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  • Quando la maternità assorbe l’identità femminile

    Quando la maternità assorbe l’identità femminile

    Introduzione

    Diventare madre è una trasformazione profonda, ma per molte donne può coincidere con una progressiva perdita di identità, soprattutto quando mancano autonomia economica e riconoscimento personale. La routine quotidiana avanza, i figli diventano il centro assoluto e il tempo sembra scivolare via. Non si può tornare indietro, ma cresce una domanda silenziosa: chi sono io, oltre a essere madre?

    Maternità e identità: quando il ruolo prende il posto della persona

    La maternità è totalizzante, ma non dovrebbe essere totalitaria. Quando l’identità femminile si riduce al solo ruolo materno, la donna rischia di scomparire dietro le funzioni: accudire, organizzare, sostenere.

    Come ricordava Simone de Beauvoir:

    «Non si nasce donna: lo si diventa» (Il secondo sesso).

    Diventare madre non dovrebbe significare smettere di diventare sé stesse.

    La frustrazione invisibile della routine quotidiana

    La frustrazione materna non è sempre rumorosa. Spesso è silenziosa e cronica: si accumula nei gesti ripetuti, nei giorni uguali, nella sensazione di vivere per gli altri.

    Quando manca un lavoro o uno spazio proprio, la casa può diventare un perimetro chiuso, più che un luogo di cura.

    Come osservava Hannah Arendt:

    «La vita senza pensiero è possibile, ma non è pienamente umana» (Vita activa).

    Senza spazio per il pensiero e il desiderio, anche la maternità rischia di svuotarsi.

    I figli come centro assoluto: un equilibrio fragile

    I figli diventano il fulcro affettivo ed esistenziale. Ma quando sono l’unico senso possibile, il peso diventa eccessivo.

    Una madre che rinuncia completamente a sé trasmette, spesso senza volerlo, aspettative, sensi di colpa e difficoltà di separazione.

    La cura autentica ha bisogno di confini. E il primo confine è riconoscere che una madre è anche una donna.

    Come convivere con la frustrazione senza rassegnarsi

    Non si torna indietro, ma si può ripartire da un punto nuovo:

    • riconoscere il proprio disagio senza colpa
    • recuperare piccoli spazi personali
    • valorizzare competenze e desideri rimasti in sospeso
    • chiedere aiuto come atto di responsabilità, non di fallimento

    Ritrovarsi non significa sottrarre amore ai figli, ma restituire loro una madre viva.

    Conclusione

    Molte donne, diventando madri e mogli, si perdono. Dirlo non è una colpa, ma un atto di verità.

    Perché una donna che esiste, che pensa e che desidera non è una madre in meno.

    È una madre più autentica, più libera, più umana.