Autore: admin

  • Diagnosi psichiatriche: utili ma imperfette

    Diagnosi psichiatriche: utili ma imperfette

    La diagnosi psichiatrica è ancora valida?

    Nel 2022, la rivista Psychiatry Research ha pubblicato uno studio destinato a far discutere: secondo i ricercatori guidati da John Read, molte diagnosi psichiatriche mancherebbero di coerenza interna, validità scientifica e fondamento biologico. I criteri diagnostici — come quelli contenuti nel DSM-5 — vengono criticati per la loro arbitrarietà e per la difficoltà nel distinguere confini chiari tra un disturbo e l’altro.

    Questo non equivale però ad affermare che “le diagnosi psichiatriche non hanno valore”. Piuttosto, evidenzia la necessità di ripensare la classificazione dei disturbi mentali in una chiave più dinamica e integrata.

    Le diagnosi psichiatriche non sono entità “mediche”

    Nella medicina generale, una diagnosi si basa spesso su cause note (ad esempio un’infezione batterica) e su riscontri biologici oggettivi. In psichiatria, invece, i disturbi mentali sono costruzioni descrittive basate su comportamenti osservabili e autoriferiti, ma non sono sempre supportati da marker biologici identificabili. Come afferma lo psichiatra Allen Frances, presidente della task force del DSM-IV:

    “Le diagnosi psichiatriche sono utili, ma non sono entità naturali; sono strumenti che aiutano a organizzare la sofferenza.”

    Critiche e limiti del modello categoriale

    Tra i principali limiti del modello categoriale DSM troviamo:

    • Sovrapposizione sintomatica tra disturbi diversi (es. ansia e depressione)
    • Eccessiva etichettatura (fenomeno noto come overdiagnosis)
    • Mancanza di validazione neuroscientifica
    • Ridotta attenzione al contesto sociale, culturale e biografico

    Secondo uno studio condotto dalla British Psychological Society (2013), molti pazienti percepiscono la diagnosi come “stigmatizzante” e poco utile nella comprensione del proprio vissuto.

    Verso un nuovo paradigma: l’approccio dimensionale

    Negli ultimi anni, la ricerca ha cercato di superare il dualismo “normale/patologico” proponendo modelli dimensionali e transdiagnostici. Tra questi spicca il framework RDoC (Research Domain Criteria) sviluppato dal National Institute of Mental Health, che esplora il funzionamento mentale su cinque domini (cognitivo, affettivo, sociale, ecc.), integrando dati biologici, psicologici e comportamentali.

    Questo approccio:

    • Riduce la rigidezza diagnostica
    • Favorisce interventi personalizzati
    • Abbraccia la complessità dell’esperienza umana

    Diagnosi: strumento, non verità assoluta

    Pur con i suoi limiti, la diagnosi psichiatrica resta una bussola utile:

    • Aiuta a orientare la psicoterapia e l’intervento farmacologico
    • Permette la ricerca e la comunicazione tra professionisti
    • Offre al paziente un punto di partenza per comprendere la propria sofferenza

    Il vero nodo è come viene usata: con rigidità e superficialità, o con flessibilità clinica e profondità umana?

    Conclusione

    L’articolo di Psychiatry Research ci ricorda che la diagnosi non è una verità assoluta, ma una lente. È tempo di evolvere verso una psichiatria più umana, integrata e fondata sull’evidenza, che ascolti la voce della persona oltre l’etichetta.

  • “Adolescenti senza riposo: il peso clinico della privazione di sonno”

    “Adolescenti senza riposo: il peso clinico della privazione di sonno”

    L’adolescenza e il nuovo paradigma del sonno

    L’adolescenza è una fase cruciale dello sviluppo neurobiologico, durante la quale il sonno assume un ruolo fondamentale nella riorganizzazione cognitiva, affettiva e comportamentale. Tuttavia, l’evidenza clinica segnala un allarmante incremento della privazione di sonno cronica nei giovani tra i 13 e i 18 anni.

    Secondo i dati del CDC statunitense (2023), oltre il 73% degli adolescenti dorme meno delle 8-10 ore raccomandate per fascia d’età, una soglia essenziale per il corretto funzionamento esecutivo e l’equilibrio emotivo.

