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  • Successo facile, dignità in saldo: il messaggio (storto) che passa

    Successo facile, dignità in saldo: il messaggio (storto) che passa

    C’è qualcosa che non torna, e non serve un master in pedagogia per accorgersene. Basta ascoltare il rumore di fondo: titoli, commenti, meme, talk show. La morale è semplice, quasi elegante nella sua brutalità: vuoi entrare nel format? Renditi disponibile. Disponibile a tutto. Anche a scambiare favori — sì, favori sessuali — per un posto sotto i riflettori.
    E il messaggio che passa qual è?

    La scorciatoia come virtù

    Un tempo si diceva: studia, impegnati, cresci. Oggi il mantra suona più o meno così: esponiti, concediti, fai rumore. Il merito? Un optional. La competenza? Una seccatura. La dignità? Una valuta negoziabile.

    reality di sorveglianza emotiva vengono difesi come innocuo intrattenimento. In realtà funzionano da acceleratori culturali: prendono ciò che già circola e lo rendono norma. Se il successo arriva passando dal corpo, dalla provocazione o dall’allusione, allora perché no? Se “funziona”, diventa giusto. O quantomeno accettabile.

    Meritocrazia, questa sconosciuta

    Ci raccontiamo la favola della meritocrazia mentre premiamo chi è più disposto a spingersi oltre il limite. Non vince il migliore: vince il più esposto. Non emerge chi sa fare: emerge chi sa farsi guardare. E se per entrare serve un favore, pazienza: è il prezzo del biglietto.
    Chiamarla meritocrazia è un esercizio di fantasia. Più onesto parlare di potere, scambio, dominio. O, se vogliamo essere chirurgici, di una cultura che confonde libertà con disponibilità.

    Adolescenti: spettatori o apprendisti?

    Qui il problema smette di essere televisivo e diventa educativo. Gli adolescenti guardano. Assorbono. Imitano.
    Che lezione imparano? Che il corpo è una moneta, che il consenso è una strategia, che la visibilità vale più della verità. Che per “contare” bisogna piacere a chi decide. Altro che empowerment.

    L’ironia amara degli adulti

    Gli adulti sorridono, commentano, condividono. “È solo TV”. Intanto però normalizziamo l’idea che tutto sia negoziabile, persino l’intimità. E poi ci stupiamo se i ragazzi confondono successo con sottomissione, riconoscimento con esposizione, valore con audience.

    Conclusione (senza sconti)

    Il punto non è scandalizzarsi. È capire che messaggio passa.
    Se passa l’idea che per entrare bisogna concedersi, allora non stiamo educando: stiamo addestrando. Alla dipendenza dallo sguardo altrui. Alla rinuncia al limite. Alla dignità messa in saldo.

    E domani, quando parleremo di “emergenza educativa”, faremo finta di non sapere da dove è partita.