Il discorso di “Dr. Anonymous” del 1972 mostrò che una diagnosi può diventare uno strumento di esclusione quando la scienza smette di interrogare i propri pregiudizi
Data di pubblicazione: 20 luglio 2026
Data di revisione: 20 luglio 2026
Autore: Prof. Danilo Littarru
Il 2 maggio 1972, durante il congresso annuale dell’American Psychiatric Association a Dallas, John E. Fryer salì sul palco con una maschera di gomma, una parrucca, uno smoking smisurato e un dispositivo che ne alterava la voce. Si presentò come Dr. Henry Anonymous e pronunciò poche parole destinate a incrinare una costruzione diagnostica apparentemente inattaccabile: era omosessuale ed era uno psichiatra. Il valore storico del suo gesto non consiste soltanto nell’avere favorito la revisione del DSM. Fryer mostrò qualcosa di più profondo: quando un sistema costringe un medico a cancellare il proprio volto per poter parlare, il problema non riguarda più soltanto la persona discriminata, ma la qualità morale e scientifica dell’intera istituzione.
La maschera come radiografia dell’istituzione
La maschera di John E. Fryer viene spesso ricordata come un espediente necessario per proteggere la sua carriera. Questa lettura, pur corretta, rimane incompleta.
Da una prospettiva psicologica e pedagogica, quella maschera può essere interpretata come una radiografia simbolica dell’istituzione psichiatrica. Fryer non si nascose perché non conosceva sé stesso. Si nascose perché l’ambiente professionale non era ancora in grado di tollerare la verità di chi aveva davanti.
La maschera, dunque, non rappresentava soltanto la paura del singolo. Rendeva visibile la paura collettiva di una disciplina che aveva trasformato una norma culturale in una categoria clinica. Il volto coperto di Fryer mostrava il volto nascosto della psichiatria: il punto in cui la diagnosi smette di descrivere la sofferenza e comincia a prescrivere quale forma di esistenza debba essere considerata legittima.
La sua apparizione pose una domanda che conserva intatta la propria forza:
che cosa accade quando coloro che definiscono la normalità non riconoscono i pregiudizi attraverso cui la stanno definendo?
Chi era John E. Fryer
John Ercel Fryer nacque il 7 novembre 1937 e morì il 21 febbraio 2003. Si laureò in medicina alla Vanderbilt University School of Medicine nel 1962, svolse il tirocinio alla Ohio State University e proseguì la formazione psichiatrica presso la Menninger Foundation e l’Università della Pennsylvania. Successivamente entrò nella facoltà di medicina della Temple University di Philadelphia, dove insegnò psichiatria e medicina familiare e di comunità.
La sua formazione fu tutt’altro che lineare. Non per limiti scientifici o professionali, ma per il clima discriminatorio dell’epoca. Durante gli anni della specializzazione, Fryer dovette affrontare le conseguenze concrete dell’essere un medico omosessuale in un sistema che classificava l’omosessualità come patologia. Fu costretto ad abbandonare un percorso di residenza e incontrò ostacoli lavorativi che minacciarono ripetutamente la sua carriera.
Il dato biografico è essenziale. Fryer non parlò della discriminazione osservandola dall’esterno. Conosceva la necessità di sorvegliare le parole, selezionare le amicizie visibili, separare la vita privata da quella professionale e vivere nella consapevolezza che una rivelazione avrebbe potuto cancellare anni di studio.
La sua esperienza mostra come lo stigma non si limiti a insultare una persona. Esso riorganizza l’intera esistenza: obbliga a prevedere il pericolo, produce ipervigilanza, frammenta l’identità e trasforma ogni relazione in una possibile esposizione.
Quando l’omosessualità era una diagnosi psichiatrica
Per comprendere la portata dell’intervento di Fryer bisogna evitare una lettura retrospettiva troppo rassicurante.
Nel 1972 l’omosessualità era ancora inclusa nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders. La classificazione non aveva conseguenze soltanto teoriche. Una diagnosi psichiatrica esercita un potere che si estende ben oltre l’ambulatorio: influenza le istituzioni, il diritto, il lavoro, l’immagine sociale e il modo in cui una persona interpreta sé stessa.