    Ritmi circadiani alterati e scuola: un conflitto biologico

    Il problema non risiede solo nella quantità di sonno, ma anche nella desincronizzazione cronica dei ritmi circadiani. L’orologio biologico degli adolescenti tende fisiologicamente a posticipare il ritmo sonno-veglia (fenomeno noto come delayed sleep phase), portandoli a sentirsi naturalmente attivi nelle ore serali.

    L’inizio scolastico mattutino, spesso fissato tra le 7:30 e le 8:00, entra così in collisione con la fisiologia adolescenziale, provocando uno “jet lag sociale” permanente, come lo definisce il cronobiologo Till Roenneberg.

    Conseguenze cliniche: tra mente, cervello e comportamento

    La deprivazione cronica di sonno ha effetti gravi e sistemici. Numerosi studi neuroscientifici (Walker, 2017; Carskadon, 2019) evidenziano come il sonno insufficiente:

    • Riduca la plasticità sinaptica e comprometta l’apprendimento e la memoria;
    • Alteri il funzionamento della corteccia prefrontale, deputata al controllo inibitorio e al pensiero critico;
    • Esponga al rischio di disturbi depressivi, ansiosi e disregolazione affettiva;
    • Incrementi comportamenti impulsivi, uso di sostanze e ideazione suicidaria.

    Un lavoro longitudinale pubblicato su The Lancet Child & Adolescent Health (2022) ha mostrato che adolescenti con meno di 7 ore di sonno presentavano un’incidenza del 30% più alta di sintomi depressivi dopo un anno.

    L’ ambiente digitale e l’ iperstimolazione serale

    Tra i principali fattori esogeni della privazione di sonno giovanile vi è l’uso intensivo di dispositivi elettronici. L’esposizione serale alla luce blu dei device inibisce la secrezione di melatonina e protrae lo stato di vigilanza, ritardando ulteriormente l’addormentamento.

    Un’indagine dell’Italian Sleep Medicine Association (AIMS, 2024) ha rilevato che il 64% degli adolescenti italiani utilizza lo smartphone a letto per oltre un’ora, spesso per attività ad alta attivazione cognitiva (social media, gaming, streaming).

    Interventi e prevenzione: una responsabilità sistemica

    Riconsiderare i tempi scolastici è una necessità etica e sanitaria. Studi sperimentali condotti negli Stati Uniti e nel Regno Unito hanno dimostrato che posticipare l’orario di ingresso scolastico anche solo di 60 minuti migliora rendimento, umore e frequenza.

    A livello clinico, gli interventi più efficaci includono:

    • Psychoeducation familiare sull’igiene del sonno;
    • Terapie comportamentali cognitive per l’insonnia (CBT-I) adattate all’età evolutiva;
    • Limitazione dell’uso serale dei dispositivi elettronici;
    • Promozione di routine regolari e stabili.

    Conclusione: dormire per crescere

    Privare un adolescente del sonno non è solo una questione di stanchezza: è un deficit neuropsicologico programmato, una disconnessione tra biologia e società che rischia di cronicizzarsi in disturbi mentali e maladattamenti profondi. Ripensare i tempi, educare al riposo e ascoltare il corpo in crescita sono azioni imprescindibili per chi, come genitori, educatori o clinici, si occupa del benessere delle nuove generazioni.

  • Fobie indotte da eventi traumatici: la paura dopo l’urto

    Fobie indotte da eventi traumatici: la paura dopo l’urto

    Quando la paura si radica nella mente

    Un incidente stradale, un’aggressione, un disastro naturale: eventi come questi possono lasciare segni ben più profondi di una ferita fisica. In molti casi, infatti, la psiche reagisce sviluppando fobie specifiche, paure intense e irrazionali che si attivano ogniqualvolta si ripresenta uno stimolo associato all’evento traumatico. Parliamo di fobie indotte da trauma, un fenomeno clinicamente rilevante e in crescente osservazione tra adolescenti e adulti.

    Secondo l’APA (American Psychiatric Association), le fobie indotte si collocano in un continuum con il Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD), ma presentano un focus più circoscritto: non l’intero evento, bensì uno o più suoi elementi simbolici diventano oggetto di terrore fobico.

    Meccanismi neuropsicologici della fobia post-traumatica

    A livello neurologico, la fobia post-traumatica è sostenuta da un’iperattività dell’amigdala, l’area cerebrale deputata alla gestione delle emozioni di allarme e pericolo. In seguito a un trauma, il circuito amigdala-ipotalamo-corteccia prefrontale può rimanere alterato, con una persistente iper-sensibilizzazione agli stimoli correlati.

