Tag: recensioni

  • “Il Maestro”: una metamorfosi necessaria

    “Il Maestro”: una metamorfosi necessaria

    Introduzione

    “Il Maestro”, con un magistrale Pierfrancesco Favino, non è semplicemente un film: è una lente d’ingrandimento sul lato più fragile, ambiguo e umano della relazione educativa. La pellicola mette in scena ciò che spesso la società preferisce ignorare: ogni maestro è un intreccio di luci e ombre, di intenzioni pure e ferite irrisolte. E l’interpretazione di Favino, costruita su micro-espressioni, esitazioni e silenzi densi, restituisce un archetipo contemporaneo dell’educatore imperfetto.

    Favino e la psicologia del ruolo: un maestro che “abita” le sue contraddizioni

    Pierfrancesco Favino non interpreta un personaggio, ma ne assume la postura interna. La sua prova attoriale è costruita come un caso clinico: il Maestro appare autorevole e insieme vulnerabile, capace di intuizioni profonde ma anche di scivolamenti etici.
    Questa tensione rispecchia ciò che le ricerche di psicologia dell’educazione descrivono come ambivalenza educativa: il docente è al tempo stesso agente di trasformazione e persona in trasformazione.

    Studi recenti sulla relazione insegnante-allievo (Hamre & Pianta, 2023) mostrano che il successo formativo dipende più dalla qualità emotiva della relazione che dalle competenze tecniche. Il film rende visibile proprio questa dinamica: l’insegnante è un essere umano che educa a partire dalle proprie aperture e dalle proprie ferite.

    La relazione educativa come campo di forze

    “Il Maestro” rappresenta l’educazione come un territorio instabile, dove si intrecciano tre fattori:

    • bisogno di riconoscimento dell’insegnante,
    • vulnerabilità dell’allievo,
    • asimmetria inevitabile del potere educativo.

    Favino incarna questa complessità in un personaggio che oscilla tra il desiderio di costruire e il rischio di ferire.
    L’educazione, suggerisce il film, non è un processo lineare, ma un equilibrio delicato tra presenza, responsabilità e fragilità.

    Quando il sapere diventa specchio

    Uno dei messaggi più potenti del film è la funzione riflessiva della relazione educativa. Ogni maestro, prima o poi, deve confrontarsi con ciò che proietta sugli allievi: aspettative, timori, ideali e irrisolti.
    Il film suggerisce che:

    • non c’è educazione senza vulnerabilità,
    • non c’è guida senza la capacità di guardare dentro sé stessi,
    • non c’è insegnamento senza la disponibilità a essere trasformati.

    È un ritratto che richiama il pensiero di Donald Winnicott: l’educatore è un “ambiente” vivente, non una funzione astratta.

    Perché “Il Maestro” è un film necessario

    Il valore dell’opera risiede in tre elementi decisivi:

    Il valore dell’opera risiede in tre elementi decisivi:

  • Decostruisce la retorica dell’insegnante perfetto.Il docente è mostrato come essere umano, non come icona.Restituisce profondità emotiva al ruolo educativo.La relazione è un processo bidirezionale, dove anche il maestro cresce.Interroga lo spettatore.Ognuno di noi è stato maestro o allievo di qualcuno. Il film diventa allora un invito all’auto-riflessione etica.

  • Conclusione

    “Il Maestro” è un film che non offre risposte rassicuranti, ma domande necessarie.
    Favino firma una delle sue interpretazioni più mature e complesse, restituendoci un educatore che inciampa, sbaglia, tenta, ascolta, cade e si rialza.
    È in questo terreno imperfetto, e solo in questo, che l’educazione può diventare davvero un incontro trasformativo.

  • “Il giorno in cui mia figlia impazzì”: quando l’adolescenza si spezza

    “Il giorno in cui mia figlia impazzì”: quando l’adolescenza si spezza

    In Il giorno in cui mia figlia impazzì, Michael Greenberg ci consegna una testimonianza lacerante e vibrante, che unisce l’impeto del memoir alla lucidità del resoconto clinico. Il libro, edito in Italia da Einaudi, narra l’estate del 1996 in cui Sally, la figlia quindicenne dello scrittore newyorkese, viene travolta da un episodio psicotico acuto, aprendo uno squarcio sulla fragilità della mente adolescente e sulla forza del legame genitoriale.

    Il lettore è trascinato in una New York afosa e rarefatta, ma soprattutto nel caos interiore di una giovane mente che cede sotto il peso di un disturbo mentale ancora misterioso. Greenberg non cerca mai il pietismo, ma offre uno sguardo analitico e poetico, capace di rendere visibile l’invisibile: il delirio, l’ansia, la perdita di contatto con la realtà.

    “Il modo in cui la psicosi prende il controllo della mente di Sally è improvviso, assoluto, come un temporale che squarcia il cielo sereno”, scrive. E in questo gesto narrativo ritroviamo il dolore di ogni genitore che assiste, impotente, al disgregarsi dell’identità del proprio figlio.

    Greenberg si fa cronista e padre, scrittore e caregiver, oscillando tra l’incredulità e l’analisi. La sua prosa è asciutta, incisa, eppure colma di compassione. Il testo diventa così un’opera a metà strada tra la letteratura e la riflessione clinica, rendendolo particolarmente prezioso per pedagogisti, psicologi e psichiatri.

    Il volume è un’illustrazione vivida di ciò che la psichiatria dell’età evolutiva definisce early-onset psychosis. Come sottolinea Massimo Ammaniti, “l’adolescente è un funambolo che cerca equilibrio tra regressione infantile e proiezione verso l’età adulta”. Ed è proprio in questa transizione che Sally inciampa, spinta nel vuoto da una malattia che non fa sconti, nemmeno alla giovinezza.

    Dal punto di vista clinico, il libro può essere letto come una testimonianza del ruolo fondamentale della famiglia nel percorso terapeutico. Il DSM-5 colloca la psicosi giovanile in una zona grigia, dove diagnosi e prognosi si muovono tra incertezza e speranza. Greenberg incarna questa ambivalenza, restituendola al lettore in tutta la sua crudezza.

    Perché leggerlo

    Il giorno in cui mia figlia impazzì è molto più che un diario del dolore. È un testo necessario, che dà voce a milioni di genitori e figli coinvolti nel labirinto della sofferenza mentale. Un libro da leggere per comprendere, per non sentirsi soli, per imparare a nominare ciò che spesso resta impronunciabile.