Autore: admin

  • Sindrome di Tourette: storia, scoperte e applicazioni didattiche

    Sindrome di Tourette: storia, scoperte e applicazioni didattiche

    Introduzione

    La Sindrome di Tourette è un disturbo neuropsichiatrico che affascina e interroga il mondo scientifico da oltre un secolo. Si manifesta con tic motori e vocali che compaiono nell’infanzia e possono persistere, con andamento variabile, nel corso della vita. Ma chi fu lo scopritore di questa sindrome e come la ricerca ha contribuito a comprenderla?

    Chi fu Gilles de la Tourette

    Il nome della sindrome deriva da Georges Gilles de la Tourette (1857–1904), neurologo francese e allievo di Jean-Martin Charcot alla Salpêtrière di Parigi.

    Nel 1885 pubblicò uno studio pionieristico su 9 pazienti che presentavano tic involontari, ecolalia (ripetizione di parole), coprolalia (uso di termini osceni o socialmente inappropriati) e andamento cronico della sintomatologia.

    Il suo maestro, Charcot, decise di chiamare questo insieme di disturbi “malattia di Gilles de la Tourette” in onore del giovane studioso.

    Precedenti storici

    Già prima del 1885, alcuni casi erano stati documentati. Ad esempio:

    • Jean Itard (1825) descrisse la “Marchesa di Dampierre”, una donna con tic e imprecazioni verbali.
    • Tuttavia, fu Tourette a sistematizzare i sintomi e a definirne una cornice clinica chiara.

    Evoluzione delle conoscenze

    Negli anni successivi, la comprensione della sindrome è cambiata profondamente:

    • Oggi sappiamo che si tratta di un disturbo neurobiologico con forte componente genetica, non di una malattia psichiatrica pura.
    • È spesso associata a Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD), Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) e altre condizioni del neurosviluppo.
    • Le ricerche di neuroimaging hanno evidenziato alterazioni nei circuiti dopaminergici dei gangli della base.

    Tourette e scuola: sfide e inclusione

    Dal punto di vista didattico, la sindrome può generare incomprensioni e stigmatizzazione. Gli insegnanti possono trovarsi disorientati di fronte a tic improvvisi o espressioni verbali fuori contesto.

    È fondamentale:

    • Sensibilizzare la classe per ridurre lo stigma.
    • Offrire strategie inclusive, come tempi più flessibili per le prove scritte o pause durante le attività.
    • Creare un ambiente accogliente, evitando punizioni per comportamenti involontari.

    Alcuni progetti pilota in Italia e in Europa hanno mostrato come la psicoeducazione rivolta a docenti e compagni riduca significativamente i livelli di isolamento degli studenti con Tourette.

    Conclusione

    La Sindrome di Tourette, da “curiosità clinica” descritta nel XIX secolo, è oggi riconosciuta come un disturbo del neurosviluppo complesso, che richiede interventi mirati non solo sul piano clinico ma anche educativo.

    Ricordare il lavoro pionieristico di Gilles de la Tourette ci aiuta a comprendere quanto la scienza e la scuola debbano camminare insieme per promuovere inclusione e benessere.

  • Disturbo misto, ansia e depressione: sintomi e cure

    Disturbo misto, ansia e depressione: sintomi e cure

    Introduzione

    Il disturbo misto d’ansia e depressione è una delle condizioni psicologiche più diffuse, ma spesso sottovalutate. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, fino al 30% dei pazienti che si presentano dal medico di base mostra contemporaneamente sintomi ansiosi e depressivi, senza rientrare in una sola diagnosi specifica. Si tratta quindi di un quadro clinico “ibrido”, ma di forte impatto sulla qualità della vita.

    Cos’è il disturbo misto d’ansia e depressione

    Il termine indica la presenza simultanea di sintomi ansiosi (preoccupazioni, insonnia, irritabilità) e sintomi depressivi (umore depresso, perdita di interesse, stanchezza), senza che uno dei due domini prevalga nettamente.

    In ICD-10 viene riconosciuto come categoria autonoma, mentre nel DSM-5 è considerato una condizione per ulteriori studi. Questo riflette quanto sia clinicamente frequente ma ancora oggetto di dibattito diagnostico.

