Dietro alcune tragedie familiari legate all’autismo non c’è solo il dolore individuale, ma il fallimento di una comunità incapace di sostenere chi vive la cura come destino quotidiano.
Introduzione
La cronaca recente ha riportato una notizia sconvolgente: genitori che si sono tolti la vita dopo aver ucciso i figli con autismo. Una vicenda reale, accertata dalle autorità, ancora oggetto di indagine, che ha scosso l’opinione pubblica. Ma fermarsi allo shock emotivo significa rischiare una lettura superficiale e pericolosa.
Questo articolo non cerca giustificazioni né indulgenze morali: propone una riflessione antropologica e psicologica sul dolore, sull’accettazione e sulla responsabilità collettiva che circonda le famiglie con figli nello spettro autistico.
Il dolore non è una causa, è un contesto
Nel linguaggio comune si dice spesso: “non ce la facevano più”.
È una frase apparentemente empatica, ma concettualmente fragile. Il dolore non spiega la violenza, non la rende comprensibile né tantomeno accettabile. Tuttavia, il dolore interroga: rivela ciò che manca attorno a una famiglia.
In antropologia, la sofferenza non è mai solo individuale. È un fenomeno relazionale: nasce, cresce o si attenua dentro una rete di sguardi, servizi, parole, presenze. Quando questa rete si assottiglia, la sofferenza perde argini e diventa isolamento psichico.
Autismo e cura: quando la famiglia diventa l’unico presidio
Crescere un figlio con disturbo dello spettro autistico, soprattutto nei quadri più complessi, significa abitare una forma di vita ad alta intensità:
- routine rigide,
- crisi comportamentali,
- insonnia cronica,
- battaglie burocratiche,
- paura del futuro (“chi se ne occuperà quando io non ci sarò?”).
Quando la cura resta confinata tra le mura domestiche, senza respiro comunitario, accade una trasformazione silenziosa:
- la casa diventa un reparto,
- i genitori diventano operatori senza équipe,
- la coppia si riduce a unità funzionale,
- la persona con autismo rischia di essere vista solo attraverso il prisma del bisogno.
Non è l’autismo a generare la tragedia. È l’isolamento strutturale della cura.

Accettazione: un processo, non uno slogan
L’accettazione dell’autismo viene spesso invocata come imperativo morale. Ma accettare non è un atto istantaneo: è un lavoro psichico lungo, fatto di:
- lutti simbolici,
- rinegoziazione dell’identità genitoriale,
- oscillazioni tra amore, stanchezza, rabbia e senso di colpa.
Pretendere accettazione senza offrire supporto concreto è una forma di violenza culturale. È chiedere resilienza a chi vive in una condizione di continua esposizione emotiva, senza protezioni.
La superficialità che ferisce due volte
C’è un rischio grave nel modo in cui raccontiamo queste storie: trasformare le persone con disabilità in comparse del dolore altrui.
Quando si enfatizza solo la “disperazione dei genitori”, si finisce per:
- oscurare il diritto alla vita delle persone autistiche,
- insinuare che alcune esistenze siano “insostenibili”,
- legittimare, anche implicitamente, una gerarchia delle vite.
Una società matura è quella che sa tenere insieme due verità:
la sofferenza dei caregiver e l’inviolabile dignità della persona con disabilità.
Una responsabilità che è anche politica e culturale
Queste tragedie non chiedono solo cordoglio. Chiedono scelte:
- servizi di respiro per le famiglie,
- supporto psicologico continuativo ai caregiver,
- integrazione reale tra scuola, sanità e territorio,
- formazione diffusa sull’autismo, lontana da stereotipi,
- un linguaggio pubblico sobrio, etico, non sensazionalistico.
Il dolore non può restare un fatto privato. Quando accade l’irreparabile, significa che la comunità è arrivata troppo tardi.
Conclusione
L’autismo non è una condanna. La vera condanna è lasciare sole le famiglie, chiedendo loro di essere forti senza essere accompagnate.
Raccontare queste storie con profondità significa sottrarle alla cronaca nera e restituirle alla loro dimensione più vera: una domanda radicale di umanità.