    Uno studio pubblicato su Biological Psychiatry (Shin et al., 2006) ha dimostrato che pazienti con PTSD presentano una ridotta attività nella corteccia prefrontale mediale, implicata nella regolazione della paura. Questo spiega perché una semplice immagine, suono o odore possa scatenare una reazione fobica sproporzionata e non gestibile con il solo pensiero razionale.

    Clinica e diagnosi differenziale

    È essenziale distinguere tra una fobia specifica semplice e una fobia indotta da trauma. Quest’ultima si riconosce per:

    • la presenza di un evento scatenante ben identificabile;
    • l’emergere di sintomi ansiosi acuti o evitamento attivo;
    • un declino significativo del funzionamento sociale o lavorativo.

    La fobia può riguardare elementi simbolici (es. il suono di una sirena dopo un incidente) oppure esperienze dirette (es. guidare, volare, attraversare una galleria).

    Il trattamento: tra esposizione e rielaborazione

    Dal punto di vista terapeutico, l’intervento più accreditato è la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), con particolare enfasi sull’esposizione graduale allo stimolo fobico. Tale approccio consente di desensibilizzare progressivamente il sistema nervoso, ristabilendo il controllo razionale sulla reazione emotiva.

    Un’efficace integrazione può avvenire tramite EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), utile nella rielaborazione del trauma originario, e tecniche di mindfulness, che aumentano la tolleranza allo stress emotivo.

    Studi clinici dimostrano che oltre il 70% dei pazienti con fobie traumatiche mostra un netto miglioramento con approcci integrati (National Institute of Mental Health, 2020).

    Conclusione: la cura passa per la consapevolezza

    Affrontare una fobia post-traumatica significa, in fondo, restare dentro l’esperienza emotiva per rileggerla con nuovi occhi. Non è un processo facile, ma è possibile. Con l’aiuto di uno specialista, la paura può cessare di essere una condanna e diventare un segnale trasformativo, una chiave di lettura del vissuto che, da ostacolo, si fa risorsa.

  • Perché il QI medio sta diminuendo: una nuova crisi cognitiva

    Perché il QI medio sta diminuendo: una nuova crisi cognitiva

    L’inversione dell’effetto Flynn: colpa degli schermi? La popolazione mondiale passa una media di 3 ore al giorno davanti ad uno schermo. Ciò significa che in un anno si passano davanti ad uno schermo 1000 ore, 40 giorni in un anno che in 8 anni fanno 1 anno di vita “regalato” ad uno schermo di smartphone o iPad.

    1. Che cos’è l’effetto Flynn? Un’intelligenza in crescita (fino a un certo punto)

    L’Effetto Flynn è un fenomeno scoperto dallo psicologo neozelandese James R. Flynn, che osservò come il quoziente intellettivo (Q.I.) fosse aumentato in modo sistematico nel corso del XX secolo, in media di circa 3 punti per decennio. Questo incremento veniva attribuito a migliori condizioni sanitarie, educative e nutrizionali, ma anche all’esposizione crescente a pensiero astratto e problem solving.

    Tuttavia, dal 1990 in poi, in molte nazioni sviluppate si è registrata un’inversione di tendenza: un calo significativo del Q.I. medio. Questo dato è stato confermato da studi come quelli del Ragnar Frisch Centre for Economic Research in Norvegia, che analizzando i risultati dei test cognitivi su 730.000 giovani tra il 1970 e il 2009, hanno rilevato una diminuzione tra i 5 e gli 8 punti per generazione.

    2. Cause del declino: non genetiche ma ambientali

    La regressione del Q.I. non è spiegabile geneticamente (le mutazioni genetiche non si manifestano su scale temporali così brevi). Gli esperti puntano il dito contro fattori ambientali, in particolare:

    • Riduzione del pensiero astratto dovuta alla semplificazione cognitiva degli stimoli digitali.
    • Eccessiva esposizione a dispositivi elettronici sin dall’infanzia.
    • Diminuzione della lettura lunga e profonda, sostituita da contenuti frammentati (scroll, storie, video brevi).
    • Deprivazione del gioco all’aperto e delle relazioni interpersonali non mediate.
    • Stili di vita multitasking e iper-stimolanti che impediscono lo sviluppo della memoria di lavoro e della concentrazione.
    • Elevata assunzione di alimenti ultra-processati che mostrano peggiori performance nei test cognitivi, in particolare nella memoria, nell’attenzione e nel linguaggio.