    Cause e fattori di rischio

    Le cause sono multifattoriali e includono:

    • Predisposizione genetica a disturbi dell’umore o d’ansia.
    • Eventi stressanti cronici (lutti, problemi economici, isolamento sociale).
    • Alterazioni neurobiologiche nei sistemi della serotonina e dopamina.
    • Stile di personalità: perfezionismo, tendenza alla ruminazione, bassa autostima.
    • Comorbilità mediche: dolore cronico, malattie cardiovascolari, disturbi tiroidei.

    Il rischio aumenta in chi ha già una storia familiare di depressione o ansia.

    Sintomi principali

    • Preoccupazioni costanti e difficoltà di concentrazione.
    • Stanchezza persistente, anche dopo il sonno.
    • Insonnia o risvegli frequenti.
    • Perdita di interesse nelle attività quotidiane.
    • Irritabilità e ipersensibilità emotiva.
    • Sensazione di vuoto o disperazione.

    Strategie di prevenzione e intervento

    Interventi psicologici

    • Psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT): efficace nel ridurre ruminazione e pensieri catastrofici.
    • Terapia interpersonale (IPT): indicata per chi presenta conflitti familiari o sociali.
    • Mindfulness e tecniche di rilassamento: utili per ridurre stress e ansia.

    Trattamento farmacologico

    • Antidepressivi SSRI (sertralina, escitalopram) spesso associati a buoni risultati.
    • Ansiolitici: usati solo per periodi brevi, per ridurre i sintomi acuti.

    Stile di vita

    • Attività fisica regolare (anche 30 minuti al giorno).
    • Alimentazione equilibrata ricca di omega-3.
    • Igiene del sonno con orari regolari.
    • Riduzione di alcol e caffeina.

    Centri di eccellenza e linee guida

    In Italia, il Ministero della Salute inserisce ansia e depressione tra le priorità del Piano Nazionale della Salute Mentale.
    A livello europeo, l’European Psychiatric Association (EPA) raccomanda un approccio integrato, che unisca psicoterapia, farmaci e interventi psicoeducativi.

    Molti Centri di Salute Mentale (CSM) regionali offrono programmi specifici per disturbi d’ansia e depressione con presa in carico multidisciplinare.

    Conclusione

    Il disturbo misto d’ansia e depressione non va considerato un “malessere minore”, ma una condizione clinica che richiede attenzione e trattamento mirato. Intercettare precocemente i sintomi significa prevenire una cronicizzazione e migliorare la qualità della vita.

  • Disturbo Non Verbale dell’Apprendimento (NVLD)

    Disturbo Non Verbale dell’Apprendimento (NVLD)

    Quando le parole non bastano

    Il Disturbo Non Verbale dell’Apprendimento (NVLD) è una condizione ancora poco conosciuta, ma di grande rilevanza in ambito scolastico e clinico. Colpisce bambini e adolescenti che, pur avendo buone competenze linguistiche, incontrano notevoli difficoltà in aree non verbali come la percezione visuo-spaziale, la coordinazione motoria e l’interpretazione delle emozioni altrui.

    Che cos’è il NVLD?

    Il NVLD non rientra ancora ufficialmente nei manuali diagnostici come categoria autonoma (nel DSM-5 viene menzionato solo in relazione ad altri disturbi specifici), ma diversi studi scientifici lo descrivono come un quadro peculiare.
    Si caratterizza per:

    • Discrepanza cognitiva: buone capacità verbali vs difficoltà nelle abilità visuo-spaziali.
    • Difficoltà di coordinazione: goffaggine motoria, problemi nella scrittura a mano o nelle attività sportive.
    • Problemi di organizzazione: fatica a orientarsi nello spazio (es. mappe, figure geometriche).
    • Fragilità socio-relazionali: difficoltà a cogliere segnali non verbali, ironia, espressioni facciali.

    A scuola: i segnali da non sottovalutare
    Un alunno con NVLD può:
    eccellere nelle materie umanistiche, mostrando un lessico ricco;
    incontrare ostacoli in matematica, geometria, fisica o in attività pratiche;
    apparire disorganizzato, smarrirsi facilmente nei corridoi o nei grafici;
    vivere incomprensioni con i coetanei, sentendosi isolato o frainteso.
    Un esempio pratico: uno studente di prima media che legge testi complessi con fluidità, ma non riesce a copiare una figura geometrica o a interpretare una tabella.

