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  • Lame e coltelli: maneggiare con cura.

    Lame e coltelli: maneggiare con cura.

    Introduzione

    Negli ultimi anni, l’aumento di episodi che coinvolgono coltelli, lame e armi improprie, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, viene spesso letto come un segnale di degrado, devianza o criminalità precoce.
    Ma questa lettura rischia di essere riduttiva.

    La domanda più scomoda — e forse più necessaria — è un’altra:
    cosa ci sta sfuggendo sul piano simbolico, psicologico e relazionale?

    Perché oggi la lama non è solo uno strumento: diventa segno di potereestensione del corporisposta a una fragilità che non trova parole.

    La lama come protesi identitaria

    In molte dinamiche adolescenziali e giovanili, il coltello non rappresenta tanto l’intenzione di ferire, quanto il bisogno di sentirsi forti in un mondo percepito come ostile.

    Quando:

    • l’identità è fragile
    • l’autostima è costruita sullo sguardo altrui
    • il riconoscimento passa dalla paura che si incute

    la forza fisica diventa linguaggio.
    La lama, allora, non è aggressione pura, ma tentativo disperato di controllo.

    Il ritorno del corpo come risposta al vuoto

    Viviamo in una società iper-digitale, in cui il corpo è spesso:

    • esibito
    • filtrato
    • performativo

    Eppure, paradossalmente, mai davvero abitato.

    Il culto della forza muscolare, del corpo potente, della postura dominante, nasce spesso come reazione a:

    • impotenza emotiva
    • assenza di confini interiori
    • mancanza di modelli autorevoli

    Il muscolo diventa corazza.
    La lama diventa garanzia.

    Mascolinità ferita e narrazioni tossiche

    In particolare nei maschi adolescenti, la fascinazione per la forza e per l’arma è spesso legata a una mascolinità non accompagnata, lasciata sola a costruirsi tra:

    • modelli iperviolenti
    • estetica della sopraffazione
    • mito della virilità invincibile

    Quando non si insegna a reggere la frustrazione, il corpo prende il posto della parola.
    E la lama prende il posto del limite.

    Non è solo devianza: è una domanda educativa

    Ridurre il fenomeno a “ragazzi violenti” o “baby gang” è rassicurante, ma inefficace.
    Perché ciò che emerge è spesso una domanda muta:

     “Come posso sentirmi qualcuno?”
     “Come posso non essere invisibile?”

    La risposta non può essere solo repressiva.
    Serve un lavoro profondo su:

    • educazione emotiva
    • gestione della rabbia
    • costruzione dell’identità
    • presenza adulta significativa

    La vera prevenzione passa dalle relazioni

    Dove esistono:

    • adulti che ascoltano
    • spazi di parola
    • riconoscimento autentico

    la lama perde fascino.
    Perché la forza più grande non è quella che incute paura, ma quella che regge il conflitto senza distruggere.

    Conclusione

    Maneggiare lame e coltelli “con cura” non è solo un avvertimento fisico.
    È un monito culturale.

    Ciò che davvero dobbiamo maneggiare con attenzione è:

    • la fragilità non vista
    • la rabbia non nominata
    • il bisogno di riconoscimento

    Perché quando la parola manca, il corpo urla.
    E a volte lo fa con una lama in mano.