Definire patologico un orientamento sessuale significava offrire al pregiudizio una legittimazione medica. La discriminazione poteva così presentarsi non come ingiustizia, ma come conseguenza apparentemente razionale di un sapere specialistico.
Gli studi storici sulla depatologizzazione hanno chiarito che la revisione del 1973 non fu il risultato di un singolo episodio. Fu resa possibile dall’intreccio tra nuove evidenze scientifiche, contestazioni interne alla psichiatria, mobilitazione civile e lavoro di attivisti come Barbara Gittings e Frank Kameny. Il discorso di Fryer fu uno dei momenti più potenti di questo processo, ma non ne fu l’unica causa.
Questa precisazione è importante: la storia non cambia quasi mai per opera di un solo individuo. Tuttavia, alcune persone riescono a condensare in un gesto ciò che un’intera epoca non è ancora capace di formulare.
Fryer fu una di queste persone.
Barbara Gittings, Frank Kameny e la ricerca di uno psichiatra disposto a parlare
Negli anni precedenti, gli attivisti avevano contestato apertamente la classificazione dell’omosessualità come disturbo mentale. Dopo le proteste ai congressi dell’American Psychiatric Association, fu possibile organizzare un panel dedicato al tema.
Restava però un problema decisivo: trovare uno psichiatra omosessuale disposto a testimoniare davanti ai propri colleghi.
Il rifiuto di molti professionisti non può essere interpretato semplicemente come codardia. Dichiararsi poteva significare perdere il lavoro, l’accesso alla formazione psicoanalitica, l’avanzamento accademico, i pazienti e persino la licenza professionale.
Barbara Gittings riuscì infine a coinvolgere John Fryer. Egli accettò, ma pose una condizione: la propria identità doveva rimanere irriconoscibile. Non aveva ancora una posizione accademica sufficientemente protetta e sapeva che l’esposizione avrebbe potuto compromettere la sua permanenza alla Temple University. Anni dopo avrebbe ricordato che quelle parole dovevano essere pronunciate, ma che allora non poteva ancora farlo mostrando il proprio volto.
Il 2 maggio 1972: entra in scena Dr. Henry Anonymous
Al 125º congresso annuale dell’American Psychiatric Association, Fryer apparve con una maschera di gomma, una parrucca, uno smoking volutamente sovradimensionato e un microfono capace di deformarne la voce.
La scena aveva qualcosa di inquietante e teatrale. Ma non era teatro.
Davanti a lui sedevano gli uomini e le donne che contribuivano a stabilire i confini diagnostici della normalità. Tra loro vi erano probabilmente altri psichiatri omosessuali, costretti a tacere per le stesse ragioni che avevano imposto a Fryer il travestimento.
Egli iniziò dichiarando di essere omosessuale, di essere uno psichiatra e di appartenere con orgoglio alla stessa associazione che stava interrogando.
Non parlava contro la psichiatria da una posizione estranea. Parlava dall’interno.
È questa la forza del suo intervento: non chiedeva la distruzione dell’istituzione, ma la sua maturazione.
I passaggi fondamentali del discorso
“Questa sera io sono un noi”
Fryer spiegò che non stava parlando soltanto a titolo personale. Tentava di dare corpo e voce ai numerosi psichiatri omosessuali presenti nella professione, molti dei quali si riconoscevano informalmente in una rete chiamata “Gay P.A.”.
Il passaggio dall’“io” al “noi” è psicologicamente decisivo.
Lo stigma tende a isolare: induce ogni persona a credere che la propria vulnerabilità sia privata, eccezionale e indicibile. Fryer trasformò invece una condizione individualizzata in una realtà collettiva. La sua voce alterata divenne, paradossalmente, la voce più autentica nella sala.
La vita professionale sotto ricatto
Nel discorso descrisse le regole non scritte che gli psichiatri omosessuali dovevano rispettare per poter avanzare nella carriera. Chi aspirava a un incarico universitario, a una retribuzione pari a quella dei colleghi o all’ammissione a un istituto psicoanalitico doveva evitare che le persone al potere venissero a conoscenza del suo orientamento sessuale.