    Interventi psicoeducativi e strategie didattiche

    Il supporto deve essere mirato e integrato:

    • Psicoeducazione: aiutare il bambino e la famiglia a comprendere le difficoltà.
    • Didattica compensativa: privilegiare spiegazioni verbali chiare e sequenziali.
    • Terapie specifiche: logopedia (per la pragmatica del linguaggio), psicomotricità, training visuo-spaziali.
    • Insegnamento inclusivo: schemi, mappe concettuali verbali, uso di tecnologia assistiva.

    Centri di eccellenza in Italia ed Europa

    Il NVLD, pur essendo meno noto rispetto ai DSA, viene studiato e trattato in vari centri universitari e ospedalieri.

    In Italia:

    • IRCCS Stella Maris (Calambrone, Pisa) – centro di ricerca su neuropsichiatria infantile.
    • Fondazione Don Gnocchi (Milano e Roma) – riabilitazione neuropsicologica, disprassie e disturbi visuo-spaziali.
    • Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (Roma) – valutazioni neuropsicologiche avanzate e programmi di intervento.
    • Policlinico Universitario A. Gemelli (Roma) – centro di ricerca clinica sui disturbi dell’apprendimento.
    • Centro Medea – La Nostra Famiglia (Bosisio Parini, Lecco) – eccellenza nazionale per riabilitazione neuropsicologica infantile.

    In Europa:

    • Great Ormond Street Hospital (Londra) – reparto di neuropsichiatria infantile.
    • Karolinska Institutet (Stoccolma) – programmi di ricerca su neurodivergenze e apprendimento.
    • Université Catholique de Louvain (Belgio) – laboratorio di neuropsicologia dello sviluppo.

    Consigli terapeutici e strategie operative

    🔹 Terapia neuropsicologica personalizzata
    Esercizi computerizzati e giochi strutturati per rafforzare abilità visuo-spaziali e pianificazione.

    🔹 Psicomotricità e fisioterapia mirata
    Per migliorare coordinazione, motricità fine e grafomotricità.

    🔹 Logopedia e pragmatica del linguaggio
    Supporto per interpretare il linguaggio non verbale, l’ironia e le regole conversazionali.

    🔹 Terapia cognitivo-comportamentale (CBT)
    Per ridurre ansia, incrementare autostima e favorire la resilienza sociale.

    🔹 Parent training e supporto alla famiglia
    Aiutare i genitori a strutturare routine visive, favorire autonomia e valorizzare i punti di forza.

    🔹 Didattica inclusiva

    • spiegazioni orali passo-passo;
    • mappe concettuali verbali e schemi lineari;
    • strumenti digitali (audiolezioni, app per l’organizzazione);
    • riduzione dei compiti visuo-spaziali complessi, sostituiti da descrizioni verbali.

    Perché parlarne oggi

    Il NVLD è spesso confuso con l’ADHD, i DSA o lo spettro autistico ad alto funzionamento. Una diagnosi precoce consente invece di intervenire con strategie efficaci, prevenendo frustrazione e drop-out scolastico.

  • Nostalgia: il dolore dolce della memoria

    Nostalgia: il dolore dolce della memoria

    La clinica di un’emozione che attraversa i secoli.

    Che cos’è la nostalgia?

    La nostalgia è un’emozione complessa, un intreccio di dolore e desiderio che accompagna l’essere umano sin dall’antichità. Il termine fu introdotto nel 1688 dal medico alsaziano Johannes Hofer, che la descrisse come una vera e propria malattia dei soldati svizzeri lontani da casa. Deriva dal greco nóstos (ritorno) e álgos (dolore): “dolore per il ritorno”.

    All’epoca era considerata una sindrome clinica caratterizzata da malinconia, insonnia e perdita di appetito. Oggi non compare più nei manuali diagnostici come il DSM-5 o l’ICD-11, ma resta un’esperienza psicologica di grande interesse.

    Evoluzione clinica e storica

    Nel corso dei secoli la nostalgia ha mutato la sua collocazione:

    • XVII-XVIII secolo: malattia dei migranti, degli studenti e dei soldati.
    • XIX secolo: assimilata alla malinconia e ai disturbi depressivi.
    • XX-XXI secolo: considerata emozione universale, non patologica ma ambivalente.

    Come ricorda lo psichiatra americano Clay Routledge, “la nostalgia è un ponte che unisce passato, presente e futuro, dando continuità al senso del Sé”.

