Una favola filosofica sul desiderio, sull’identità e sul coraggio di oltrepassare i confini già tracciati
Un uomo davanti alla porta del re
Un uomo senza nome si presenta davanti alla porta del re. Non domanda ricchezze, incarichi, privilegi o riconoscimenti. Chiede una barca.
Vuole partire alla ricerca di un’isola sconosciuta.
Il sovrano tenta di ricondurlo entro i confini rassicuranti della ragione cartografica: le isole sono già state tutte scoperte, catalogate, nominate. Se un luogo non compare sulle mappe, sembra suggerire il potere, probabilmente non esiste. Eppure l’uomo insiste. Le carte geografiche, infatti, possono raffigurare soltanto le isole conosciute; nulla possono dire di ciò che attende ancora di essere incontrato.
Da questa premessa quasi infantile, tanto semplice da apparire disarmante, José Saramago costruisce una delle sue più limpide e profonde parabole sull’identità umana.
Pubblicato originariamente nel 1997, Il racconto dell’isola sconosciuta appartiene alla stagione più matura dello scrittore portoghese, insignito nel 1998 del Premio Nobel per la Letteratura. La Fondazione José Saramago colloca il racconto accanto alla pubblicazione di Tutti i nomi, mentre l’edizione italiana presenta l’opera come una favola sospesa fra realtà, sogno e amore.
La spazialità della penna di Saramago
La grandezza di questo racconto non risiede tanto nell’avventura narrata quanto nello spazio mentale che la scrittura riesce ad aprire.
La penna di Saramago possiede una qualità eminentemente spaziale. Non si limita a descrivere luoghi: li dilata, li inclina, li trasforma in regioni della coscienza. Una porta non è mai soltanto una porta. Una barca non è soltanto un’imbarcazione. Il porto non coincide con un punto geografico. Il mare non è semplicemente una distesa d’acqua.
Ogni elemento diviene una soglia.
Leggere Saramago significa entrare in una geografia del pensiero senza confini, nella quale le coordinate esteriori vengono progressivamente sostituite da quelle interiori. La narrazione si muove continuamente fra il palazzo e il porto, fra la terraferma e il mare, fra il noto e l’ignoto; ma il vero spostamento avviene dentro il lettore.
È qui che la prosa saramaghiana manifesta la propria prodigiosa capacità cartografica: disegna territori che non potrebbero essere registrati da alcun atlante, perché appartengono alla regione instabile del desiderio, della paura, della speranza e dell’identità.
Saramago non accompagna semplicemente il lettore verso un’isola. Lo conduce al margine della propria rappresentazione di sé.
Le mappe e l’illusione del mondo già conosciuto
La mappa è uno dei simboli centrali del racconto.
Essa rappresenta il sapere consolidato, l’ordine amministrativo, la pretesa di avere già classificato ogni cosa. Il re crede nelle carte perché le carte rassicurano il potere: ciò che è nominato può essere controllato, ciò che è delimitato può essere posseduto, ciò che è conosciuto non costituisce più una minaccia.
L’uomo che chiede la barca introduce invece una frattura epistemologica. Egli sostiene, implicitamente, che la realtà è sempre più vasta delle sue rappresentazioni. Una mappa non coincide mai con il territorio; allo stesso modo, l’immagine che costruiamo di noi stessi non esaurisce ciò che siamo.
La frase che attraversa idealmente l’intero racconto possiede la chiarezza di un aforisma e la profondità di una formulazione ontologica:
«Tutte le isole, anche quelle conosciute, sono sconosciute finché non vi si sbarca».
Conoscere, per Saramago, non significa osservare da lontano. Significa sbarcare.
Non basta contemplare la forma di un’isola sulla carta. Occorre calpestarne il terreno, affrontarne le asperità, esporsi ai suoi venti. Allo stesso modo, non è possibile conoscere una persona, un amore o persino sé stessi attraverso una definizione astratta. La conoscenza autentica richiede prossimità, esperienza e trasformazione.

La porta delle petizioni e la grammatica del potere
Prima ancora di essere una meditazione sul viaggio, Il racconto dell’isola sconosciuta è una sottile rappresentazione politica.
Il re vive all’interno di un sistema di porte. Vi è la porta attraverso la quale riceve le richieste del popolo e quella, assai più frequentata dal sovrano, attraverso cui accoglie omaggi, favori e adulazioni. L’architettura del palazzo diventa così una topografia morale.
Il potere si colloca al centro, mentre il bisogno umano rimane sulla soglia.
L’uomo, tuttavia, non si lascia assorbire dalla liturgia burocratica. Attende. Resiste. Costringe il sovrano a uscire dalla propria posizione e a confrontarsi con una domanda che non può essere immediatamente trasformata in obbedienza o profitto.
La sua richiesta è destabilizzante proprio perché non domanda un posto nel sistema. Chiede il mezzo per uscirne.
La barca concessa dal re diviene, pertanto, uno strumento di emancipazione simbolica. Essa permette all’uomo di oltrepassare la geografia stabilita dal potere e di dirigersi verso una possibilità non ancora riconosciuta.