Ciò significava non apparire pubblicamente con i propri amici e affetti, non parlare della propria vita e, in alcuni casi, sottoporsi a un’analisi personale senza rivelare al terapeuta una parte centrale della propria identità.
Questo passaggio denuncia una deformazione radicale della relazione clinica. Se una persona deve mentire persino nel luogo destinato alla verità psichica, la terapia rischia di diventare non uno spazio di elaborazione, ma un dispositivo di adattamento al pregiudizio.
La vita professionale sotto ricatto
Nel discorso descrisse le regole non scritte che gli psichiatri omosessuali dovevano rispettare per poter avanzare nella carriera. Chi aspirava a un incarico universitario, a una retribuzione pari a quella dei colleghi o all’ammissione a un istituto psicoanalitico doveva evitare che le persone al potere venissero a conoscenza del suo orientamento sessuale.
Ciò significava non apparire pubblicamente con i propri amici e affetti, non parlare della propria vita e, in alcuni casi, sottoporsi a un’analisi personale senza rivelare al terapeuta una parte centrale della propria identità.
Questo passaggio denuncia una deformazione radicale della relazione clinica. Se una persona deve mentire persino nel luogo destinato alla verità psichica, la terapia rischia di diventare non uno spazio di elaborazione, ma un dispositivo di adattamento al pregiudizio.
Il paradosso del “sano omosessuale”
Fryer affrontò poi il nodo teorico più importante: come poteva uno psichiatra omosessuale concepire la propria salute in un mondo professionale secondo il quale essere sani e omosessuali costituiva una contraddizione?
La domanda non era retorica. Riguardava il potere stesso della diagnosi.
Gli psichiatri non si limitano ad ascoltare la sofferenza: dispongono del potere istituzionale di definire ciò che è sano e ciò che è patologico. Fryer invitava quindi i colleghi omosessuali a esaminare criticamente il modo in cui quel potere poteva essere interiorizzato e rivolto contro sé stessi o contro i pazienti.
In questa intuizione si può riconoscere una precoce critica allo stigma interiorizzato: il soggetto finisce per osservare sé stesso attraverso lo sguardo svalutante dell’ambiente e può assumere come propria la condanna formulata dagli altri.

L’obbligo di essere “più sani” degli altri
Fryer osservò che gli psichiatri omosessuali dovevano apparire più equilibrati, produttivi e irreprensibili dei colleghi eterosessuali. Ogni fragilità personale avrebbe potuto essere interpretata come prova della presunta patologia dell’omosessualità.
È il meccanismo della prestazione compensatoria.
La persona stigmatizzata non può permettersi di essere semplicemente competente. Deve essere eccezionale, perché un singolo errore rischia di non essere attribuito all’individuo, ma all’intero gruppo cui appartiene.
Questa pressione produce sovraccarico, perfezionismo difensivo e una forma di alienazione nella quale l’eccellenza non nasce più dal desiderio di realizzarsi, ma dalla necessità di dimostrare continuamente il proprio diritto a esistere.
Le istituzioni amate che avrebbero potuto espellerli
Uno dei passaggi più dolorosi del discorso riguarda il rapporto tra gli psichiatri omosessuali e le istituzioni professionali.
Fryer descrisse uomini che lavoravano senza tregua, dedicando la propria vita a organizzazioni che li avrebbero respinti se avessero conosciuto la verità sulla loro identità.
Questa osservazione supera la vicenda biografica e tocca una dinamica universale: l’essere umano può investire affettivamente proprio nell’istituzione dalla quale teme di essere escluso. Lavora di più, offre di più, si rende indispensabile, nella speranza che la competenza possa proteggerlo dalla discriminazione.
Ma un’appartenenza fondata sull’occultamento non è ancora un’appartenenza piena.
L’appello ai colleghi
Fryer non si limitò a denunciare. Chiese azioni concrete.