    Cosa significa provare nostalgia

    Clinicamente e psicologicamente, la nostalgia comporta:

    • Dolore per l’assenza: la mancanza di luoghi, persone o tempi perduti.
    • Desiderio di ritorno: il sogno di rivivere un contesto ormai passato.
    • Funzione identitaria: il ricordo nostalgico aiuta a sentirsi radicati, rafforza la continuità della propria storia.

    Gli studi di Wildschut e Sedikides (2006) hanno evidenziato che la nostalgia può avere anche un ruolo positivo: favorisce la resilienza, incrementa l’autostima e riduce la solitudine.

    Nostalgia tra dolore e risorsa

    Se nel passato era letta come un limite, oggi la nostalgia viene vista anche come risorsa psicologica. Lungi dall’essere un ostacolo, può trasformarsi in:

    • ancoraggio affettivo, quando le relazioni odierne sono fragili;
    • stimolo creativo, come mostrano letteratura, arte e musica;
    • strumento di resilienza, capace di ridare senso nei momenti di crisi.

    Conclusione

    Provare nostalgia significa dunque sperimentare la dolceamara tensione tra assenza e memoria. È il dolore del tempo che scorre, ma anche la capacità dell’anima di custodire ciò che ci ha reso vivi.

    Come scrive Milan Kundera: “La nostalgia non è il desiderio di ritornare, ma di ritrovare ciò che ha dato senso alla vita.”

  • Ghosting: la scomparsa digitale che lascia cicatrici emotive

    Ghosting: la scomparsa digitale che lascia cicatrici emotive

    Introduzione

    Nel lessico delle relazioni contemporanee il termine ghosting è ormai entrato a pieno titolo. Esso descrive l’interruzione improvvisa e ingiustificata di un rapporto – sentimentale, amicale o professionale – attraverso il silenzio totale. Nel contesto delle relazioni digitali, dove la comunicazione è istantanea e continua, il ghosting diventa una ferita invisibile che colpisce la psiche in profondità.

    Il ghosting come trauma relazionale

    Il ghosting non è soltanto un atto di sottrazione comunicativa: rappresenta un trauma relazionale. La persona che lo subisce sperimenta un dolore simile all’abbandono improvviso, con vissuti di rifiuto e svalutazione. Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Social and Personal Relationships (2021), il 65% degli adulti under 30 ha sperimentato almeno una volta il ghosting in relazioni affettive. L’effetto psicologico più frequente è la riduzione dell’autostima, accompagnata da ansia anticipatoria nei successivi legami.

    Dinamiche psicologiche

    Per chi pratica il ghosting, il silenzio non è sempre segno di indifferenza: spesso nasconde incapacità di sostenere il conflitto, difficoltà a gestire la colpa o tratti di evitamento tipici di personalità insicure. Per chi lo subisce, invece, il non detto alimenta la ruminazione mentale e la ricerca ossessiva di spiegazioni. Questo circolo vizioso genera sofferenza, come confermato da ricerche condotte dall’American Psychological Association (2022), che evidenziano come l’ambiguità dell’abbandono digitale provochi attivazioni cerebrali simili a quelle del dolore fisico.

    Ghosting e psicologia digitale

    Nella psicologia digitale il ghosting viene interpretato come una forma di “comunicazione zero” che sfrutta le potenzialità tecnologiche per evitare la responsabilità emotiva. In un mondo dove il “visualizzato” equivale a una risposta, l’assenza diventa una dichiarazione crudele. Non a caso il fenomeno è particolarmente diffuso tra adolescenti e giovani adulti, categorie più vulnerabili alla pressione relazionale dei social.

    Come affrontarlo

    Affrontare il ghosting significa rielaborare il senso di perdita, accettando che la mancanza di spiegazioni non dipende da un proprio difetto intrinseco.

    • Psicoeducazione: comprendere le dinamiche relazionali per ridurre il senso di colpa.
    • Sostegno psicologico: favorire percorsi di rielaborazione emotiva per spezzare il circolo della ruminazione.
    • Resilienza digitale: imparare a costruire confini e strategie di autoregolazione nelle relazioni online.

    Conclusione

    Il ghosting, seppur “silenzioso”, rappresenta una forma di violenza relazionale sottile, che richiede consapevolezza e strumenti psicologici per essere superata. Le cicatrici invisibili che lascia insegnano che il silenzio non sempre è neutro: può essere il segno più tagliente del nostro tempo digitale.