    3. Gli schermi stanno alterando lo sviluppo cerebrale infantile

    L’impatto neurologico dell’esposizione precoce agli schermi è ormai oggetto di consenso scientifico crescente. L’American Academy of Pediatrics (AAP) raccomanda di evitare qualsiasi esposizione agli schermi nei primi 18-24 mesi di vita, ma la realtà è spesso ben diversa.

    Studi come quelli condotti dal National Institutes of Health (NIH) su oltre 11.000 bambini (età 9-10 anni) evidenziano che:

    • Più di 7 ore al giorno di schermo sono correlate a un assottigliamento della corteccia cerebrale, in particolare nelle aree deputate al linguaggio, all’empatia e al pensiero critico.
    • Bambini sotto i 5 anni con alta esposizione ai dispositivi digitali mostrano un ritardo nel linguaggio e una ridotta capacità di autoregolazione.
    • L’eccessiva stimolazione visiva provoca iperattivazione del sistema dopaminergico, generando comportamenti simili a quelli delle dipendenze.

    4. Le principali aree cerebrali compromesse

    Corteccia prefrontale:

    Responsabile di attenzione, giudizio morale e autoregolazione. Negli individui cronicamente esposti a stimoli digitali, si osserva una riduzione della connettività sinaptica e della capacità di pianificazione a lungo termine.

    Ippocampo:

    Centro della memoria e dell’orientamento spaziale. L’uso intensivo dei media digitali è associato a compromissioni nella memoria di lavoro e nella formazione di ricordi durevoli.

    Cervelletto e corpo calloso:

    Aree cruciali per la coordinazione motoria e cognitiva. L’inattività fisica dovuta alla sedentarietà digitale impatta negativamente anche sulla plasticità cerebrale.

    5. In conclusione: effetto Flynn e cultura digitale, una sfida educativa

    L’inversione dell’effetto Flynn è un campanello d’allarme sociale e culturale. Più che un problema individuale, si tratta di una crisi educativa e neurocognitiva collettiva. È urgente:

    • Ripensare i modelli educativi e digitali infantili.
    • Limitare l’uso di schermi nei primi anni di vita.
    • Favorire esperienze reali, multisensoriali e relazionali.

    Non è solo questione di Q.I., ma di intelligenza sociale, emotiva e critica: le vere risorse per affrontare il futuro.

  • “Il giorno in cui mia figlia impazzì”: quando l’adolescenza si spezza

    “Il giorno in cui mia figlia impazzì”: quando l’adolescenza si spezza

    In Il giorno in cui mia figlia impazzì, Michael Greenberg ci consegna una testimonianza lacerante e vibrante, che unisce l’impeto del memoir alla lucidità del resoconto clinico. Il libro, edito in Italia da Einaudi, narra l’estate del 1996 in cui Sally, la figlia quindicenne dello scrittore newyorkese, viene travolta da un episodio psicotico acuto, aprendo uno squarcio sulla fragilità della mente adolescente e sulla forza del legame genitoriale.

    Il lettore è trascinato in una New York afosa e rarefatta, ma soprattutto nel caos interiore di una giovane mente che cede sotto il peso di un disturbo mentale ancora misterioso. Greenberg non cerca mai il pietismo, ma offre uno sguardo analitico e poetico, capace di rendere visibile l’invisibile: il delirio, l’ansia, la perdita di contatto con la realtà.

    “Il modo in cui la psicosi prende il controllo della mente di Sally è improvviso, assoluto, come un temporale che squarcia il cielo sereno”, scrive. E in questo gesto narrativo ritroviamo il dolore di ogni genitore che assiste, impotente, al disgregarsi dell’identità del proprio figlio.

    Greenberg si fa cronista e padre, scrittore e caregiver, oscillando tra l’incredulità e l’analisi. La sua prosa è asciutta, incisa, eppure colma di compassione. Il testo diventa così un’opera a metà strada tra la letteratura e la riflessione clinica, rendendolo particolarmente prezioso per pedagogisti, psicologi e psichiatri.