Saramago affida così a una favola apparentemente lieve una critica radicale alle istituzioni che pretendono di amministrare persino l’immaginazione.
La barca come prolungamento del desiderio
La barca è il centro mobile del racconto.
Non possiede ancora un equipaggio, non dispone di certezze e non garantisce alcun approdo. È fragile, incompleta, quasi inadeguata rispetto all’ambizione del viaggio. Eppure rappresenta ciò che ogni autentica ricerca richiede: non la sicurezza di arrivare, ma la disponibilità a partire.
Dal punto di vista psicologico, la barca può essere interpretata come una forma di transizione. Essa separa e unisce contemporaneamente. Allontana dalla terra conosciuta, ma rende possibile l’incontro con ciò che ancora non ha nome. È uno spazio intermedio, sospeso fra appartenenza e trasformazione.
Chi sale su una barca accetta di non avere più sotto i piedi la stabilità della terra. Accetta il movimento, l’oscillazione, l’imprevisto.
Il viaggio verso l’isola sconosciuta non è dunque un itinerario turistico. È una dislocazione dell’identità. Per raggiungere qualcosa che non conosciamo dobbiamo, almeno in parte, rinunciare alla persona che crediamo di essere.
La donna delle pulizie: colei che attraversa le soglie
Accanto all’uomo compare la donna delle pulizie del palazzo reale.
La sua presenza modifica profondamente il significato del viaggio. Non è una figura ornamentale né una semplice compagna d’avventura. È colei che conosce le porte, le stanze, le superfici e gli scarti del mondo. Ha abitato gli spazi marginali del potere senza esserne sedotta. Ha osservato ciò che gli altri non vedono.
Quando decide di seguire l’uomo, compie un gesto di libertà: abbandona il luogo nel quale le era stata assegnata una funzione e sceglie un’esistenza non ancora definita.
In lei il desiderio assume una forma concreta. Mentre l’uomo immagina l’isola, la donna prepara la barca. Pulisce, organizza, osserva, rende abitabile il sogno. Saramago sembra così ricordare che ogni visione ha bisogno di una cura capace di incarnarla.
La relazione fra i due personaggi introduce nel racconto una delicata dimensione amorosa. L’isola cercata non è più soltanto un luogo esterno o una metafora individuale. Diviene lo spazio che si apre fra due persone quando ciascuna accetta di non possedere completamente l’altra.
L’amore, in questa prospettiva, non consiste nel trovare qualcuno di già conosciuto. Consiste nel continuare a scoprire l’alterità di chi ci sta accanto.
L’isola sconosciuta come metafora dell’identità
L’intuizione più profonda del racconto riguarda la natura dell’identità.
L’uomo crede inizialmente di dover lasciare sé stesso per trovare l’isola. Progressivamente comprende che occorre uscire da sé per potersi vedere. Non si tratta di una fuga, ma di un decentramento.
Nessun individuo può conoscersi restando perfettamente immobile all’interno della propria biografia. Abbiamo bisogno di uno scarto, di una distanza, talvolta persino di uno smarrimento. Occorre abbandonare per un momento le definizioni ricevute, i ruoli sociali, le aspettative familiari e le identità già confezionate.
L’isola sconosciuta è ciò che in noi non è stato ancora esplorato.
È la vita che avremmo potuto vivere. È il desiderio che abbiamo imparato a tacere. È la parte di noi rimasta fuori dalle mappe ufficiali: quelle tracciate dalla famiglia, dalla società, dalla professione, dalla paura o dal bisogno di essere riconosciuti.
Per questa ragione il racconto parla con particolare intensità agli adulti. Con il trascorrere degli anni, infatti, rischiamo di confondere la familiarità con la conoscenza. Crediamo di sapere chi siamo soltanto perché ripetiamo da molto tempo le medesime abitudini.
Saramago interrompe questa illusione. Anche l’isola apparentemente più conosciuta conserva rive sulle quali non siamo mai sbarcati.
Giudizio conclusivo
Il racconto dell’isola sconosciuta è un’opera breve soltanto nella sua estensione materiale. Dal punto di vista simbolico è un testo vastissimo, capace di racchiudere una teoria della conoscenza, una critica del potere, una meditazione sull’amore e una raffinata fenomenologia della ricerca di sé.
Saramago costruisce una geografia del pensiero nella quale il lettore perde progressivamente i consueti punti cardinali. La sua penna apre mari dentro le stanze, trasforma le porte in frontiere, converte una barca in una domanda e fa di un’isola invisibile il luogo più concreto dell’esistenza.
Ci ricorda che l’essere umano non coincide mai interamente con la propria mappa.
Rimane sempre una regione non esplorata, un lembo di terra che attende di essere nominato, una costa che può apparire soltanto quando troviamo il coraggio di allontanarci da ciò che già sappiamo.
L’isola sconosciuta non è alla fine del mare.
È il punto interiore dal quale, finalmente, decidiamo di partire.
Valutazione: 5/5
Consigliato a: lettori di narrativa filosofica, docenti, psicologi, pedagogisti, adolescenti … a chiunque avverta la necessità di ripensare la propria identità oltre le mappe già tracciate.