  • Il chewing gum: tra ribellione, psicologia e cultura pop

    Il chewing gum: tra ribellione, psicologia e cultura pop

    Il chewing gum non è soltanto un passatempo zuccherato: è un oggetto culturale, uno strumento psicologico, un piccolo atto quotidiano che attraversa secoli e simboli. La sua storia, infatti, affonda le radici nelle antiche civiltà, ma assume un significato del tutto nuovo nel Novecento, fino a diventare emblema di gioventù ribelle, consumismo e talvolta di maleducazione.

    Origini storiche: dalle resine naturali all’industria

    Masticare resine vegetali è un’usanza antichissima: i Maya utilizzavano la chicle, derivata dall’albero della sapotiglia, mentre in Grecia si masticava la resina di lentisco. Tuttavia, il vero salto commerciale si ebbe nell’Ottocento negli Stati Uniti, con l’introduzione del chewing gum industriale, inizialmente venduto come rimedio digestivo.

    Negli anni ’50 e ’60, con l’avvento della cultura pop americana, la gomma da masticare si trasformò in un simbolo di gioventù, ribellione e modernità, complici il cinema e la pubblicità. Pensiamo a James Dean o ai ragazzi dei musical: il gesto del masticare divenne un segno identitario.

    Risvolti psicologici: tra ansia e auto-regolazione

    Dal punto di vista psicologico, masticare gomma può essere interpretato come una forma di auto-consolazione. Studi recenti hanno evidenziato che il chewing gum può:

    • ridurre temporaneamente lo stress e l’ansia (Smith, 2010);
    • migliorare la concentrazione e la memoria a breve termine (Allen & Smith, 2012);
    • favorire un senso di rilassamento, grazie alla ripetitività del gesto.

    La gomma da masticare, insomma, agisce come una sorta di “tic funzionale”: un piccolo rito quotidiano che permette di scaricare tensioni in maniera socialmente accettabile, anche se non sempre ben vista.

    Ribellione e cultura pop

    Negli anni della contestazione giovanile, masticare una gomma con aria svogliata divenne un modo di esprimere sfida all’autorità. Il chewing gum fu percepito dagli adulti come un segno di maleducazione: simbolo di indisciplina a scuola, di irriverenza verso i valori tradizionali.

    Ancora oggi, insegnanti e genitori associano il gesto al disimpegno, mentre per gli adolescenti può rappresentare un segnale di appartenenza a un gruppo, un modo di marcare differenza. È il linguaggio silenzioso della ribellione quotidiana.

    Educazione o maleducazione?

    La gomma da masticare resta ambigua: da un lato strumento di concentrazione e sollievo dallo stress, dall’altro segno di trasgressione sottile e mancanza di rispetto nei contesti formali (scuola, chiesa, lavoro).

    L’educazione non consiste nel proibire in assoluto, ma nell’insegnare quando e dove masticare: un atto che può essere neutro, oppure disturbante e maleducato. La differenza la fa il contesto.

    Conclusione: un piccolo oggetto, una grande metafora

    Il chewing gum è più di un dolce: è un fenomeno psicologico e culturale che continua a oscillare tra necessità, piacere e ribellione. Da simbolo pop a strumento di autoregolazione, resta una metafora dei nostri tempi: sempre in bilico tra libertà individuale e regole sociali.

  • Diario di un curato di campagna.

    Diario di un curato di campagna.

    La grazia che abita la fragilità

    In un mondo che idolatra la forza e il successo, Georges Bernanos ci consegna un romanzo che è un inno alla debolezza come luogo in cui la Grazia si rivela. Diario di un curato di campagna (1936) non è soltanto la storia di un giovane prete malato e incompreso, ma un pellegrinaggio interiore che tocca le corde più profonde della psiche e dello spirito.

    Il protagonista, fragile nel corpo e incerto nel ministero, sembra soccombere di fronte alle ostilità della sua comunità e all’opacità del proprio cuore. Eppure, proprio in questo crepuscolo interiore, si apre una luce che non abbaglia, ma consola: la Grazia di Dio che si insinua nelle crepe dell’umano. La sua ultima confessione, “Tutto è grazia”, non è resa, ma suprema vittoria.

