Tag: spiritualità

  • Buen Camino: si ride, ma qualcosa resta

    Buen Camino: si ride, ma qualcosa resta

    Il film Buen Camino vale per quello che è: una commedia leggera, costruita sulle consuete battute del Checco nazionale, spesso sul filo raso del politicamente corretto.

    Si ride, a tratti di gusto, quando il protagonista liquida il pellegrinaggio come «una camminata lunghissima fatta da gente che non aveva di meglio da fare» o quando riduce l’esperienza spirituale a un pragmatico «l’importante è arrivare, poi si vede».

    Ed è proprio qui che, quasi involontariamente, il film fa entrare altro.

    La risata e il peso dei luoghi

    Mentre la comicità alleggerisce tutto — «Io non sono in crisi esistenziale, sono solo stanco» — i luoghi fanno il contrario. I sentieri sterrati, i ponti, le strade che si aprono davanti ai personaggi non sono semplici sfondi narrativi: sono tracce di secoli.

    Su quei percorsi sono passati uomini che non cercavano una battuta pronta, ma risposte a domande radicali. Chi sono? Perché cammino? Cosa mi manca davvero?

    Il film non formula queste domande apertamente, ma le lascia emergere nel contrasto tra l’ironia del protagonista e il silenzio dei paesaggi.

    Da dove nasce il Cammino (anche se il film non lo spiega)

    Il riferimento costante è al Cammino di Santiago, nato nel IX secolo attorno al culto dell’apostolo Giacomo. Per secoli non è stato turismo, ma penitenza, ricerca, attraversamento.

    Camminare significava esporsi alla fatica e all’imprevisto. Spogliarsi del superfluo. Accettare di non controllare tutto.

    Non a caso, nel film, quando il protagonista sbotta con un ironico «Ma perché non ci hanno messo una bella scorciatoia?», emerge tutta la distanza tra la logica moderna dell’efficienza e quella antica del cammino.

    Una spiritualità che passa di lato

    Buen Camino non è un film spirituale nel senso classico. Nessuna predica, nessuna conversione spettacolare. Anzi, spesso la spiritualità viene smontata con frasi come «Io credo solo nei piedi comodi».

    Eppure, proprio mentre si ride, i luoghi lavorano.

    Lo spettatore, magari senza volerlo, compie un piccolo viaggio interiore: non religioso, non devozionale, ma profondamente umano.

    Un viaggio che ricorda che certi cammini non servono per “trovare risposte”, ma per mettere ordine nelle domande.

    Camminare non per arrivare, ma per restare umani

    Forse è questo il paradosso di Buen Camino: una commedia che non pretende profondità, ma finisce per sfiorarla.

    Si ride, si cammina, si passa oltre. Eppure qualcosa rimane.

    Rimane l’intuizione che certi luoghi non si attraversano mai davvero per caso. Che anche quando li percorri con ironia, con distanza, persino con disincanto, loro lavorano su di te. In silenzio.

    Il Cammino di Santiago non chiede conversioni né spiegazioni. Chiede solo di essere percorso. E mentre lo fai, rimette in circolo domande antiche, le stesse che l’uomo si porta dietro da secoli, anche quando finge di non averne più.

    Così Buen Camino fa quello che non promette: tra una risata e una battuta, ricorda che camminare non serve sempre ad arrivare, ma a restare umani abbastanza da ascoltare ciò che, lungo la strada, continua a chiamarci.

  • Dove sono i Samaritani?

    Dove sono i Samaritani?

    La Chiesa alla prova della fraternità spezzata

    Ci si affanna nelle cattedrali e nelle parrocchie. Si prega, si canta, si marcia dietro stendardi e reliquie. Ma quando il fratello cade — e magari è proprio un sacerdote, uno che ha spezzato il pane e la Parola accanto a noi — allora spesso resta solo, gettato ai margini della strada, come l’uomo della parabola. E i primi a passare oltre, oggi come ieri, sono proprio coloro che conoscono le Scritture e officiano i culti.

    Il sacerdote malato, isolato, dimenticato, è una ferita viva nel corpo della Chiesa. E ciò che brucia di più non è solo la malattia o il dolore, ma l’abbandono da parte dei confratelli, dei cosiddetti “fratelli nel ministero”. Tutti troppo occupati, troppo assorbiti, troppo inseriti. Come se il Vangelo fosse una serie di impegni e non un’esistenza da condividere.

    Hans Urs von Balthasar scriveva:

    “Chi pretende di comprendere Cristo senza lasciarsi trafiggere da Lui, inganna sé stesso.”