    Il volume è un’illustrazione vivida di ciò che la psichiatria dell’età evolutiva definisce early-onset psychosis. Come sottolinea Massimo Ammaniti, “l’adolescente è un funambolo che cerca equilibrio tra regressione infantile e proiezione verso l’età adulta”. Ed è proprio in questa transizione che Sally inciampa, spinta nel vuoto da una malattia che non fa sconti, nemmeno alla giovinezza.

    Dal punto di vista clinico, il libro può essere letto come una testimonianza del ruolo fondamentale della famiglia nel percorso terapeutico. Il DSM-5 colloca la psicosi giovanile in una zona grigia, dove diagnosi e prognosi si muovono tra incertezza e speranza. Greenberg incarna questa ambivalenza, restituendola al lettore in tutta la sua crudezza.

    Perché leggerlo

    Il giorno in cui mia figlia impazzì è molto più che un diario del dolore. È un testo necessario, che dà voce a milioni di genitori e figli coinvolti nel labirinto della sofferenza mentale. Un libro da leggere per comprendere, per non sentirsi soli, per imparare a nominare ciò che spesso resta impronunciabile.

  • Il figlio nella madre: un legame tra scienza, cuore e psiche

    Il figlio nella madre: un legame tra scienza, cuore e psiche

    «Della madre non ci si libera mai del tutto, anche quando si è tagliato il cordone ombelicale» scrive la poetessa svedese Karin Boye. Questa affermazione, intensa e simbolica, trova oggi un’eco scientifica sorprendente: la scienza ha scoperto che le cellule del figlio possono persistere nel corpo materno per decenni, insinuandosi in organi vitali come il cuore, il fegato e persino il cervello. Questo fenomeno affascinante prende il nome di microchimerismo fetale.

    Un legame biologico che va oltre la nascita

    Durante la gravidanza, cellule del feto attraversano la barriera placentare e si integrano nei tessuti materni. Alcuni studi, come quello pubblicato sul Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS, 2012), hanno dimostrato che cellule fetali sono presenti nel cervello materno anche 18 anni dopo il parto, sollevando interrogativi su come queste cellule influenzino la neurobiologia e la psicologia materna.

    Cellule che curano, organi che ricordano

    La presenza di queste cellule non è puramente simbolica: esse intervengono nella rigenerazione dei tessuti, in particolare in caso di danno. Ricerche pubblicate su Nature Reviews Cardiology suggeriscono che cellule fetali possono differenziarsi in cardiomiociti, contribuendo alla riparazione del muscolo cardiaco dopo un infarto.

    Analogamente, uno studio del 2020 (pubblicato su Frontiers in Immunology) ha evidenziato il ruolo del microchimerismo fetale nel modulare la risposta immunitaria materna, con implicazioni sia protettive che patologiche, come in alcune malattie autoimmuni.

    Una memoria cellulare dell’amore

    Il microchimerismo non è un semplice residuo biologico: è una testimonianza viva della relazione madre-figlio. La scoperta di cellule fetali nel cervello apre la possibilità che queste influenzino comportamenti, emozioni e persino la resilienza psicologica della madre. In tal senso, la maternità diventa una scrittura cellulare incisa nel corpo, una memoria molecolare dell’amore.

    Un vincolo bidirezionale?

    Alcuni studi indicano anche un microchimerismo inverso, ovvero cellule materne nei tessuti fetali. Si delinea così una relazione biologica bidirezionale, un’eco molecolare dell’intimità della gravidanza, che sopravvive all’infanzia, all’adolescenza, e forse alla vita stessa.

    Conclusione

    Il microchimerismo fetale rappresenta una delle scoperte più poeticamente potenti della biologia moderna: il figlio, una volta formato nel grembo, non se ne va mai del tutto. Resta come traccia cellulare, come potenziale guarigione, come memoria vivente dell’unione originaria. È la materia stessa dell’amore materno, scritta nei tessuti e negli organi, forse anche nei pensieri.

    Come scrisse Emily Dickinson:

    «La madre è uno scrigno che custodisce ciò che il mondo non può vedere».

    Oggi la scienza ci dice che questo scrigno è fatto anche di cellule altrui: quelle dei figli.