    Perché leggerlo oggi

    • È un testo di psicologia esistenziale: il diario diventa specchio delle nostre inquietudini, dei sensi di colpa e della ricerca di autenticità.
    • È una lezione pedagogica: mostra come la vera educazione e cura delle anime non sia predicazione trionfale, ma accompagnamento discreto, spesso silenzioso.
    • È un romanzo terapeutico: la sofferenza del curato parla a chi vive depressioni, solitudini, e li trasforma in luoghi di significato.

    Bernanos non ci offre un eroe, ma un uomo ferito che diventa testimone di una verità universale: la fragilità non è ostacolo, ma via verso l’Assoluto.

  • Taser e solitudine dello stato: chi protegge chi ci protegge?

    In una giornata come tante, due membri delle forze dell’ordine fermano un uomo che rifiuta le regole. Tentano di contenerlo, il Taser entra in azione: lo strumento “non letale” diventa letale. L’uomo muore, e con lui crolla anche la certezza di chi indossa la divisa.

    Il paradosso è chiaro: chi serve lo Stato viene lasciato solo dallo Stato. Da garanti della sicurezza a imputati per omicidio colposo. Con le spese legali a carico e la percezione che la divisa, in fondo, sia un’armatura bucata.

    ✦ Ma qui va detto con chiarezza: non sono ammessi eccessi di forza, squilibri e arroganze che talvolta la divisa porta con sé quando viene indossata da chi fraintende il proprio ruolo. L’abuso di potere, l’uso sproporzionato della forza, l’arroganza istituzionale vanno condannati senza ambiguità. La società deve distinguere tra chi agisce per necessità e chi invece sfrutta l’uniforme come strumento di sopraffazione.

    E allora la domanda resta: come possiamo chiedere sicurezza se non siamo disposti ad assumerci collettivamente le conseguenze di chi rischia la vita per garantirla? Celebriamo le forze dell’ordine come eroi, ma le abbandoniamo al primo errore. Condanniamo con forza ogni abuso, ma proteggiamo chi agisce correttamente, anche quando l’esito è tragico.

    ⟡ O lo Stato garantisce davvero protezione ai suoi uomini, oppure continueremo a recitare una farsa: la sicurezza “senza macchia” che non esiste.
    Dietro ogni uniforme c’è una persona.
    E prima di puntare il dito, dovremmo chiederci: chi protegge chi ci protegge?

  • Quando i figli diventano specchio delle ferite di coppia

    Quando i figli diventano specchio delle ferite di coppia

    L’equilibrio tra coniugalità e genitorialità secondo Minuchin

    In psicologia familiare, il termine invischiamento – introdotto da Salvador Minuchin – descrive una condizione in cui i confini tra i membri della famiglia risultano sfumati, rendendo difficile la distinzione tra ruoli e identità.
    In queste situazioni, il legame genitori-figli diventa eccessivamente stretto e sostitutivo di quello coniugale.

    La lezione clinica è chiara: senza un rapporto di coppia solido e differenziato, la genitorialità rischia di trasformarsi in terreno fragile, in cui i figli vengono caricati delle tensioni irrisolte degli adulti.

    I figli come sintomo di un legame ferito

    Gli studi sistemici mostrano che i bambini e gli adolescenti non sono mai portatori di un disagio isolato: essi riflettono, come uno specchio, la qualità dei legami che li hanno generati.

    • Un figlio con ansia da separazione spesso manifesta la paura non detta della coppia di lasciarsi.
    • Un’adolescente che si chiude in se stessa può rappresentare la distanza emotiva tra i genitori.
    • Una figlia che si pone come confidente del padre o della madre diventa custode inconsapevole di ferite coniugali.

    Come scrive Minuchin: «Il sintomo individuale è l’eco di una relazione ferita» (1974).

    Invecchiamento e nuove fragilità

    Le dinamiche invischianti non scompaiono con l’età, anzi: durante l’invecchiamento emergono in modo più evidente. Una coppia che non ha coltivato il proprio rapporto rischia di vivere la vecchiaia come solitudine a due, rifugiandosi nei figli adulti.
    Al contrario, una coniugalità ben custodita permette di trasformare la terza età in una stagione di intimità rinnovata, memoria condivisa e trasmissione generativa.

    Psicologia familiare: il compito della cura

    Il lavoro dello psicologo familiare si concentra nel restituire alla coppia e alla famiglia confini chiari e ruoli sani. Gli obiettivi principali sono:

    • differenziare il legame coniugale da quello genitoriale;
    • liberare i figli dal peso delle fratture adulte;
    • ricostruire uno spazio affettivo che nutra tutti i membri senza invischiarli.