Invitò gli psichiatri omosessuali a non rimanere in silenzio quando i colleghi usavano espressioni denigratorie, pur senza sacrificare irresponsabilmente la propria carriera. Chiese loro di trovare modalità creative per contrastare il pregiudizio, di non trattare i pazienti omosessuali come persone da correggere e di aiutarli a compiere scelte autonome, offrendo informazioni non deformate dalla vergogna.
Questo passaggio anticipa un principio fondamentale dell’etica clinica contemporanea: il professionista non deve imporre al paziente un modello identitario, ma creare le condizioni affinché possa comprendere sé stesso senza essere anticipatamente definito come difettoso.
La perdita dell’umanità autentica
Nella conclusione Fryer affermò che il rischio maggiore non era perdere una promozione, un invio professionale o il favore di un supervisore. Il rischio più grave era non vivere pienamente la propria umanità e, così facendo, impoverire anche l’umanità degli altri.
È probabilmente il nucleo più profondo del discorso.
Lo stigma non ferisce soltanto chi lo subisce. Deforma anche chi lo esercita, perché lo abitua a incontrare categorie invece di persone, diagnosi invece di biografie, deviazioni invece di esistenze.
Una precisazione necessaria sul linguaggio storico
Nel manoscritto originale Fryer utilizzò anche un’analogia con l’esperienza della discriminazione razziale e impiegò un termine oggi riconosciuto come gravemente offensivo.
Quel linguaggio deve essere collocato nel contesto storico, senza essere normalizzato né riprodotto inutilmente. L’analogia mostra il tentativo di descrivere il passing, l’occultamento identitario e la necessità di apparire conformi per sopravvivere professionalmente. Tuttavia, esperienze differenti di oppressione non sono automaticamente sovrapponibili.
Riconoscere la grandezza storica di Fryer non significa sottrarre ogni sua parola alla valutazione critica. Al contrario, la maturità scientifica consiste nel custodire il valore di una testimonianza senza trasformare il suo autore in una figura immune dal proprio tempo.Il 1973 e la rimozione dell’omosessualità dal DSM
Il 15 dicembre 1973 il Board of Trustees dell’American Psychiatric Association approvò la rimozione dell’omosessualità, in quanto tale, dal DSM-II. La decisione fu successivamente sottoposta al voto dei membri dell’associazione e confermata.
Non si trattò, tuttavia, di una cancellazione immediata e definitiva di ogni residuo patologizzante. La categoria fu sostituita da formulazioni riferite al disagio connesso all’orientamento sessuale; in seguito comparve la diagnosi di “omosessualità egodistonica”, eliminata soltanto nelle revisioni successive. Il processo di depatologizzazione fu dunque graduale.
Anche l’Organizzazione mondiale della sanità arrivò più tardi alla rimozione dell’omosessualità dalle classificazioni internazionali, nel 1990.
Il discorso di Fryer non produsse da solo la decisione del 1973. Contribuirono la ricerca scientifica, il lavoro di altri professionisti, la pressione degli attivisti, il mutamento culturale e il confronto interno all’APA.
Eppure Fryer rese impossibile continuare a discutere dell’omosessualità come se nella stanza non vi fossero persone omosessuali competenti, stimate e già pienamente inserite nella professione.
Dopo il suo intervento, l’“oggetto diagnostico” aveva preso la parola.
La definizione scientifica del fenomeno: dalla patologia allo stigma
Oggi l’orientamento omosessuale non è considerato un disturbo mentale. La sofferenza psicologica eventualmente riscontrata nelle persone appartenenti a minoranze sessuali non può essere attribuita automaticamente all’orientamento stesso.
La letteratura contemporanea distingue l’identità dalla pressione sociale esercitata su di essa. Discriminazione, rifiuto, occultamento, aspettative di ostilità e interiorizzazione dello stigma possono costituire fattori di stress cronico.
Questo quadro è stato successivamente sistematizzato nel Minority Stress Model, secondo il quale le disparità di salute mentale osservate in alcune minoranze dipendono in misura rilevante dai processi sociali di stigmatizzazione e non da una presunta patologia intrinseca dell’identità.