  • Pisantrofobia: la paura di fidarsi degli altri spiegata dalla psicologia

    Pisantrofobia: la paura di fidarsi degli altri spiegata dalla psicologia

    Cos’è la pisantrofobia: definizione e significato psicologico

    La pisantrofobia è la paura persistente e irrazionale di fidarsi delle persone, specialmente in ambito affettivo e relazionale. Il termine deriva dal greco pisteuo (πιστεύω, “credere”) e phobos (φόβος, “paura”). Chi soffre di pisantrofobia tende a isolarsi, sperimentando ansia intensa all’idea di stringere rapporti profondi o di aprirsi emotivamente.

    Nel panorama clinico, la pisantrofobia non è ancora riconosciuta come disturbo autonomo nei manuali diagnostici ufficiali (DSM-5, ICD-11), ma viene spesso associata a condizioni come il disturbo evitante di personalità, il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) o gli effetti di traumi relazionali.

    Cause della pisantrofobia: tra trauma e modelli relazionali disfunzionali

    Le origini della pisantrofobia sono spesso radicate in esperienze pregresse di tradimento, abuso emotivo, bullismo o abbandono. Studi condotti da Mikulincer e Shaver (2016) hanno dimostrato che individui con attaccamento insicuro da bambini sono più propensi a sviluppare paure legate alla fiducia interpersonale.

    Secondo una ricerca pubblicata su Frontiers in Psychology (2020), il 38% delle persone che hanno subito un trauma relazionale significativo riferiscono difficoltà estreme nel fidarsi degli altri, a conferma che la pisantrofobia può essere un meccanismo di difesa appreso.

    I sintomi della pisantrofobia: come riconoscerla

    Tra i segnali più comuni troviamo:

    • paura intensa di essere traditi o manipolati
    • ipervigilanza nei rapporti sociali
    • ansia o attacchi di panico in contesti relazionali
    • isolamento volontario
    • bassa autostima e convinzioni negative sugli altri

    È importante notare che questi sintomi possono compromettere significativamente la qualità della vita, aumentando il rischio di depressione e ansia sociale.

    Come superare la pisantrofobia: strategie e percorsi terapeutici

    Affrontare la pisantrofobia richiede spesso un percorso psicoterapeutico. Gli approcci più efficaci includono:

    • Terapia cognitivo-comportamentale (CBT): per ristrutturare convinzioni irrazionali sulla fiducia.
    • Terapia basata sulla mentalizzazione (MBT): per migliorare la comprensione delle emozioni proprie e altrui.
    • EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing): utile nei casi legati a traumi relazionali.

    Un percorso di psicoterapia può aiutare a costruire gradualmente fiducia sicura, attraverso esperienze correttive e relazioni terapeutiche stabili. Come scriveva Marcel Proust“La fiducia si guadagna col tempo, ma si perde in un istante.” — un monito che riassume perfettamente il nucleo fragile su cui si costruiscono (o si spezzano) i legami umani.

    Conclusioni: la fiducia è una sfida possibile

    La pisantrofobia non deve diventare una condanna al solitario. Attraverso la comprensione delle sue radici psicologiche e con l’aiuto di professionisti della salute mentale, è possibile ricostruire un senso di fiducia nelle relazioni. La strada è lunga, ma come ricordava Erich Fromm“La fede nell’altro è l’atto più coraggioso che possiamo compiere.”

  • Amore e Psiche: l’innamoramento tra cervello e cuore

    Amore e Psiche: l’innamoramento tra cervello e cuore

    L’amore è forse l’enigma più potente e misterioso che accompagna l’esistenza umana, un legame invisibile tra la razionalità della mente e l’irrazionalità del cuore, tra impulso e riflessione, tra bisogno e scelta. Fin dall’antichità, la dicotomia fra cuore e cervello ha dominato la riflessione filosofica e poetica, ma oggi è la scienza a svelare i meccanismi più intimi del sentimento amoroso, conducendoci nel laboratorio dell’anima dove la chimica neuronale si mescola ai sussulti del desiderio.

    Secondo gli studi di Helen Fisher, antropologa biologica presso la Rutgers University, l’innamoramento è il frutto di una complessa interazione tra tre sistemi cerebrali distinti ma interconnessi: il desiderio sessuale, l’attrazione romantica e l’attaccamento. Questi sistemi attivano diverse aree del cervello, coinvolgendo neurotrasmettitori come la dopamina, la serotonina e l’ossitocina, molecole che orchestrano la sinfonia delle emozioni e dei legami. La dopamina, in particolare, agisce come il regista dell’euforia amorosa, accendendo il circuito della ricompensa nel nucleus accumbens, la stessa area stimolata dal consumo di cocaina, a testimonianza dell’intensità e della potenziale dipendenza emotiva dell’innamoramento.