    Solo così i figli non saranno più sintomo di una ferita, ma testimoni di una relazione integra e generativa.

    Conclusione

    La famiglia, per restare viva e vitale, deve saper coltivare legami forti ma non invischianticonfini chiari ma non rigidiaffetto intenso ma non totalizzante.
    In questo equilibrio, i figli crescono liberi, e i genitori scoprono che l’amore coniugale è la radice che sostiene ogni altra relazione.

  • Mind Wandering in classe: distrazione o risorsa cognitiva?

    Mind Wandering in classe: distrazione o risorsa cognitiva?

    • Il mind wandering — ovvero quando l’attenzione si sposta da ciò che stiamo facendo verso pensieri non correlati — è un fenomeno diffuso, ma ancora poco esplorato sui social in ambito scolastico. Si stima che studenti dedichino tra il 30% e il 50% del tempo cosciente a questo tipo di pensieri Wikipedia.
    • Alcuni momenti di “sogni a occhi aperti” possono addirittura favorire creatività, problem solving e memoria, specialmente se il contenuto è motivante Wikipedia.
    • Applicazione concreta: racconta come gestire questo fenomeno con tecniche di interazione attiva o pause mentali, trasformando una potenziale distrazione in opportunità didattica.

    Cos’è il Mind Wandering

    Il mind wandering è lo spostamento spontaneo dell’attenzione da un compito in corso verso pensieri interni non collegati al contesto.
    Esempio tipico: uno studente legge un brano di storia ma improvvisamente pensa al pomeriggio con gli amici.

    Dal punto di vista neuropsicologico, è correlato all’attività della Default Mode Network (DMN), rete cerebrale che entra in funzione quando non siamo concentrati su stimoli esterni.

    Effetti negativi in ambito scolastico

    • Perdita di informazioni: lo studente non assimila quanto spiegato.
    • Calano attenzione sostenuta e memoria di lavoro: ostacolando apprendimento strutturato.
    • Aumento dell’errore: soprattutto in attività che richiedono vigilanza (es. calcoli matematici).

    Un esempio concreto: in un esperimento, studenti che vagavano con la mente durante la lettura ricordavano il 50% in meno del testo rispetto ai compagni attenti (Smallwood et al., 2008).

    Benefici cognitivi del Mind Wandering

    Non tutto è negativo: le fughe mentali hanno anche valenze evolutive e creative.

    • Creatività: durante divagazioni spontanee emergono connessioni nuove tra concetti.
    • Problem solving: a volte la soluzione arriva proprio nei momenti di “mente in pausa”.
    • Memoria prospettica: immaginare scenari futuri aiuta a pianificare.

    Un esempio pratico: mentre lo studente si annoia, immagina un’app per studiare più facilmente. Quell’idea creativa nasce grazie al mind wandering.

    Strategie didattiche per trasformare il fenomeno in risorsa

    1. Pause guidate – introdurre brevi momenti di riflessione creativa in classe.
    2. Didattica attiva – alternare spiegazioni frontali a domande stimolo e lavori di gruppo.
    3. Micro-narrazioni – raccontare storie o aneddoti legati alla materia: agganciano l’attenzione e la canalizzano.
    4. Tecniche metacognitive – insegnare agli studenti a riconoscere quando la mente “vaga” e a riportarla gentilmente sul compito.
    5. Uso consapevole – trasformare le fughe mentali in brainstorming: “Chiudete gli occhi, immaginate una soluzione e poi condividiamola”.

    Esempio di applicazione in aula

    Un insegnante di scienze, spiegando l’ecosistema, concede due minuti di “immaginazione libera”: gli studenti devono pensare a come sarebbe la Terra senza alberi. Al termine, condividono le loro immagini mentali. Risultato? Maggiore coinvolgimento emotivo e consolidamento della conoscenza.

    Conclusione

    Il mind wandering non è un nemico da combattere, ma un fenomeno cognitivo da comprendere e incanalare.
    Nella didattica moderna, accettare che la mente degli studenti possa vagare significa riconoscere la natura dinamica del pensiero e sfruttarla per favorire creatività, motivazione e apprendimento significativo.

    Come scriveva William James, padre della psicologia moderna:
    “La mente è come un uccello che vola di ramo in ramo: ciò che conta è che, prima o poi, torni a posarsi.”