Fryer non elaborò formalmente questo modello, ma ne anticipò il nucleo fenomenologico: mostrò come la sofferenza potesse nascere dall’obbligo di nascondersi, dalla minaccia professionale e dall’impossibilità di vedersi riconosciuti come persone integre.
Interpretazione psicologica: il costo psichico della vita clandestina
Vivere sotto stigma significa sviluppare una costante attenzione al contesto.
Che cosa posso dire?
Chi può vedermi?
Quale dettaglio potrebbe tradirmi?
Quanto di me posso mostrare senza perdere ciò che ho costruito?
Questa sorveglianza permanente può produrre una frattura tra il sé pubblico e il sé privato. La persona non mente necessariamente perché rifiuta la propria identità, ma perché ha appreso che la sincerità può essere punita.
Il problema psicologico non coincide quindi con l’esistenza di una parte nascosta. Ogni individuo possiede una dimensione privata. Il problema nasce quando il nascondimento non è una scelta, ma una condizione imposta per accedere al lavoro, alla sicurezza e alla dignità sociale.
Fryer portò sul palco questa scissione: un corpo presente e un volto cancellato; una voce autentica e un timbro artificiale; un medico riconoscibile per competenza e irriconoscibile come persona.
Interpretazione pedagogica: educare le istituzioni alla revisione di sé
La vicenda di Fryer possiede anche una rilevanza pedagogica.
Le istituzioni educative e sanitarie non trasmettono soltanto conoscenze. Insegnano implicitamente quali vite siano dicibili, quali relazioni siano rappresentabili e quali identità debbano rimanere ai margini.
Una scuola, un’università o un servizio clinico possono dichiararsi neutrali e, al tempo stesso, produrre silenzio attraverso il linguaggio, le omissioni e le aspettative di conformità.
La lezione pedagogica di Fryer non consiste nel sostituire un’ortodossia con un’altra. Consiste nell’educare professionisti e istituzioni a sottoporre continuamente le proprie categorie a quattro domande:
- Questa definizione descrive una sofferenza reale o sanziona una differenza?
- Quali evidenze sostengono la classificazione?
- Chi subisce le conseguenze sociali della diagnosi?
- Le persone direttamente coinvolte hanno avuto accesso alla parola?
Quando manca quest’ultima domanda, la scienza rischia di parlare sulle persone senza parlare con loro.
Limiti delle evidenze e cautele interpretative
La rilevanza storica di Fryer è ampiamente riconosciuta, ma alcune semplificazioni devono essere evitate.
Non è corretto sostenere che il suo discorso, da solo, abbia determinato la rimozione dell’omosessualità dal DSM. La decisione emerse da un processo complesso che coinvolse evidenze scientifiche, trasformazioni sociali, conflitti interni all’APA e attivismo organizzato.
Non è neppure corretto presentare il 1973 come la conclusione definitiva della patologizzazione. Alcune categorie residue rimasero nei manuali per anni, mentre discriminazione e pratiche orientate alla “conversione” continuarono ben oltre la modifica diagnostica.
Infine, una ricostruzione storica non deve trasformarsi in agiografia. Fryer fu un uomo inserito nelle contraddizioni linguistiche e culturali del suo tempo. Proprio per questo il suo gesto è significativo: il cambiamento non fu compiuto da una figura astratta e perfetta, ma da una persona concreta, vulnerabile e professionalmente esposta.
Implicazioni pratiche per psicologi, docenti ed educatori
La storia di John E. Fryer suggerisce alcune responsabilità ancora attuali.
Per i professionisti della salute mentale
Una diagnosi deve descrivere un quadro clinico fondato su evidenze, non ratificare un giudizio morale. Il terapeuta deve inoltre distinguere il disagio legato all’identità dal disagio prodotto dal rifiuto, dalla violenza o dall’isolamento sociale.
Per i docenti
L’inclusione non consiste soltanto nel contrastare l’insulto esplicito. Significa anche osservare quali studenti siano costretti a omettere parti importanti della propria esperienza per sentirsi al sicuro.
Per gli educatori
Non bisogna affrettare dichiarazioni identitarie né spingere una persona a esporsi. La libertà di raccontarsi comprende anche il diritto di scegliere tempi, contesti e interlocutori.
