Il disagio che NON passa sotto il metal detector

Introduzione

disagio relazionale è una delle forme di sofferenza più diffuse tra bambini e adolescenti, ma anche una delle più difficili da intercettare.

Non compare nelle diagnosi strumentali, non è rilevabile attraverso test standardizzati, non lascia tracce misurabili come una frattura o un’infezione. Eppure incide profondamente sul funzionamento emotivo, sociale e scolastico dei ragazzi.

È un disagio che sfugge a scanner e infrarossi, ma si manifesta ogni giorno nella vita scolastica: conflitti ripetuti, isolamento, aggressività, disinvestimento emotivo, difficoltà a stare nelle regole e nelle relazioni.

Un disagio che nasce nei legami, non nei singoli

Ridurre il disagio relazionale a un problema individuale è un errore concettuale e clinico.

La letteratura psicopedagogica è chiara: la sofferenza relazionale è un fenomeno sistemico, che riguarda il clima educativo, la qualità delle relazioni e la tenuta dei contesti.

Quando:

  • le regole sono troppe, confuse o continuamente negoziate,
  • gli adulti cambiano continuamente ruolo e postura,
  • il tempo educativo è frammentato in progetti a scadenza,

il ragazzo perde i riferimenti e sperimenta una forma di disorientamento relazionale che spesso viene scambiata per disinteresse, oppositività o scarso impegno.

Meno carta, meno progetti. Più adulti presenti

Negli ultimi anni la scuola ha moltiplicato protocolli, progettualità, documentazione.

Molto di questo lavoro è necessario, ma non sostituisce la relazione educativa.

Il disagio relazionale non si previene con l’ennesimo progetto ben scritto, ma con:

  • adulti stabili e riconoscibili,
  • una presenza quotidiana coerente,
  • una responsabilità educativa condivisa.

I ragazzi non chiedono perfezione, ma continuità. Non chiedono adulti che sappiano tutto, ma adulti che restino, anche nel conflitto.

Regole poche, chiare e incarnate

Allenare i ragazzi alle regole non significa irrigidire il sistema, ma renderlo prevedibile e contenitivo.

Le regole funzionano quando sono:

  • poche,
  • comprensibili,
  • applicate con coerenza,
  • incarnate dagli adulti prima ancora che spiegate.

Le regole non sono strumenti punitivi, ma strutture di sicurezza emotiva.

Senza confini chiari, il ragazzo non sperimenta libertà, ma smarrimento.

Il valore del tempo “buono” a scuola

Uno degli aspetti più trascurati è il tempo educativo.

Non il tempo riempito di attività, ma il tempo abitato:

  • tempo per ascoltare,
  • tempo per sostare nei conflitti,
  • tempo per costruire fiducia.

Il disagio relazionale cresce quando la scuola diventa solo un luogo di prestazione e valutazione, perdendo la sua funzione di spazio relazionale e simbolico.

E cresce ancora di più quando ciò che accade a scuola non dialoga con ciò che accade oltre la scuola: famiglia, territorio, gruppi informali.

Ripartire dalla presenza educativa

La vera prevenzione del disagio relazionale non passa da nuove tecnologie, ma da una scelta culturale ed educativa: rimettere al centro la presenza adulta.

Una presenza che:

  • non controlla ossessivamente,
  • non delega tutto alle procedure,
  • non scompare dietro la burocrazia.

Ma resta.

Accompagna.

Tiene il limite.

Solo così la scuola può tornare a essere non solo un luogo di istruzione, ma un contesto che educa alla relazione, alla responsabilità e alla convivenza.