    La risonanza magnetica funzionale ha permesso di osservare come, nei soggetti innamorati, si attivino specifici network cerebrali legati alla motivazione e al piacere, mentre si spengono aree deputate al giudizio critico, spiegando perché l’amore renda ciechi e indulgenti. Ma se il cervello è l’organo dell’amore, il cuore rimane il suo simbolo universale: le emozioni amorose non si limitano alla dimensione cognitiva, bensì influenzano la fisiologia, il battito cardiaco, la respirazione, la sudorazione, generando una corporeità affettiva che nessuna mappa neuronale può contenere. L’amore, dunque, non risiede esclusivamente né nel cuore né nel cervello, ma scorre tra i due come un ponte fragile e splendente, un equilibrio dinamico tra ragione e sentimento. Non ci innamoriamo solo per scelta, né solo per istinto: ci innamoriamo perché la nostra psiche, il nostro inconscio e la nostra biologia danzano insieme in un gioco millenario di selezione, proiezione e narrazione.

    Il cuore batte, ma è il cervello che scrive la storia d’amore. Un esempio significativo è lo studio condotto dal team del neuroscienziato Andreas Bartels al Wellcome Department of Imaging Neuroscience di Londra, che ha mostrato come la visione della persona amata riduca l’attività nelle aree cerebrali responsabili del conflitto e della valutazione negativa, dimostrando che l’amore modifica la percezione e favorisce una forma di fiducia radicale. 

    In questa prospettiva, l’amore è un atto neuropsicologico, ma anche un viaggio mitico dentro sé stessi, come racconta la leggenda di Amore e Psiche: una tensione verso l’altro che diventa scoperta dell’anima, fusione e separazione, caduta e rinascita. L’amore non è un’illusione, ma un’esperienza reale inscritta nella carne e nel pensiero, capace di trasformarci nelle profondità della nostra coscienza.

  • Articolo senza titolo 657

    ARFID: La nuova frontiera dei disturbi alimentari nell’infanzia e adolescenza

    Nell’orizzonte clinico dei disturbi dell’alimentazione, l’ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder) rappresenta una nuova e insidiosa declinazione, distinta dall’anoressia nervosa e dalla bulimia per l’assenza di preoccupazioni circa il peso corporeo o l’immagine di sé. L’ARFID è caratterizzato da un’evidente restrizione alimentare che conduce a deficit nutrizionali significativi, compromissione della crescita e disfunzioni psicosociali. Il disturbo si manifesta prevalentemente in età evolutiva e presenta una complessità diagnostica che richiede un approccio multidisciplinare.

    Recenti ricerche condotte in Europa, tra cui lo studio multicentrico “Pica, ARFID, and Rumination Disorder” (Koomar et al., 2021), stimano una prevalenza di ARFID tra l’1,5% e il 5% della popolazione pediatrica. Un’indagine condotta nel 2023 su scala europea dalla European Society for Child and Adolescent Psychiatry (ESCAP) evidenzia come il 3,2% dei bambini tra i 7 e i 14 anni manifesti sintomi compatibili con una diagnosi di ARFID.

    La diagnosi di ARFID richiede un’attenta anamnesi alimentare, la valutazione nutrizionale e l’esclusione di condizioni mediche sottostanti. Strumenti come l’”Nine Item ARFID Screen” (NIAS) si sono rivelati utili nel supportare la pratica clinica, offrendo una prima identificazione di soggetti a rischio.

    Fondamentale è la distinzione tra neofobia alimentare fisiologica, tipica dell’età prescolare, e restrizione patologica che persiste oltre le fasi evolutive normali.

    I dati suggeriscono un incremento delle diagnosi, complice una maggiore sensibilità clinica e l’ampliamento dei criteri diagnostici rispetto ai tradizionali disturbi alimentari. Particolarmente colpiti risultano i soggetti con preesistenti disturbi d’ansia o dello spettro autistico, nei quali la selettività alimentare assume connotazioni patologiche.

