iscariota assume una potenza simbolica decisiva.
    Giuda non è solo il traditore per eccellenza della tradizione cristiana; è anche colui senza il quale il destino di Gesù non si compirebbe.

    Nel racconto evangelico, Gesù sceglie Giuda, lo chiama, lo include.
    Non ignora la possibilità del tradimento: la assume.
    Il tradimento di Giuda non è un incidente di percorso, ma una frattura necessaria affinché la missione possa attraversare la morte e generare senso.

    In questa luce, Giuda diventa la figura-limite che rivela una verità scomoda:
    a volte scegliamo chi ci tradirà perché solo attraverso quella ferita possiamo incontrare il nostro destino, o almeno noi stessi.

    Il tradito e il rischio maggiore

    Chi viene tradito sperimenta uno smarrimento radicale.
    Ma il rischio più profondo non è la perdita dell’altro: è la svalutazione di sé.
    Quando l’identità era fondata esclusivamente sull’essere amati, il tradimento smaschera una verità dolorosa:
    ero me stesso solo finché l’altro mi confermava.

    In questo senso, il tradimento può diventare – se attraversato – un evento emancipativo anche per chi lo subisce: costringe a ricostruire il sé fuori dallo sguardo che lo garantiva.

    Fedeltà, tradimento e nascita del sé

    Forse la vita non si scrive nel segno della fedeltà pura, ma nella tensione fra fedeltà e tradimento.
    La fedeltà custodisce, il tradimento espone.
    La prima protegge, il secondo rischia.

    Solo chi attraversa questa tensione smette di vivere “in prestito” e accetta il rischio più alto dell’esistenza umana:
    incontrare se stesso, anche a costo di perdere un amore, un’appartenenza, un’identità già data.

    Perché non si nasce una sola volta.
    Si nasce davvero quando si ha il coraggio di dire addio.

    Conclusione

    Capire perché si tradisce non significa giustificare il dolore che ne deriva.
    Significa però restituire al tradimento la sua complessità antropologica, sottraendolo alla semplificazione morale e riconoscendolo come uno dei luoghi più drammatici – e rivelatori – della condizione umana.