Per le istituzioni
Occorre verificare se procedure, linguaggi e consuetudini producano indirettamente esclusione. Un ambiente non è sicuro perché afferma di esserlo, ma perché chi lo abita può mostrarsi senza temere conseguenze sproporzionate.
Quando chiedere aiuto
Una consulenza psicologica può essere utile quando la paura del giudizio, l’isolamento, il rifiuto familiare o sociale, l’ansia e la necessità costante di nascondersi compromettono il benessere, le relazioni, lo studio o il lavoro.
Il sostegno professionale non deve essere orientato a modificare l’orientamento sessuale, ma ad aiutare la persona a comprendere la propria esperienza, affrontare lo stigma, consolidare risorse relazionali e costruire condizioni di maggiore sicurezza psicologica.
In presenza di ideazione suicidaria, rischio immediato o violenza, è necessario rivolgersi tempestivamente ai servizi sanitari di emergenza e alle strutture territoriali competenti.
L’eredità di John E. Fryer
John E. Fryer continuò la propria attività accademica e clinica alla Temple University. Dopo la sua morte, l’American Psychiatric Association gli intitolò un premio dedicato a chi contribuisce alla salute mentale delle minoranze sessuali. La sua casa di Philadelphia è stata riconosciuta come luogo di interesse storico e le sue carte sono conservate presso la Historical Society of Pennsylvania.
La sua eredità, tuttavia, non risiede soltanto nei riconoscimenti.
Fryer insegnò alla psichiatria che una disciplina scientifica non perde autorevolezza quando corregge un errore. La perde quando difende una categoria nonostante l’insufficienza delle prove e il danno prodotto sulle persone.
Conclusione: il volto nascosto che rese visibile l’errore
John E. Fryer non cambiò il corso della storia perché possedesse più potere degli uomini seduti davanti a lui. Lo cambiò perché rese visibile una contraddizione che il sistema non poteva più negare.
Il medico considerato implicitamente sospetto era uno dei suoi membri.
La persona definita malata era capace di esercitare la cura.
L’uomo costretto a nascondersi era colui che parlava con maggiore chiarezza.
La sua maschera non fu un segno di debolezza. Fu la prova materiale del pericolo che stava denunciando.
La grandezza di Fryer risiede in questo paradosso: dovette cancellare il proprio volto affinché milioni di persone potessero, lentamente, riottenere il diritto di averne uno.
Ma la sua storia contiene anche un ammonimento per il presente. Ogni volta che una disciplina confonde la diversità con la patologia, ogni volta che un’istituzione obbliga qualcuno a vivere in clandestinità per essere accettato, la maschera di Dr. Anonymous torna davanti a noi.
E continua a domandare non soltanto chi abbia il coraggio di parlare, ma chi possieda finalmente la maturità per ascoltare.
Bibliografia essenziale
- Fryer, J. E. (1972). Speech of Dr. Henry Anonymous at the American Psychiatric Association 125th Annual Meeting. Historical Society of Pennsylvania.
- Drescher, J. (2015). Out of DSM: Depathologizing Homosexuality. Behavioral Sciences, 5(4), 565–575. https://doi.org/10.3390/bs5040565
- Bayer, R. (1981). Homosexuality and American Psychiatry: The Politics of Diagnosis. Basic Books.
- American Psychiatric Association. (1973). Position Statement on Homosexuality and Civil Rights.
- Lenzer, J. (2003). John Fryer. BMJ, 326, 662. https://doi.org/10.1136/bmj.326.7390.662
- Meyer, I. H. (2003). Prejudice, social stress, and mental health in lesbian, gay, and bisexual populations. Psychological Bulletin, 129(5), 674–697. https://doi.org/10.1037/0033-2909.129.5.674
- Scasta, D. L. (2002). John E. Fryer, MD, and the Dr. H. Anonymous episode. Journal of Gay & Lesbian Psychotherapy, 6(4), 73–84.
- American Psychiatric Association. John E. Fryer Award.
- Historical Society of Pennsylvania. John E. Fryer Papers.