    Il trattamento dell’ARFID si configura come un percorso complesso e altamente personalizzato. Secondo le linee guida europee recenti, le strategie terapeutiche più efficaci comprendono la Terapia cognitivo-comportamentale adattata per ARFID con interventi focalizzati sulla progressiva esposizione ai cibi evitati, connesso a un supporto nutrizionale specialistico con piani alimentari calibrati sulle necessità del bambino/adolescente. Resta fondamentale il coinvolgimento familiare, strumento fondamentale per sostenere il cambiamento comportamentale e migliorare l’aderenza al trattamento. In casi particolarmente complessi, si rende necessaria l’integrazione con terapie farmacologiche, mirate alla gestione dell’ansia associata alla fobia alimentare.

    L’ARFID si impone come un disturbo in forte ascesa nella psicopatologia evolutiva, richiedendo un riconoscimento precoce e un intervento specialistico tempestivo. La crescente mole di dati epidemiologici e clinici a livello europeo impone alla comunità scientifica un impegno costante nell’affinare strumenti diagnostici e strategie terapeutiche, al fine di garantire a bambini e adolescenti un percorso di cura efficace e rispettoso delle loro peculiari esigenze di crescita.

  • Stress: il malessere moderno

    Stress: il malessere moderno

    l concetto di stress, oggi ampiamente usato in ambito psicologico, medico e sociale, trova le sue radici nella medicina del primo Novecento, grazie agli studi del fisiologo Hans Selye. Fu proprio Selye, nel 1936, a introdurre per la prima volta il termine “stress” in un contesto scientifico, definendolo come la risposta aspecifica dell’organismo a ogni richiesta effettuata su di esso. Da queste osservazioni nacque la teoria della General Adaptation Syndrome, una sindrome che descrive la risposta fisiologica allo stress in tre fasi distinte: allarme, resistenza ed esaurimento. Questo modello rimane un punto di riferimento fondamentale per la comprensione clinica del fenomeno. Negli anni ’80, Lazarus e Folkman riformularono il concetto in chiave cognitiva, definendo lo stress come un’interazione dinamica tra persona e ambiente, influenzata dalla valutazione soggettiva degli eventi stressanti e dalle risorse di coping disponibili.

    Lo stress, in questa visione ampliata, si configura non solo come una tensione nervosa ma come una risposta sistemica e complessa, che coinvolge meccanismi neuroendocrini, immunitari e psicologici. Recenti studi hanno confermato il ruolo centrale degli assi HPA (ipotalamo-ipofisi-surrene) e SAM (sistema simpatico-adreno-midollare) nella risposta allo stress, con attivazione ormonale che prepara l’organismo ad affrontare situazioni percepite come minacciose (NCBI). Questa attivazione, se cronica, può causare disfunzioni nel sistema immunitario, disordini dell’umore e patologie psicosomatiche.

    Secondo il rapporto Stress in America 2024 dell’American Psychological Association, oltre il 70% degli adulti americani indica lo stress per il futuro della società come una fonte importante di disagio (APA). A livello globale, lo stress sul posto di lavoro è in forte crescita: un report del 2024 rivela che il 60% dei lavoratori riferisce un aumento dello stress professionale, con il 79% che lo identifica come la principale causa di malessere.

    L’impatto dello stress sulla salute mentale è ulteriormente documentato da studi che mostrano come l’attivazione prolungata delle risorse cognitive in condizioni di stress alteri la capacità di regolazione emotiva e decisionale. A livello fisiologico, la variabilità della frequenza cardiaca (HRV) si è rivelata un indicatore affidabile dello stato di stress: livelli ridotti di HRV sono associati a una maggiore vulnerabilità psicologica e a esaurimento emotivo.

    La psiconeuroimmunologia, infine, ha dimostrato come lo stress moduli le risposte immunitarie: la presenza prolungata di citochine infiammatorie può facilitare l’insorgenza di malattie croniche, mentre interventi psicologici adeguati — in particolare la terapia cognitivo-comportamentale — hanno mostrato efficacia nel ridurre questi marker biologici e migliorare la qualità della vita.

    In definitiva, comprendere lo stress nella sua evoluzione storica e scientifica significa riconoscerne la natura multidimensionale, che richiede un approccio clinico integrato e personalizzato, capace di coniugare diagnosi psicologica, educazione emotiva e promozione del benessere mentale.