    Ecco: la nostra Chiesa è diventata talvolta esperta nell’amministrare Cristo, ma lenta nel lasciarsi trafiggere dal dolore dell’altro. Abbiamo ridotto la koinonía a una parola di verbale pastorale. Eppure, senza fraternità reale, incarnata, non c’è comunità cristiana.

    Una spiritualità senza grembiule

    Don Tonino Bello ce lo ha insegnato con forza:

    “Il grembiule viene prima della stola.”

    Eppure, quante volte indossiamo la stola nei momenti pubblici, nei riti solenni, e poi ci dimentichiamo il grembiule della carità nel quotidiano? È proprio lì, nella corsia d’ospedale, nella casa silenziosa del prete anziano, nel dolore taciuto di un confratello ferito, che si misura l’autenticità della nostra fede.

    Abbiamo edificato una Chiesa che teme la vulnerabilità, che copre le ferite, che fugge dal pianto. Ma la Chiesa del Cristo crocifisso non può non essere anche la Chiesa del fratello sofferente. Dove sono i samaritani?

    Il grembiule oltre la stola: la profezia di don Tonino

    Don Tonino Bello non fu solo un vescovo della prossimità: fu un poeta del Vangelo incarnato. Tra le sue immagini più potenti c’è quella del grembiule, che egli opponeva alla stola non in termini di contrapposizione, ma di gerarchia evangelica. La stola è il segno del ministero, della sacralità liturgica; ma il grembiule — simbolo del servizio umile, dell’amore che si china — è l’indumento che Cristo indossa nel cenacolo, prima di ogni altra cosa.

    Scriveva:

    “Il grembiule non è un accessorio. È il paramento liturgico per eccellenza, quello senza il quale la stola rischia di diventare un ornamento vuoto, un segno sterile.”

    Nella visione di don Tonino, la stola riceve senso solo se attraversata dall’amore operoso del grembiule. È un grido contro ogni clericalismo, contro ogni ministero vissuto come potere o prestigio. E questa prospettiva è quanto mai urgente oggi, in una Chiesa che rischia di moltiplicare liturgie e appesantirsi di parole, ma impoverirsi di gesti reali.

    Il grembiule ci ricorda che non basta “fare” il prete, occorre essere fratelli. E la fraternità non si celebra a parole: si esercita chinandosi.

    Il paradosso della liturgia senza carità

    Ogni giorno celebriamo la memoria del Dio che si è fatto servo, che ha lavato i piedi ai suoi discepoli, che si è lasciato ferire per amore. Ma poi, nella pratica, il culto diventa più importante del cuore. Corriamo al tempio, ma evitiamo chi giace per terra.

    Il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer parlava di “grazia a buon mercato”, e forse anche noi, nella Chiesa cattolica, abbiamo cominciato a distribuire “fraternità a buon mercato”: fatta di parole, di sorrisi istituzionali, di comitati. Ma quando il confratello crolla — perché è depresso, perché è stanco, perché è in crisi — allora il vuoto si fa silenzio assordante.

    Un esame di coscienza ecclesiale

    Che cosa sbaglia la Chiesa? Sbaglia quando dimentica che l’essenza del Vangelo non è la correttezza dottrinale né l’efficienza organizzativa, ma la prossimità. Cristo non ha lasciato un’agenda, ma una vita donata. La Chiesa sbaglia quando confonde la missione con l’ansia di visibilità, quando preferisce l’evento al volto.

    E noi? Noi cattolici sbagliamo quando ci accontentiamo di un cristianesimo da calendario liturgico, e non di una fede che scende per strada, che si ferma, che fascia le ferite.

    Il Buon Samaritano è l’icona eversiva di una Chiesa che non fugge. E Cristo — che nel Vangelo ci appare sempre accanto ai piccoli, ai poveri, ai feriti — ci interroga: dove siamo noi, davvero?

    Spiragli di speranza

    Eppure, non tutto è perduto. Ogni volta che un sacerdote si prende cura di un altro sacerdote, che un fedele va a trovare un parroco dimenticato, che una comunità si fa carico del dolore dell’altro, lì si ricrea la Chiesa delle origini, la koinoníadello Spirito.

    Occorre una conversione pastorale che non sia solo programmatica ma spirituale, fraterna, empatica.
    Occorre tornare a lavare i piedi.

    Perché “da questo sapranno che siete miei discepoli: se vi amerete gli uni gli altri” (Gv 13,35).